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Raccontano che in Turchia circoli una mappa nella quale, oltre a un grosso pezzo della Siria, è incluso fra i territori turchi anche la provincia nord dell’Iraq che confina con la Turchia. La porzione di territorio che comprende Kirkuk, Mosul, Salahaddin, Erbil e dove sono annidati i combattenti curdi del PKK, oltre a moltissimi pacifici curdi di cui si occupa un governo locale.

Il caso vuole che questo territorio ospiti anche ricchi pozzi petroliferi nonché un pezzo dell’oleodotto che si collega al porto turco di Ceyhan, e abbia alle spalle una storia che risale agli anni Venti del secolo scorso e che ormai pochi ricordano.

Quella, vale a dire, del duro confronto fra la Turchia e la Gran Bretagna che condusse, nel 1925, all’affidamento a quest’ultima, deciso dalla Società delle Nazioni, proprio di questa provincia che la Turchia rivendicava come parte del suo territorio e che invece fu unita all’Iraq e trasformata in mandato britannico a tempo.

Da allora moltissima acqua è passata sotto i ponti, ma i turchi non hanno dimenticato il passato. Quest’ultimo, anzi, sembra essere divenuto la stella polare della politica estera di Erdogan che sembra oscillare fra revanscimi, nostalgie ottomane oppure etniche e una certa spregiudicata politica di potenza che ha indotto l’esercito turco, dopo aver innalzato la propria bandiera nella Tripolitania libica, a iniziare a bombardare già da diversi giorni, nel silenzio della comunità internazionale, il nord dell’Iraq, col pretesto di voler stanare i combattenti curdi del PKK, terroristi conclamati secondo la comunità internazionale e perciò meritevoli di bombardamenti secondo la vulgata corrente.

Non è la prima volta, ovviamente. Chi segue le cose turche ricorderà che già a metà degli anni ’90 la Turchia lanciò in quei territori l’Operazione Acciaio, con la quale 35.000 soldati entrarono nel nord dell’Iraq sempre per stanare i combattenti del PKK. Dell’epoca si ricorda una dichiarazione dell’allora presidente turco Demirel che invitava a rettificare i confini della Turchia come era nelle intenzioni kemaliste degli anni Venti. E nulla vieta di ipotizzare che i pensieri della classe dirigente turca, Erdogan in testa, siano di nuovo tornati a questo punto di attualità. Cosa c’è di meglio che festeggiare una vittoria – quella libica – con un’altra campagna espansionista?

L’Iraq, d’altronde, è un paese fragile e in questa spregiudicata campagna la Turchia potrebbe replicare la strategia già messa in campo con la Russia in Libia: marciare divisi per ricavare uniti zone di influenza. Solo che al posto della Russia, il “partner” potrebbe essere l’Iran, che non pago di avere una notevole influenza sul territorio iracheno, potrebbe trovare nella lotta ai curdi il movente ideale per una temporanea comunanza di intenti con i turchi.

Questi ultimi hanno dalla loro anche il fatto che nella provincia irachena c’è una minoranza di etnia turca che da un secolo patisce la convivenza con quella araba e curda. Da che mondo è mondo, le minoranze sofferenti sono state sempre uno straordinario pretesto per muovere le truppe. Mentre i curdi sembrano ormai praticamente orfani dell’appoggio statunitense e della comunità internazionale. Come l’Iraq, d’altronde, dove il disimpegno Usa sembra ormai conclamato.

Finora le uniche voci che si sono levate per protestare contro la campagna turca sono quelle del Kuwait, dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti che sottolineano preoccupati la comunanza di intenti fra Iran e Turchia in questa porzione di territorio, essendo peraltro, gli ultimi due paesi, impegnati a sostenere, insieme all’Egitto, il “golpista” Haftar in Libia, insieme alla Russia, contro la Turchia, col quale quindi hanno condiviso la sorte non proprio fortunata.

In tal senso l’apertura di un fronte in Iraq – per adesso un bombardamento contro i terroristi, ma poi chissà – peraltro legato a un trattato di amicizia con i turchi fino dagli anni Quaranta, deve sembrare a questi paesi una specie di incubo. Specie che adesso è rimasto praticamente solo l’Egitto a dover sostenere il fronte libico generando già diversi nervosismi dopo la dichiarazione del presidente egiziano di essere pronto a un intervento militare.

L’offensiva militare turca in Iraq, dove Ankara ha alcune basi militari aperte proprio per contrastare la minaccia terroristica, è arrivata praticamente insieme a quella “diplomatica” che, stando ad alcune fonti, la Turchia ha affidato al capo dell’intelligence, spedito in segreto in Iraq per esprimere la “preoccupazione” turca per gli esiti futuri del commercio fra i due paesi. Probabilmente sulla decisione ha pesato il fatto che il nuovo primo ministro sciita Mustafa Al Kadhimi abbia governato l’intelligence irachena per quattro anni prima di diventare capo del governo e fra ex colleghi ci si intende facilmente. Non a caso la sua nomina è stata salutata positivamente dalla Turchia.

Le fonti parlano di un commercio miliardario di beni fra Turchia e Iraq, nonché di rapporti sempre più stretti fra la Turchia e il governo della provincia irachena gestito dal Kurdistan Regional Government (KRG), che però va solo in una direzione, visto che l’Iraq non esporta nulla. E questo spiega perché molte imprese turche avrebbero ottenuto contratti in territorio iracheno in settori strategici come edilizia ed energia. In generale, come mostra anche il caso molto contestato della diga turca di Ilusu, il governo iracheno non sembra avere la forza di opporsi all’esuberanza turca che non si perita di usare le risorse idriche come strumento di pressione.

Queste premesse spiegano perché in molti ormai si chiedano quali siano le intenzioni reali dei turchi ora che si avvicina il secolo dell’accordo che consegnò queste province contestate all’Iraq. Specie oggi che sulle ali della vittoria libica, che mette in ombra non solo le potenze regionali avverse come Egitto e Arabia Saudita, ma anche la Francia che insieme a loro sosteneva Haftar, si inizia a vedere con occhi preoccupati anche a un’altra zona di potenziale conflitto che preoccupa non poco l’Europa: ossia Cipro e il Dodecanneso, con tutto ciò che questo comporta per la Grecia, la vera frontiera mediterranea dell’Unione Europea.

Rimane da chiedersi fino a quando la Turchia potrà mantenere il difficile gioco di equilibri che la vede al tempo stesso partner della Nato, partner di un’unione doganale con la Ue, alleata del Qatar, compagna di scorrerie della Russia in Libia, aspirante terminale delle merci cinesi e del gas russo in Europa e persino aggregatore etnico del centro-asia. Chi troppo vuol rischia di non stringere nulla, insegnano i proverbi. Ma forse la saggezza turca è diversa dalla nostra.

Twitter: @maitre_a_panZer

La silenziosa espansione turca in Iraq

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