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Zohra è una dea che nell’Oriente arabo e persiano rimanda al pianeta Venere.  Nel Corano è una danzatrice che fa perdere la testa ad una coppia di angeli, Harut e Marut (Surah 2:102) e state pur certi che li perderà.  Zohra è dea dell’amore, della bellezza, ma soprattutto – ed è quel che qui ci interessa – della musica. Ha dato infatti nome ad una orchestra all-female che interpreta – tutto al contrario di questo mio incipit un po’ scanzonato -, una ribellione ed una resistenza.

Che potesse nascere poi proprio in Afghanistan (in una società che nonostante il pluralismo tribale condivide di fatto unanime, e sancisce, il ruolo ancillare delle donne), sotto il segno del National Institute of Music (ANIM), sarebbe stato assolutamente impensabile. Invece, fondato nel 2008, grazie ad aiuti internazionali, ANIM ha per missione quella di promuovere l’educazione musicale dei giovani afghani, unita ad un’istruzione classica. Si indirizza a ragazzi e ragazze (l’80% delle donne afghane non era mai andata a scuola), provenienti, per il 70%, da situazioni svantaggiate e in un ventaglio di età che varia dai 12 ai 20 anni circa.

Non una semplice scuola però: ANIM è stato infatti anche un luogo di accoglienza, un baluardo di rispetto e democrazia, dove le tradizioni musicali si incontravano con la parità di genere e l’autodeterminazione della donna.

Ma il cuore di Ahmad Samast, etnomusicologo e attivista per i diritti umani, visionario fondatore di ANIM, già scampato ad un attentato nel 2014, batteva troppo forte per non dar vita ad un altro suo temerario progetto: un’orchestra all-female, di sole ragazze appunto. “Alcune di loro – racconta – mi dissero che avrebbero voluto formare un gruppo per suonare musica pop. L’idea mi piacque e ben presto fu chiaro che anche moltissime altre ragazze dell’ANIM avrebbero condiviso questo progetto”.

“L’immagine dell’Afghanistan – continua Ahmad Samast in una videointervista che trovate in rete – è associata ai burqa, ai kalashnikov, alla violenza contro le donne, agli attentati dei kamikaze. Ma non c’è solo questo”.

E dunque ANIM ha celebrato, per una breve stagione, il ritorno della musica in Afghanistan. Significativo il fatto che fossero già circa 100 le ragazze a seguire i corsi di musica avendo combattuto e superato l’ostilità persino dei parenti sotto il cielo scuro e minaccioso di una cultura diffusa – Talebani e no – che impone la messa al bando della musica e dei suoi strumenti.

In una intervista concessa nei tempi “felici” che ancora precedono il ritorno dei Talebani, Negina Khpalwak, giovane direttore dell’orchestra, una delle più anziane dell’ensemble originario, inizialmente corista, racconta che “a Kabul ancora ci sono persone che ritengono profondamente sbagliata e contraria ai precetti religiosi l’attività della scuola e la formazione dell’orchestra femminile. Anche in famiglia, se escludo papà e mamma – aggiunge – tutti erano contrari. I miei zii mi hanno molto ostacolato. Mia nonna poi ha detto a mio padre, che se lui mi avesse lasciato andare a scuola non lo avrebbe più considerato figlio suo. L’Islam infatti non permette alle ragazze non solo la musica, ma l’istruzione tout court”.

I Talebani considerano infatti ogni forma musicale come haram (proibita), in virtù di una particolare interpretazione dell’Islam – che molti studiosi musulmani condividono – secondo la quale la musica sarebbe proibita perché crea dipendenza e ci fa allontanare da Dio. La bio di Negina ci aiuta poi a capire meglio il buio che queste giovani vite afghane attraversano. Abbandonata dai genitori all’orfanotrofio di Kabul, perché così poveri da non poterla allevare, Negina trova nella musica il proprio riscatto.  Come tutte le donne di quel Paese vive la rinascita della sua condizione fino a quando, con il ritorno dei Talebani, dovrà fare precipitosamente i bagagli e scappare. In fuga da morte certa perché colpevole di essersi occidentalizzata. Ora è negli USA.

Votate a dare vita ad una straordinaria orchestra e a viaggiare lontano dall’Afghanistan per mostrare al mondo il lato migliore del loro Paese, le ragazze-coraggio di Zohra coniugano il repertorio della tradizione afghana, un patrimonio millenario, con la musica classica del nostro Occidente: strumenti come il rubab (pensate, una di loro, la giovane Fazila Zamir, sarà la prima donna afghana a suonarlo), la danbura, la tabla e il sitar incontrano ora pianoforte ed archi realizzando un importante, commovente dialogo interculturale.

Il successo di questa operazione – celebrata da una memorabile esibizione al Forum di Davos, nel 2017 – aveva portato ANIM ad immaginare di ospitare ben più dei suoi circa 250 studenti, ragazzi e ragazze destinate a crescere nel numero e nella formazione, soprattutto perché già si progettava l’apertura di altre sedi nelle città di Herat, Mazar-e Sharif e Jalalabad. Un wishful thinking purtroppo perché con il ritorno dei Talebani, ANIM, a Kabul, è stato occupato e chiuso, gli strumenti distrutti ed i libri di testo bruciati. E le musiciste di Zohra, costrette a nascondersi, sono state protagoniste di una fuga rocambolesca, grazie al sostegno di musicisti internazionali di rango, tra tutti Yo-Yo Ma, il violoncellista americano nato in Francia da genitori cinesi.

