Skip to main content

C’è un paradosso nella politica contemporanea. Mai come oggi i leader sono stati capaci di parlare direttamente a milioni di persone, di identificare con sé stessi un partito e di trasformare un’elezione in un’investitura personale. Ma la forza politica non si misura soltanto nella capacità di conquistare consenso: conta anche la capacità di trasformarlo in decisione. Ed è qui che la personalizzazione del potere può nascondere una profonda debolezza.

La discussione sulla legge elettorale offre un buon punto di osservazione. Premio di maggioranza, indicazione del candidato premier, preferenze: discutiamo dei meccanismi attraverso i quali attribuire il potere politico. Ma stabilire chi governa non dice ancora molto su dove risieda, oggi, l’effettiva capacità di decidere.

«La sovranità appartiene al popolo», dice l’articolo 1 della Costituzione. Sappiamo chi ne è il titolare. Ma dove prendono realmente forma le scelte politiche? Una parte considerevole delle norme nasce negli uffici legislativi dei ministeri, nelle amministrazioni, nelle autorità indipendenti, nelle strutture tecniche nazionali ed europee. La magistratura è sempre più spesso chiamata a risolvere conflitti che la politica non è riuscita a comporre. È una legge naturale: il sapere produce potere. Il problema comincia quando la politica perde un proprio sapere autonomo.

La politica di bilancio ne offre forse l’esempio più evidente. Poche decisioni sono più politiche della scelta di come raccogliere e spendere le risorse pubbliche. Eppure si formano dentro una trama complessa di regole europee, previsioni macroeconomiche, compatibilità finanziarie e apparati altamente specializzati. Non significa che siano i tecnici a fare il bilancio. Significa che, quanto meno la politica dispone di competenze proprie con cui confrontarsi con quel sapere, tanto più rischia di dipenderne.

Ma la debolezza può manifestarsi anche nel modo opposto. Davanti alla complessità la politica può arretrare, affidandosi al sapere tecnico; oppure può fingere che la complessità non esista e sostituirle una risposta simbolica.

Il diritto penale ne offre proprio in questi giorni un esempio significativo. Dopo il caso Roggero è stato proposto di rendere non punibile, in presenza di un’aggressione armata in casa o in un esercizio commerciale, «qualsiasi reazione», anche indipendentemente dalla persistenza del pericolo e dalla natura difensiva della condotta. È una risposta politica immediata e comunicativamente potente. Ma una è una norma che pone problemi costituzionali difficilmente eludibili. Una legge concepita per reagire a una decisione giudiziaria rischierebbe così di tornare proprio davanti ai giudici, chiamati a definirne i limiti o a valutarne la compatibilità con la Costituzione.

Il legislatore pretende di ridimensionare il magistrato e finisce per consegnargli ancora più potere.

Sono dinamiche opposte, ma conducono allo stesso punto. Nel bilancio il sapere tecnico pesa a monte della decisione; nel diritto penale può acquistare spazio a valle. In entrambi i casi, una politica priva di cultura e competenze proprie rischia di essere più debole proprio quando pretende di mostrarsi più forte.

Abbiamo salutato la fine delle ideologie come una liberazione. Ma le culture politiche erano anche strumenti attraverso i quali una classe dirigente leggeva la realtà. Un liberale, un cattolico democratico, un socialista potevano non conoscere tecnicamente ogni dossier, ma possedevano una concezione della persona, dello Stato, del mercato, dell’autorità e della libertà attraverso la quale giudicarlo. E soprattutto non erano soli. Intorno a loro esistevano parlamentari, amministratori, studiosi, professionisti. Una classe dirigente, non soltanto un dirigente.

È a questo punto che il sovranismo pone una domanda che sarebbe sbagliato liquidare con sufficienza: quanto può dirsi pienamente democratico un sistema nel quale il luogo del consenso e quello della decisione tendono a separarsi?

La risposta è stata cercata soprattutto nella disintermediazione: rapporto diretto tra leader ed elettori, partiti sempre più identificati con chi li guida, riduzione di ciò che si frappone tra consenso e comando. Ma proprio qui emerge il paradosso. Governare una società complessa richiede conoscenze e strutture che non possono essere concentrate in una sola persona. Se la politica svuota i propri luoghi di formazione ed elaborazione, quel sapere non scompare: si sposta negli apparati tecnici, accrescendone il peso nelle decisioni.

I partiti novecenteschi erano luoghi di selezione e formazione. Possedevano scuole, fondazioni, uffici studi, riviste, correnti culturali. Quell’infrastruttura si è progressivamente impoverita. La politica è diventata straordinariamente sofisticata nel conquistare l’attenzione e assai meno attrezzata nel governare la complessità.

Gli apparati, invece, sono rimasti. Qualcuno deve scrivere il decreto, valutarne la compatibilità europea, prevederne le conseguenze finanziarie, interpretare una direttiva. È qui che populismo e tecnocrazia rivelano una sorprendente affinità. Il primo immagina una volontà popolare immediatamente riconoscibile; la seconda una soluzione tecnicamente corretta e, come tale, giusta. Entrambi diffidano di ciò che sta nel mezzo: rappresentanza, pluralismo, partiti, corpi intermedi.

