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In una vecchia America erano le lotte degli oppressi ad infiammare le piazze. Si rivendicava il diritto di esistere in una società che doveva ancora conquistare la soglia dell’uguaglianza dei diritti. Non più il sovranismo bianco, antico retaggio degli Stati confederali. Ma tutti uguali di fronte alla legge: indipendentemente dal colore della pelle, dal luogo di origine della propria famiglia, dalla nazionalità dei propri avi. Martin Luther King, Malcolm X, come leader politici.

Ma anche Muhammad Ali, nato Cassius Marcellus Clay Jr, a Saint Louis, classe 1942, forse il più grande pugile, categoria dei pesi massimi, di tutti i tempi. E poi Tommie Smith e John Carlos, medaglia d’oro e di bronzo alle Olimpiadi del 1968. Pugno coperto da un guanto nero alzato sul podio, in segno di protesta. Negli anni più recenti, invece, il rito del “taking the knee”: dell’inginocchiarsi sul campo di gioco, in una muta condanna di ogni forma di razzismo, di discriminazione, di ingiustizia sociale. Con Colin Kaepernick, giocatore di football americano, che sacrifica la sua carriera per rimanere fedele ai propri principi.

Era l’America che illuminava la vita delle nuove generazioni di tutto il mondo. Che dava loro una ragione per sperare e protestare, convinti che, alla fine, quello era il traguardo che sarebbe stato raggiunto. Nonostante i sacrifici, e gli inevitabili contraccolpi. La brutalità della reazione poteva ritardare il processo. A volte deviarlo, perfino interromperlo. Ma subito dopo quel torrente carsico sarebbe di nuovo riaffiorato. Rafforzando la sensazione che il progresso verso una società più giusta e tollerante non poteva essere fermato.

Quel mondo, oggi, non esiste più. Non è più una parte della società civile che si rivolge ai santuari del potere per chiedere maggiore protezioni. Ma lo Stato in quanto tale che si trasforma nell’apparato repressivo, che dà la caccia all’immigrato. Che fruga nelle case e nelle cantine alla ricerca di coloro che hanno traversato, senza la prescritta autorizzazione, i sacri confini del Paese. E per farlo mobilita la Guardia nazionale e i reparti di Marines. Gli antichi guerrieri di tante battaglie, impiegati nei teatri di guerra dell’intero Pianeta, oggi trasformati in poco più che vigilantes. E come tali, armati di bastoni.

Come è potuta avvenire una trasformazione così radicale e repentina? Talmente profonda da risvegliare, dopo un attimo di esitazione, coscienze che si ritenevano assopite. Generando una protesta che non sembra avere confini. Ma che dall’epicentro di Los Angeles dilaga nelle principali città americane, per ricordare al mondo che non basta essere il Presidente del più forte Paese occidentale per poter decidere senza vincoli alcuni. Non tanto vincoli giuridici o legislativi – per questo la battaglia deve ancora cominciare – ma contro quei principi, che si sono sedimentati in una lunga storia fino a rappresentare le fondamenta di quello che era, ma lo è ancora, the spirit of America.

Quei principi di libertà che non si ritrovano tanto nelle istituzioni governative centrali, nello stato federale, bensì nella società civile, nei giornali, nelle associazioni, negli uomini di cultura, nelle tradizioni consolidate intorno agli emendamenti della Costituzione stessa, che costituirono il sogno degli jeffersoniani, ma che non divennero mai parte integrante della Carta fondamentale. Circostanza che non ha comunque impedito alla forza di quelle argomentazioni di poter agire, fino a cambiare, seppure con la pazienza dei forti, molti modi d’essere della realtà americana.

