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“Il conflitto è tornato al centro degli affari internazionali, dall’Ucraina negli ultimi anni al Medio Oriente nelle ultime settimane.” Aprendo la sua lecture all’evento organizzato dalla Med-Or Italian Foundation alla Luiss Guido Carli, il presidente del Kenya, William Samoei Ruto, ha collocato il suo intervento dentro un quadro globale segnato da crescente instabilità. Le rotte commerciali, ha osservato, hanno riacquistato una valenza strategica, mentre la sicurezza “non è più confinata ai confini territoriali”, estendendosi al cyberspazio, ai sistemi energetici e alle infrastrutture critiche.

A questo si aggiungono il ritmo accelerato del cambiamento tecnologico e l’impatto sempre più tangibile della crisi climatica. In un contesto così frammentato, la domanda di fondo diventa una: cosa definisce oggi uno Stato capace?

“La mia proposta è che si basi su almeno cinque attributi fondamentali: reattività, collaborazione, innovazione, resilienza e ambizione”, ha detto nel suo intervento – che è stato organizzato in occasione del vertice intergovernativo Italia-Kenya, cornice di una partnership sempre più strategica nell’ottica del Piano Mattei.

Ridefinire la capacità dello Stato

La risposta di Ruto non è astratta, ma operativa. Ciascuno di questi elementi corrisponde a un approccio concreto alla governance. “Uno Stato reattivo ascolta e agisce con chiarezza e rapidità. Uno Stato collaborativo riconosce che nessuna nazione ha successo da sola”.

L’innovazione, ha aggiunto, non consiste solo nel regolare la tecnologia, ma nel saperla utilizzare per produrre risultati. La resilienza è la capacità di assorbire gli shock senza interrompere il funzionamento del sistema. Al centro resta l’ambizione: “nessuna nazione cresce oltre l’orizzonte della propria visione”.

Il caso Kenya: oltre gli stereotipi

Da questo quadro concettuale, Ruto è passato all’esperienza concreta del Kenya. “Il Kenya è molto più di questo. È una nazione dinamica e proiettata al futuro, al centro della trasformazione africana”.

Situato lungo l’Oceano Indiano, all’incrocio delle rotte che collegano Africa, Medio Oriente, Asia ed Europa, il Paese si presenta come snodo geoeconomico e politico. Con una popolazione di oltre 55 milioni di abitanti – “in gran parte giovani, istruiti e ambiziosi” – il Kenya sta seguendo un percorso definito di riforme e consolidamento.

Negli ultimi tre anni, ha sottolineato, il Paese ha rafforzato le proprie riserve valutarie, stabilizzato la moneta, ridotto l’inflazione e recuperato la fiducia degli investitori. Parallelamente, sono migliorati alcuni indicatori sociali: l’accesso all’assicurazione sanitaria pubblica è passato “da meno di otto milioni a 30 milioni” di persone.

La “Silicon Savannah”

Un elemento centrale di questa trasformazione è la dimensione tecnologica. “Come ‘Silicon Savannah’ africana, il Kenya è un hub di innovazione, dove soluzioni digitali vengono sviluppate e scalate per un impatto reale”.

Dalle piattaforme di pagamento mobile come M-Pesa ai servizi pubblici digitali, l’innovazione viene descritta come inclusiva e orientata ai risultati. Il governo sta riprogettando i sistemi amministrativi per renderli “più accessibili, trasparenti e reattivi” attraverso la trasformazione digitale.

Infrastrutture, energia e industrializzazione

La parte più concreta dell’intervento è dedicata alle priorità economiche. Ruto individua tre pilastri: infrastrutture, agricoltura ed energia.

“Stiamo portando avanti una rapida espansione delle infrastrutture di trasporto e connettività”, ha spiegato, citando l’obiettivo di raddoppiare la rete stradale asfaltata e modernizzare porti e aeroporti. La connettività, ha sottolineato, “è la spina dorsale della trasformazione economica”.

Sul fronte agricolo, il focus è sulla sicurezza alimentare e sull’irrigazione su larga scala, con la costruzione di “almeno 15 grandi dighe”. L’energia rappresenta il terzo pilastro, con l’obiettivo di “più che triplicare” la capacità installata nei prossimi sette anni per sostenere l’industrializzazione.

A sostenere questo modello è un approccio basato su partnership, in particolare pubblico-privato, per mobilitare capitali nazionali e internazionali.

L’Africa nel sistema globale

Dal livello nazionale, Ruto ha ampliato lo sguardo al continente. “L’Africa deve stare in prima linea nell’ordine globale, contribuendo a definirne la direzione.”

L’Area di libero scambio continentale africana rappresenta, in questa prospettiva, uno strumento chiave per l’integrazione economica e la crescita industriale. Tuttavia, resta un nodo strutturale: la forte dipendenza dalle esportazioni di materie prime.

“Per partner come l’Italia e l’Unione Europea, questa rappresenta un’opportunità strategica… ma gran parte degli scambi resta concentrata nelle materie prime – uno squilibrio che dobbiamo affrontare insieme con urgenza.”

Dall’estrazione alla co-produzione

Il cuore del messaggio è proprio qui: ridefinire il modello di relazione tra Africa e partner internazionali. “Cerchiamo partnership che investano nella produzione in Africa, creando occupazione e generando ritorni sostenibili per gli investitori.”

L’industrializzazione, ha sottolineato, è l’unico modo per assorbire una forza lavoro in rapida crescita – fino a 12 milioni di giovani ogni anno – e trasformare la pressione demografica in un vantaggio economico.

Una riforma necessaria

La conclusione di Ruto si concentra sulle regole del sistema globale. “Oggi i Paesi africani affrontano costi del capitale sproporzionati… a causa di distorsioni strutturali nella valutazione del rischio.”

Secondo Ruto, l’architettura finanziaria internazionale riflette ancora equilibri superati e deve essere riformata per garantire un accesso più equo alle risorse. Anche sul fronte climatico emerge una doppia dimensione: da un lato gli effetti già tangibili della crisi, dall’altro le opportunità legate alla transizione energetica.

Un continente al centro

Nel complesso, la lecture offre una visione coerente che tiene insieme riforme interne, integrazione regionale e riequilibrio globale. “La domanda non è se l’Africa plasmerà il futuro, ma se lo costruiremo insieme.”

A Roma, il messaggio è stato chiaro: l’Africa non si considera più una periferia del sistema internazionale, ma uno dei suoi snodi centrali – e chiede, attraverso uno dei suoi leader più rappresentativi di questo momento storico, che anche le partnership riflettano questo cambiamento.

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