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Mai come in questi ultimi mesi, l’Emilia-Romagna, sotto il profilo politico, era assurta ad un livello così elevato di “alta priorità”, conquistando una tanto rilevante centralità nel dibattito politico nazionale. Non che non lo meritasse, una regione grande, importante, popolosa, che ha realizzato, negli anni, traguardi significativi sotto molti aspetti, dalla vitalità economica e produttiva, ai livelli di welfare e di solidarietà sociale e alla vivacità del dibattito culturale e politico.

Ma, in passato, quando si svolgevano le elezioni regionali in questa terra fiorente – sia che votasse con gran parte delle consorelle a statuto ordinario, sia che votasse “disallineata” dalle altre, a causa di scioglimento anticipato, come è accaduto l’ultima volta, nel 2014  – a questo voto veniva dedicata un’attenzione contenuta, perché, sotto un profilo mediatico e strategico, non c’era pathos, non “faceva notizia”, il risultato era dato sempre per scontato, era la “regione rossa” per eccellenza, si metteva comunque in conto la certa vittoria della sinistra, come in Toscana, Umbria, forse anche Marche, ma in Emilia la vittoria “rossa” era ritenuta forse ancor più sicura.

Proprio per effetto della vittoria del centrodestra in Umbria, nell’autunno scorso, seguita dagli auspici trionfalistici di Salvini di vincere anche nelle successive competizioni regionali e soprattutto in Emilia, le elezioni in questa regione, nell’immaginario mediatico e collettivo, sono state percepite come una sorta di appuntamento decisivo per le sorti degli equilibri nazionali e per la stessa stabilità dell’esecutivo in carica, il Conte bis, a maggioranza giallorossa. Sembrano passare in secondo piano eventuali ragioni di rilevanza locale, a favore della continuità del governo regionale a guida Pd, o, al contrario, dell’avvento di un’alternativa, dopo mezzo secolo di egemonia della sinistra.

Della Calabria, poi, che vota nello stesso giorno, si parla molto meno, come se quel risultato fosse ritenuto, invece, ininfluente sulla sfida nazionale (in realtà entrambi gli esiti dovrebbero rivestire soltanto una valenza locale, ma ormai… una certa simbologia, nel dibattito, ha assunto il sopravvento). In soccorso della sinistra, in apprensione dopo il voto in Umbria, sono nate “le Sardine”, proprio a Bologna, dove la sfida “simbolica” si consumava, per poi espandersi nelle altre regioni, con una formidabile capacità di mobilitazione. E potrebbero costituire le future risorse per favorire il rinnovamento e il ricambio generazionale del Pd, i cui gruppi dirigenti si rivelano in affanno, dopo anni di governo ai livelli centrali e locali, a fronte della rapida avanzata della Lega di Salvini. Non saprei dire se veramente il governo giallorosso si troverà a traballare, a seguito di un’eventuale sconfitta di Bonaccini in Emilia Romagna. Potrebbe “vivacchiare” ancora, avvitandosi nei suoi conflitti interni, ma potrebbe anche, per reazione, serrare le fila e trovare una maggiore coesione interna.

In caso, invece, di vittoria del centrosinistra, il governo Conte bis si consoliderà sensibilmente e le elezioni politiche si allontaneranno. Se l’esito fosse questo, potrebbe essere percepito, inoltre, come una battuta d’arresto di quell’ascesa della Lega che negli ultimi tempi appariva irresistibile. Salvini si è sensibilmente esposto a sostegno della Borgonzoni, la sconfitta di quest’ultima sarebbe inevitabilmente anche la sua. E, a quel punto, Zingaretti potrebbe, con più forza, accelerare l’attuazione di quella sua strategia, già evidenziata e ora condivisa con convinzione dallo stesso Beppe Grillo, tendente alla trasformazione di un’alleanza di governo necessitata e poco convinta in una stabile coalizione, coesa nelle successive elezioni regionali e, quando sarà il momento, anche nelle politiche, tra Pd e 5 Stelle. Una sorta di riedizione dell’Ulivo, in un diverso contesto, con Conte nel ruolo di leader di coalizione – ma fuori dai partiti – che fu, in passato, di un altro professore, Romano Prodi.

Mentre, in caso di vittoria della Borgonzoni, il suo leader Salvini sarà sempre più percepito come il probabile trionfatore delle prossime politiche che, forse, a quel punto, potrebbero apparire più vicine. E il Pd potrebbe essere indotto a riconsiderare l’alleanza con il movimento grillino che, peraltro, nelle due regioni che votano il 26 gennaio, ha scelto di non coalizzarsi con i partners di governo, presentando propri candidati alla presidenza.

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