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Ieri la World Bank ha approvato un piano di prestiti a Pechino, nonostante le obiezioni di Washington. Posizione su cui si trovava anche David Malpass, ai tempi in cui era al Tesoro, prima di essere nominato presidente dell’Istituto bancario mondiale.

Fino a 1,5 miliardi l’anno prestati a basso costo da qui al 2025, anno che per altro per il Dragone sarà cruciale, visto che secondo i progetti del segretario del Partito Comunista cinese, il capo dello Stato Xi Jinping, sarà quello in cui il Paese raggiungerà l’indipendenza tecnologica, ossia produrrà da sé tutta la componentistica necessaria. Nel 2019 il prestito della WB è stato di 1,3 miliardi, in calo rispetto ai 2,4 del 2017. Un netto decremento, previsto anche per gli anni a seguire.

Troppo poco secondo Trump e la sua amministrazione. Giovedì era stato il segretario al Tesoro, Steve Mnuchin, a difendere l’obiezione americana sui prestiti alla Cina durante un’audizione alla Camera. Una posizione, quella del confronto con Pechino, che è sostanzialmente una linea seguita in forma bipartisan al Congresso.

Difficilmente la Cina e gli Stati Uniti raggiungeranno un accordo prima del 15 dicembre, data in cui gli americani introdurranno un inasprimento dei dazi sui prodotti di Pechino (per ora congelati nel quadro dei negoziati). E Washington (forse anche per l’impossibilità di trovare una quadra) ha ultimamente aumentato le pressioni. Ha per esempio varato una legge a favore delle proteste democratiche di Hong Kong e i congressisti hanno chiesto alla Casa Bianca di sanzionare i gerarchi cinesi coinvolti con l’internamento nello Xinjiang. Ora il richiamo sui prestiti della Banca Mondiale, in mezzo vari altri attriti recenti — per esempio aver portato la Nato ad “affrontare” la Cina.

 

Stop soldi alla Cina! Trump contro la Banca Mondiale

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