Ma se questo è il reale retroterra, basta allora vedere nell’egocentrismo di Donald Trump, nelle sue sconcertanti ed improvvide decisioni, la spiegazione di quello che sta avvenendo? O c’è dell’altro? Qualcosa che è più difficile scorgere ed esaminare, ma che comunque esiste. Si dice che il tycoon voglia prestare fede alle promesse fatte in campagna elettorale. Ma figuriamoci! Aveva anche giurato che avrebbe messo fine alla guerra in Ucraina, nel giro di pochi giorni. Che avrebbe fatto di nuovo grande l’America, ed invece sta segando il ramo buono su cui dovrebbe poggiare la politica economica e finanziaria del Paese più ricco del mondo. Insidiato – è vero –  dalla Cina, ma solo grazie ad artifici statistici – la correzione per il diverso potere d’acquisto – che in un mondo ancora globalizzato lascia un po’ il tempo che trova.

C’è un comune denominatore che lega l’accanimento contro gli immigrati, alla politica dei dazi, ed infine ai contrasti che hanno portato quasi alla rottura con Elon Musk, di cui Trump non ha apprezzato i giudizi sul Big Beautiful Bill, la legge finanziaria che dovrà essere approvata in corso d’anno. Recentissimamente il Cbo, il Congressional Budget Office, organo indipendente del Congresso, ha valutato il costo della presenza degli immigrati sulla finanza pubblica americana, nell’esercizio 2023: da un lato entrate – le tasse pagate – 10,1 miliardi di dollari; maggiori spese – soprattutto nel campo del Welfare – 19,3 miliardi. Con uno sbilancio di oltre 9.

Dati attendibili? Basterebbe andare in qualsiasi pronto soccorso italiano e misurare l’affluenza degli immigrati rispetto agli altri utenti. Oppure in qualsiasi altro centro che eroga servizi sociali. È vero gli immigrati producono maggiore ricchezza privata, ma il drenaggio sui conti pubblici è fin troppo evidente. Né il Cbo può essere accusato di partigianeria trumpiana. Nei giorni scorsi aveva valutato il Beautiful Bill. Costi aggiuntivi per la finanza pubblica: 2,4 trilioni di dollari nel decennio, nonostante i tagli previsti, che lasceranno 10,9 milioni di persone senza assicurazione sanitaria. Da qui l’ira funesta non solo di Donald Trump, ma dell’intera componente repubblicana del Senato, pronta ad insorgere contro il seminatore di dubbi.

Sui dazi è più o meno la stessa storia. Il problema non è quel deficit commerciale che c’è sempre stato per oltre un cinquantennio. Né le promesse fatte ai settori della old economy, ormai non più competitivi. Il tentativo è quello di trasferire parte del carico fiscale sui produttori esteri. Per ottenere le risorse necessarie per contribuire ulteriormente ad abbassare quell’asticella. Nel periodo 2007/2023, secondo i dati di Banca d’Italia, la pressione fiscale negli Usa è stata pari al 29,7% del Pil. Nell’Eurozona al 45,5%. Con una differenza di oltre un terzo. Che tuttavia non sembra essere sufficiente per placare gli appetiti dei più benestanti.

Di fronte a questi numeri una persona responsabile desisterebbe, ma Donald Trump non appartiene a questa categoria. Cerca quindi di forzare al massimo la situazione, aumentando la pressione anche nei confronti dei propri alleati. Come la richiesta di portare al 5% la spesa per la difesa, per ridurre il contributo finora fornito. È in qualche modo costretto a farlo a causa d’una spesa pubblica da tempo fuori controllo. Con un deficit federale che marcia al ritmo del 6/7% del Pil l’anno. Ed un debito pubblico che ha ormai l’abbrivio di quello italiano. Ma con una differenza: mentre nel Bel Paese i titoli del debito sovrano sono posseduti principalmente dalle Banche e dai residenti. I Treasury Bond americani sono soprattutto in mano agli investitori esteri: pelo sullo stomaco e pronti ad abbandonare la nave al minimo segno di pericolo. Per Trump una spada di Damocle che pesa sulla sua testa.

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L’America illuminava la vita delle nuove generazioni di tutto il mondo. Dava loro una ragione per sperare e protestare, convinti che, alla fine, quello era il traguardo che sarebbe stato raggiunto. Nonostante i sacrifici, e gli inevitabili contraccolpi. Quel mondo, oggi, non esiste più. Come è potuta avvenire una trasformazione così radicale e repentina? L’analisi di Gianfranco Polillo

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