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Bernie Sanders non ha ancora perso le primarie democratiche, aritmetica dei delegati alla mano: lui ne ha 885; Joe Biden, il suo rivale, 1180; la maggioranza assoluta necessaria per la nomination è 1991; e si deve ancora votare in 23 Stati. Ma il senatore del Vermont ‘s’è perso’ le primarie: “Per il contagio del coronavirus la campagna non c’è più – scrive sul New York Times Lisa Lerer -: Sanders non può usare i comizi per infondere energia ai suoi sostenitori, non può contare sulla copertura mediatica”, che s’è tutta spostata sull’emergenza coronavirus.

Vale per Sanders e vale per l’ex vice-presidente di Barack Obama. Ma Sanders di fare campagna ha bisogno, per rimontare. Biden in fondo no: anzi, così tiene da parte soldi ed energie per il confronto con Donald Trump dopo l’estate.

Di qui al 4 aprile, non ci sono appuntamenti elettorali significativi: rinviato il voto in Georgia, resta quello a Portorico il 29 marzo. E non è neppure detto che quelli di aprile non siano posposti, causa contagio: la lista di Stati che spostano le primarie a maggio o a giugno s’allunga quasi ogni giorno.

Così, Sanders è al passo dell’addio o, almeno, a un passo dall’addio. Subito il netto inequivocabile 3 a 0 nelle primarie di martedì in Florida, Illinois e Arizona, il senatore del Vermont ha bloccato, ieri mattina, gli spot su Facebook: un preannuncio di abbandono della corsa, secondo i media Usa.

Sanders non ha ancora parlato. Lo fa il manager della sua campagna Faiz Shakir: “Non addolciamo la pillola, non è andata come volevamo. Abbiamo vinto la battaglia delle idee, ma stiamo perdendo quella sull’eleggibilità” con Joe Biden.

Il senatore ha ieri timbrato il cartellino in Campidoglio, votando i provvedimenti sul coronavirus; ed è poi volato in Vermont, per consultarsi con i suoi sostenitori. Shakir rileva che non c’è fretta. Ma fare campagna senza comizi e solo con gli spot costa; e Sanders potrebbe darci un taglio prima.

Chi lo dà già fuori, oltre che spacciato, è il presidente Donald Trump, che martedì s’è garantito, nelle sue primarie quasi solitarie, la maggioranza assoluta dei delegati alla convention repubblicana di Charlotte ad agosto e s’è quindi assicurato la candidatura repubblicana all’Election Day. Sanders “lascerà presto” scrive Trump su Twitter: “Il partito democratico avrà realizzato il suo desiderio più grande e avrà sconfitto Sanders molto prima del previsto … Ora fanno il possibile per essere carini con lui, per non perdere i suoi sostenitori”.

Il che è vero. Martedì sera, il discorso della vittoria di Biden era direttamente rivolto ai sostenitori di Sanders: “Ascolto le vostre istanze, so che cosa c’è in gioco, so che cosa dobbiamo fare”. Biden invita il rivale al ritiro così che i democratici possano concentrarsi “sull’emergenza coronavirus e sul bersaglio grosso”, cioè Trump: “Quello che ci serve ora è la speranza contro la paura, l’unità contro le divisioni, la verità contro le menzogne e la scienza contro la finzione”.

Nel 2016, Sanders non si ritirò, malgrado le pressioni dell’establishment democratico. Quest’anno, la pressione su di lui perché rinunci sono persino maggiori: quattro anni or sono, i democratici pensavano che avrebbero comunque vinto le presidenziali; quest’anno, sono consci che Trump sa vincere.

Usa2020

Sanders a un passo dall'addio. Il coronavirus complica la rimonta su Biden

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