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Sala della Congregazione Generale della Compagnia di Gesù. L’appuntamento è fissato per le 18:30, ma come nel suo stile Papa Francesco arriva con un quarto d’ora d’anticipo; con lui il quarto d’ora accademico è stato capovolto. Ma è stato capovolto anche il concetto di accademico; il docente è il discepolo. Sappiamo tutti che per il mondo cristiano i concetti di maestro e discepolo sono chiari, ma non capita spesso che un Papa dica quel che ha detto ieri Papa Francesco all’inizio del suo discorso: “Quando padre Spadaro mi ha dato i cinque volumi con gli Escritos del Maestro Fiorito – così lo chiamavamo, familiarmente, noi gesuiti argentini e uruguaiani –, mi ha parlato di una possibile presentazione. Infatti, li ha pubblicati la Civiltà Cattolica a cura di padre José Luis Narvaja. Allora a me è venuto il desiderio di esserci di persona. Gliel’ho detto subito: ‘E perché non far fare la presentazione a uno dei suoi discepoli?’. Lui mi ha chiesto: ‘Chi, per esempio?’. Allora gli ho risposto: ‘Io!’. Ed eccomi qui”.

Dunque non c’è stato bisogno di aspettare tanto per trovarsi davanti a una prima indicazione profondamente innovativa: il Papa che si presenta come discepolo di un semplice gesuita a noi sconosciuto, che non ha fatto granché per essere noto, conosciuto, famoso. Lui, ha detto Bergoglio poco dopo, pensava a una scuola, in cui “la proprietà intellettuale ha un senso comunitario”, infatti “nessun discepolo si sente padrone assoluto dell’eredità del suo maestro, al punto da escluderne gli altri. Al contrario, vuole comunicarla, moltiplicando i felici possessori dello stesso tesoro spirituale. E, più ancora, vuole comunicare proprio quella stessa comunicabilità”.

Dunque le lezioni sono già molte: il Papa, come insegna il Vangelo, si conferma discepolo e si considera discepolo di una scuola spirituale la cui produzione intellettuale è proprietà di tutti quelli che ne fanno parte, per trasmettere agli altri un tesoro spirituale da trasmettere ad altri ancora.

Nello sviluppo tre parole hanno preso il primato: metastoria, dialogo, libertà. Non è corretto non seguire lo sviluppo del ragionamento non seguendo il suo filo, ma la forza e l’insistenza sul termine libertà devo anteporla. Il discorso di Papa Francesco sul suo maestro Fiorito ha così tante volte ricordato che lui credeva nella libertà dell’interlocutore, del discepolo, da apparire una guida, l’indicazione di una direttrice di marcia. Con un maestro come lui è impossibile pensare che Bergoglio non abbia voluto dire che anche lui crede della libertà… Il metodo di questo gigante sconosciuto non era quello di farsi dire per poi correggere, indicare, no: lui sapeva ascoltare per far emergere, per costruire un percorso nella libertà dell’interlocutore. Siamo fuori da un altro percorso a noi tutti noto, da noi tutti conosciuto. Siamo fuori da un percorso che sapendo impone, e non c’è bisogno di dire come si chiami questo percorso.

Ma procediamo con ordine, è dovuto a un discorso così importante per capirne la profondità. E partiamo dalla metastoria. “Esiste una metastoria, che non si scopre a volte direttamente nei documenti, ma si basa sull’identità di una intelligenza mistica ed è dovuta all’azione continua di uno stesso Spirito Santo, invisibilmente presente nella sua Chiesa visibile, e che è la ragione ultima, ma trascendente, di questa omogeneità spirituale che si dà tra cristiani diversi di epoche differenti. Fiorito fa sua la prospettiva da cui un santo che ho canonizzato di recente, John Henry Newman, contemplava la Chiesa: “La Chiesa cattolica non perde mai ciò che ha posseduto una volta […]. Piuttosto che passare da una fase a un’altra della vita, essa si porta dietro la sua giovinezza e la sua maturità nella propria vecchiaia. La Chiesa non ha cambiato ciò che possedeva, ma lo ha accumulato e, a seconda della circostanza, estrae dal suo tesoro cose nuove o cose antiche”. Viene alla mente la bella frase di Gustav Mahler: “La tradizione è la garanzia del futuro e non la custodia delle ceneri”. Abbiamo attraversato poche righe di questo discorso e abbia già trovato un papa-discepolo e una tradizione che non custodisce ceneri, quelle del costantinismo ad esempio.

