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Diverse sensibilità. L’intervista al Financial Times del 30 settembre a Mario Draghi – probabilmente l’ultima che il presidente della Bce rilascia al quotidiano della City –
in Italia è passata soprattutto come un invito ad aumentare la spesa pubblica. Quasi un assist al governo guidato da Giuseppe Conte, alle prese con Def e Legge di Bilancio. L’altro messaggio che ha bucato l’attenzione in Italia è l’invito a rafforzare l’unione fiscale dell’Europa, altro tema un po’ più tecnico, ma che ci è caro perché abbiamo interesse a una maggiore condivisione del rischio sul debito.

Diversa la scelta fatta all’estero, a partire dallo stesso Ft, fin dal titolo: “Mario Draghi dichiara vittoria sull’Euro”. Quasi una provocazione per il media della comunità finanziaria che già da tempo dà segni di non condividere la politica espansiva del presidente italiano della Banca centrale europea. Difficile non notare come la rivendicazione di Draghi (“Abbiamo fatto abbastanza? Sì, abbiamo fatto abbastanza”) e il rilancio (“possiamo fare di più”), suoni come una risposta altrettanto provocatoria alle tante voci critiche che si sono levate contro la nuova stagione annunciata dalla Bce. La nuova edizione del quantitative easing è gradita a tutti. Non piace alla Germania, dove si è schierato persino il quotidiano popolare Bild, dipingendo Draghi come un dracula (Draghila) che prosciuga i risparmi dei tedeschi abbattendo i rendimenti.

La notizia proveniente da Francoforte che ha fatto più scalpore nei media esteri è quella delle dimissioni del membro del board Sabine Lautenschlager. Se ne è andata due anni prima rispetto alla scadenza del suo mandato, in aperta polemica con il nuovo programma di acquisti di titoli di stato da parte della Bce, deciso dal board il 12 settembre, a maggioranza (18 a favore 7 contrari).

Ma contro la nuova stagione di politiche accomodanti da parte della Banca centrale non c’è solo la Germania e l’Olanda. Anche la Francia, Paese spesso a fianco dell’Italia, “colomba” sulle politiche fiscali europee, si è schierata con Berlino. Il governatore centrale di Parigi Francois Villeroy de Galhau ha dichiarato la sua contrarietà al QE2.

Tutto lascia pensare che le ultime decisioni di Draghi rappresentino un lascito alla prossima presidente della Bce, la francese Christine Lagarde, molto difficile da gestire. E nella comunità finanziaria comincia a diffondersi il sospetto che la nuova presidente della Bce farà delle scelte diverse. Decisamente più vicina allo schieramento che pochi giorni fa ha votato contro Draghi, tanto che il nuovo programma di Quantitative easing, che non ha una scadenza, potrebbe essere rivisto e ridimensionato prima di entrare a pieno regime. Anche perché, fatta eccezione per alcuni paesi (come l’Italia) è possibile che gli stati non mettano sul mercato una quota sufficiente di titoli di debito pubblico. La nuova stagione della Bce, insomma, non inizia sotto il segno di Draghi. Lagarde, più che “fare di più”, potrebbe decidere di cambiare radicalmente rotta facendo scelte più gradite agli investitori, ma pericolose per le finanze pubbliche di uno stato indebitato come l’Italia.

Ecco come Parigi e Berlino preparano un cambio di rotta per il dopo Draghi

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