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Era il febbraio 2018 quando Luigi Di Maio, allora capo politico e candidato premier del Movimento Cinque Stelle, si presentò all’università Link Campus di Roma per una conferenza sulla politica estera in cui definì l’Europa “la casa naturale” del Paese. Fu accolto come un assist simbolico alla stagione governista, andato in scena sotto gli occhi attenti, in prima fila, del segretario della Farnesina Elisabetta Belloni (oggi al suo fianco al ministero), e di Vincenzo Scotti, presidente della Link, Dc della prima ora, più volte ministro. Quel rito di iniziazione contribuì a creare la leggenda di Scotti “mentore” dei Cinque Stelle. Di certo l’ex ministro dell’Interno ha seguito da vicino la maturazione del movimento di Beppe Grillo, e da politico navigato qual è ha capito che non sarà una meteora della politica italiana. Per questo, spiega a Formiche.net, chi pensa che le dimissioni di Di Maio da capo politico calino il sipario sulla sua leadership e sul Movimento rischia di prendere una cantonata. Tutt’altro. Di Maio ha in mano le carte per guardare con fiducia al futuro. Purché volga lo sguardo oltre l’alleanza di governo con il Pd.

Scotti, per Di Maio è la fine?

In politica la parola “fine” deve essere usata con parsimonia. Una battuta d’arresto significativa, questo è certo. Ora spetta a lui scegliere se giocare ancora un ruolo incisivo.

Quale?

Alla vigilia della sua nomina a ministro degli Esteri gli ricordai dalle colonne di Formiche.net che forse in quel momento la migliore scelta da fare era restare capo del Movimento e al contempo impegnarsi per traghettarlo da una posizione movimentista a una più adatta al governo del Paese.

Delle due l’una?

Se sei al governo devi fare scelte che hanno a riferimento il Paese nel suo insieme e travalicano i confini dei partiti e dei movimenti di appartenenza. Si governa in funzione di un’esigenza nazionale, che non può essere esigenza di una parte della Nazione.

Il capo politico che fa un passo indietro. Un dejavu?

È un file rouge continuo che attraversa la politica italiana dal secondo dopoguerra. La democrazia in Italia si è costruita su due pilastri: i partiti e i movimenti, che costruiscono una volontà nazionale, e i governi, che sono chiamati a un intervento immediato nella vita domestica e internazionale, tenendo conto degli impulsi che provengono dalla società. Due realtà che devono convivere, ma non sovrapporsi.

Due anni fa, alla vigilia del boom elettorale dei Cinque Stelle, le chiedemmo se Di Maio fosse un democristiano. Ci rispose: “non è un democristiano, ma neanche un rivoluzionario”. Vale anche oggi?

A sentire il suo discorso di congedo certamente sì. Quello che sicuramente non può funzionare è essere allo stesso tempo rivoluzionario e uomo di Stato. È il momento di una scelta. Ha un enorme spazio d’azione se vuole continuare a esercitare un ruolo politico, ma non può più rimanere con un piede in due scarpe.

Qualcuno nel Movimento pensa a una svolta in salsa progressista. L’abbraccio con la sinistra può essere fatale?

Deve fare una scelta strategica. Una strada percorribile è identificarsi in pieno con la funzione di governo. Un’altra è volgere lo sguardo più in là.

Dove?

Oggi la politica si muove velocemente. Il Movimento può ancora essere una forza condizionante nel Paese. Il condizionamento non arriva necessariamente dalla funzione di governo, ma dalla capacità di essere interpreti della società.

Insomma, si può dettare la linea anche fuori dalla stanza dei bottoni.

Nessuno prescrive che la politica si faccia in Parlamento o al governo. Ricordo una riunione del gruppo parlamentare Dc nel 1971. Dovevamo scegliere se eleggere presidente della Repubblica Moro o Leone. Intervenne Mario Scelba, vecchio popolare, e si rivolse ai giovani davanti di Iniziativa Democratica: “Quello che distingue noi popolari da voi, è che voi sapete come si gestisce il potere, ma non come si conquista”.

Grillo è garante del successo o del declino dei Cinque Stelle?

Questo dipende dai suoi prossimi passi. Il Movimento è nato grazie a lui, e come ogni movimento è cresciuto, cambiato, si è evoluto. Ora anche Grillo deve fare una scelta: essere garante di questa alleanza di governo, oppure di un Movimento che guarda oltre.

E Conte? Se lo immagina come prossimo leader del Movimento?

Non ha mai dimostrato di essere un leader politico, né ha alcuna esperienza. Diciamo che è un abile gestore degli equilibri di governo.

Scotti, domenica in Emilia-Romagna il governo rischia?

Non conta tanto l’elezione in sé, quanto il significato che la politica e il sistema mediatico hanno voluto attribuirle. Su una cosa sono tutti d’accordo: sarà un voto spartiacque.

Il voto spartiacque?

Quando è nato questo esecutivo era noto che ci sarebbe stata una lunga trafila di appuntamenti elettorali. Pd e Cinque Stelle hanno scelto di formare un’alleanza politica invece che siglare un contratto di governo. Il paradosso, oggi, è che nell’immaginario pubblico questa alleanza esiste, ma sul campo, in Emilia-Romagna, i due partiti correranno da soli.

Luigi Di Maio può rimanere in sella. Scotti spiega come

Era il febbraio 2018 quando Luigi Di Maio, allora capo politico e candidato premier del Movimento Cinque Stelle, si presentò all’università Link Campus di Roma per una conferenza sulla politica estera in cui definì l’Europa “la casa naturale” del Paese. Fu accolto come un assist simbolico alla stagione governista, andato in scena sotto gli occhi attenti, in prima fila, del…

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