Dopo l’importantissima spiegazione del rapporto tra Miguel Angel Fiorito e importanti figure del pensiero religioso, come Hugo Rahner, il Papa è arrivato al punto del “maestro di dialogo”. Questo per me è stato il punto decisivo della lezione bergogliana.  “Descriverei una caratteristica molto evidente di Fiorito con questa espressione: nell’accompagnamento spirituale, quando gli raccontavi le tue cose, lui “si teneva fuori”. Ti rispecchiava quanto ti accadeva e poi ti dava libertà, senza esortare e senza dare giudizi. Ti rispettava. Credeva nella libertà. Quando dico che “si teneva fuori” non intendo che non si interessasse o che non si commuovesse per le tue cose, ma che ne restava fuori, in primo luogo, per riuscire ad ascoltare bene. Fiorito era maestro del dialogo in primo luogo con l’ascolto. Tenersi fuori dal problema era il suo modo di dare spazio all’ascolto, affinché si potesse dire tutto ciò che si aveva dentro, senza interruzioni, senza domande… Ti lasciava parlare. E non guardava l’orologio. Ascoltava mettendo il cuore a disposizione, affinché l’altro potesse sentire, nella pace che aveva il Maestro, ciò che inquietava il proprio cuore. E in questo modo ti veniva voglia di “andare a conferire con Fiorito”, come dicevamo, di “andare a raccontargli”, ogni volta che sentivi lotta spirituale nell’intimo, movimenti contrastanti di spiriti riguardo a qualche decisione che dovevi affrontare. Sapevamo che ad ascoltare queste cose si appassionava come o più di quanto si appassionano le persone normali a sentire le ultime notizie. Al Collegio Massimo, quella di andare a conferire con Fiorito era una frase ricorrente. La dicevamo ai superiori, ce la dicevamo fra di noi e lo raccomandavamo a quelli che erano in formazione. Il suo “tenersi fuori”, oltre che una questione di ascolto, era anche un atteggiamento di padronanza verso i conflitti, un modo di prenderne le distanze per non restarne coinvolto, come spesso accade, col risultato che chi dovrebbe ascoltare e aiutare invece diventi parte del problema, prendendo posizione o mescolando i propri sentimenti e perdendo obiettività.

Un Papa non può fare così, non può ascoltare singolarmente i fedeli. Ma il metodo di padre Fiorito gli è chiaramente rimasto: il metodo-Bergoglio non è giudicare (lo ha detto nella famosa frase “chi sono io per giudicare” che tanto ha scandalizzato i “benpensanti”) ma indicare un problema, far emergere un interrogativo sul quale indurci a riflettere ( “lo guardate in faccia il mendicante quando fate l’elemosina? Lo toccate?” Credo che molti ricorderanno queste domande).

Illustrato il metodo-Fiorito è emerso il prodotto-Fiorito:  “In questo senso, senza pretese teoretiche, ma in modo pratico, Fiorito è stato il grande ‘disideologizzatore’ della Provincia in un’epoca molto ideologizzata. Ha disideologizzato risvegliando la passione a dialogare bene, con se stessi, con gli altri e con il Signore. E a ‘non dialogare’ con la tentazione, a non dialogare con lo spirito cattivo, con il Maligno. Questo è rimasto tanto impresso in me: con il diavolo non si dialoga. Gesù mai ha dialogato con il diavolo. Gli ha risposto con tre versetti della Bibbia, e poi lo ha cacciato via. Mai. Con il diavolo non si dialoga. L’ideologia è sempre un monologo con una sola idea e Fiorito aiutava il suo interlocutore a distinguere dentro di sé le voci del bene e del male dalla sua propria voce, e ciò apriva la mente perché apriva il cuore a Dio e agli altri. Nel dialogo con gli altri aveva fra l’altro l’abilità di ‘pescare’ e di far vedere all’altro la tentazione dello spirito cattivo in una parola o in un gesto, di quelli che s’infilano in mezzo a un discorso molto ragionevole e in apparenza benintenzionato. Fiorito ti domandava di ‘quell’espressione che hai usato’ (che generalmente denotava disprezzo per altri) e ti diceva: ‘Sei tentato!’ e, mostrando l’evidenza, rideva con franchezza e senza scandalizzarsi. Ti esibiva l’oggettività dell’espressione che tu stesso avevi usato, senza giudicarti”.

Ecco dove nato il metodo interrogativo e disideologizzante di Papa Francesco. Ecco dove è nato un impianto culturale e di fede che sta cambiando molto più in profondità di come cambierebbe un’ordinaria riforma strutturale. Disideologizzare Roma, il centro che ideologizzava il mondo con il suo metodo colonialista, portando ora a Roma tutte le periferie, spirituali e territoriali, rendendola così davvero centro universale.

Ieri nell’aula della Congregazione Generale della Compagnia di Gesù tutti hanno potuto capire che la Chiesa credendo nella libertà crede nella belle bellezza del pluralismo del mondo e per questo vuole portare tutte le culture a Roma rendendo la Chiesa veramente, e finalmente, universale.

Bergoglio e il cristianesimo dei discepoli. L'analisi di Cristiano

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