Oggi, non tutte purtroppo le componenti dell’ensemble originario hanno trovato rifugio nella loro nuova patria di adozione, il Portogallo, dove ha sede questa Afghan Youth Orchestra. Qui i nostri giovani, musiciste e musicisti in esilio, danno voce a quel mondo di diritti brutalmente silenziato dal ritorno dei Talebani che non a caso hanno emanato, quasi un anno fa (agosto 2024) una nuova serie di leggi “per promuovere la virtù e prevenire il vizio”. Leggi che regolano la moralità dei cittadini e vietano alle donne, tra le altre proibizioni, di far sentire la propria voce in pubblico. Viene ancora confermato il divieto per chiunque di suonare o ascoltare musica e l’obbligo (già in vigore dal maggio 2022) per le donne di indossare il burqa in un editto di 114 pagine, battezzato dai media editto del silenzio.

La brutta novità è rappresentata dal fatto che, adesso, tutti questi divieti sono stati codificati in un’unica legge, 35 articoli, che costituisce la prima dichiarazione formale sul vizio e la virtù in Afghanistan dopo la presa del potere dell’organizzazione politica e militare talebana, nell’agosto del 2021.

Se, come ha detto Meryl Streep a proposito della chiusura dell’unica radio femminile afghana, Radio Begun, “a Kabul un uccellino può cantare, una donna no”, se quanto accade configura un vero e proprio apartheid di genere, non perdiamo l’occasione, tra pochi giorni, il 10 di luglio, di ascoltare le ragazze di Zohra, ospiti a Milano di No’hma, il teatro liberty che fu di Teresa Pomodoro e che da oltre 15 anni la sorella gemella, Livia, conduce, dando vita ad un cartellone sempre più internazionale.

Quattro anni fa – già in contatto con Zohra – abbiamo cercato di salvare queste ragazze. I voli qatarini gratuiti che avevano assicurato l’evacuazione di Kabul in un torrido e polveroso agosto erano terminati.  Ricordo che con Franco Frattini bussammo alla porta della Farnesina e a quella dell’ambasciatore Stefano Pontecorvo, Senior Civilian Representative to Aghanistan per conto della NATO. Trovammo ascolto: cercavamo di porre in salvo, tra gli altri, anche Alishah Farang, un ventiquattrenne che un nostro connazionale, Nando Rollando, aveva iniziato allo sci alpino e che aveva rappresentato l’Afghanistan ai campionati mondiali di Saint Moritz del 2017.

L’eco di questa tormentata odissea sta in una storia che ho scritto recentemente e che ha per titolo L’impermeabile di Kabul: scopriamo qui che la giovane co-protagonista, Samira, figlia di un archeologo afghano, è un’allieva di ANIM. Ed è partecipe di un’avventura che illustra il soft power italiano e il mosaico talentuoso delle sue professionalità (carabinieri, diplomatici, cooperanti, medici, archeologi, etc.) all’opera. Nelle ultime pagine del libro, in un’intervista immaginaria, non pour cause rilasciata a un giornale portoghese, Diário de notícias, Samira, finalmente in salvo, ringrazierà noi Italiani.

A ben pensarci Zohra Orchestra – finché il mondo della musica troverà cultori e ascolto – rappresenta un concerto senza fine, una delizia per noi, ma anche una tortura per le orecchie dei Talebani. Oltre a intrattenere e alimentare una relazione con la tradizione (un dialogo che si fonda su un bagaglio di conoscenze trasmesse), l’orchestra apre, nelle sue esecuzioni, lo scrigno prezioso dove ha posto e si rinnova il tesoro musicale di una memoria collettiva che non si esaurisce. Non si consuma. Alimenta, al contrario, la speranza.

Nello spazio condiviso di ogni palcoscenico le ragazze di Zohra, impegnate in una interazione fatta tanto di movimenti quanto di sguardi e di reciproca osservazione, sfidano il silenzio talebano dando vita ad un impasto di ordinati sincronismi sotto l’impero del tempo. E ci consegnano allo stupore che ti prende ogni volta che ascolti questa loro lingua unica e universale. Non perdiamoci questa bellissima occasione di vederle e ascoltarle “fare musica insieme”.

(Foto: www.zohra-music.org/)

Zohra, la musica che sfida il silenzio dei Talebani. Il racconto di Bettanini

Di Tonino Bettanini

Nata in Afghanistan sotto l’egida del National Institute of Music, l’orchestra femminile Zohra è diventata un potente simbolo di emancipazione e resistenza in un Paese dove alle donne è proibito anche solo far sentire la propria voce. Tra persecuzioni, fughe e concerti internazionali, la loro musica mescola strumenti tradizionali afghani e sonorità occidentali, portando al mondo un messaggio di libertà e bellezza. Il 10 luglio le ragazze di Zohra suoneranno a Milano, al teatro No’hma, in una serata che è molto più di un concerto: è un inno alla vita e alla dignità contro ogni forma di oscurantismo

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