Ma quello spazio apparentemente inefficiente è precisamente il luogo nel quale una democrazia trasforma il consenso in decisione e consente di attribuirne la responsabilità. Quando si svuota, non resta vuoto. Viene occupato da chi possiede gli strumenti tecnici per governare.

Il paradosso è allora completo. Il populismo nasce promettendo di restituire il potere al popolo, ma finisce per indebolire proprio le strutture politiche che consentono alla sovranità popolare di essere esercitata. Mentre il leader diventa più visibile, cresce il peso degli apparati.

Il miglior alleato della tecnocrazia può essere, dunque, proprio il populismo che pretende di combatterla. Sarebbe singolare se, proprio mentre celebriamo la sovranità popolare, la politica perdesse la capacità di darle sostanza. È questo, forse, il significato più attuale della sovranità disarmata: forte in apparenza, ma sempre più povera degli strumenti necessari per tradursi in governo.

 

populismo

La sovranità disarmata e il paradosso del populismo. La riflessione di Camera

Di Guido Camera

Il miglior alleato della tecnocrazia può essere proprio il populismo che pretende di combatterla. Sarebbe singolare se, proprio mentre celebriamo la sovranità popolare, la politica perdesse la capacità di darle sostanza. È questo, forse, il significato più attuale della sovranità disarmata: forte in apparenza, ma sempre più povera degli strumenti necessari per tradursi in governo. Il commento di Guido Camera, presidente di Italiastatodiritto

Meglio delle attese, ma a ritmi lenti. L'analisi di Zecchini sull'economia italiana

Tra dazi di Trump, rialzi della Bce e un dollaro in ripresa, il contesto esterno resta sfavorevole alla crescita. che comunque c’è. La sfida per Giorgetti è coniugare il sostegno all’economia con il riequilibrio dei conti. L’analisi di Salvatore Zecchini

Corsa di capitali nella Difesa italiana. I casi di Tekne, Deass e T-Defense

Di Marco De Robertis e Emanuele Rossi

Tre operazioni in quarantotto ore sono il segnale nitido di un fenomeno più ampio: capitali “trusted”, italiani, europei e soprattutto americani, riconoscono nell’industria della difesa italiana un valore tecnologico che la colloca tra i fornitori di riferimento dei grandi prime internazionali. “Sono tre operazioni importanti perché riguardano aziende con competenze rilevanti per la sicurezza e la difesa del Paese”, spiega Giovanni Soccodato a Formiche.net. “Possono dimostrare quanto sia importante un uso mirato e intelligente del Golden Power, capace da una parte di tutelare le competenze critiche e dall’altra di permettere l’intervento di capitali privati o stranieri su aziende strategiche”

La Cpac arriva a Roma. Asse Italia-Usa tra conservatori

Sin dallo scorso anno il numero uno della Cpac, Matt Schlapp, aveva spinto per organizzare una conferenza in Italia dopo aver promosso conferenze già in Ungheria e in Polonia dal 2025 e la sua prima edizione britannica a Londra a luglio, dove intervenne l’eurodeputato di FdI/Ecr Carlo Fidanza, capo della delegazione FdI al Parlamento europeo, sul delicato tema della migrazione. Più volte Giorgia Meloni è intervenuta alla Conferenza, l’ultima delle quali tramite collegamento video nel febbraio 2025. Tra i promotori spicca la figura di Marcel Kaminstein, consulente di Donald Trump

Virus artificiali, la nuova frontiera delle armi letali

È stato creato, grazie all’intelligenza artificiale generativa, un nuovo virus sintetico che potrebbe aprire la strada alla fabbricazione di agenti patogeni letali e altri armi biologiche. L’urgenza di un sistema di controllo

Il recupero dei booster mediante cavi. L'insolito caso dei brevetti solo cinesi

Di Simone Billi

Dal recupero del booster del Long March 10B si può riflettere sulla rilevanza dei brevetti cinesi che tracciano una strategia di protezione della proprietà industriale che potrebbe avere rilevanti implicazioni geopolitiche. Il punto di Simone Billi, capogruppo Lega in Commissione Esteri ed European Patent Attorney

Venezuela, a che punto sono i negoziati tra opposizione e regime?

Gettate le basi per i nuovi negoziati tra l’opposizione e il regime venezuelano. A guidare le conversazioni ci sono il presidente ad interim Delcy Rodriguez e Dinorah Figuera, leader dell’opposizione scelta da Washington. Perché questa volta potrebbe essere diverso? La posizione di Maria Corina Machado

 

Taiwan, quando la resilienza civile diventa parte integrante della deterrenza militare

Le esercitazioni Han Kuang hanno portato le forze taiwanesi sul Danjiang Bridge, uno dei possibili corridoi verso la capitale in caso di sbarco cinese. Il test mostra come la difesa dell’isola dipenda dalla capacità di rallentare un’avanzata militare senza perdere la continuità della vita civile

Il patto della Mecca. Riad, Ankara e Islamabad si legano con una clausola di difesa collettiva

Arabia Saudita, Turchia e Pakistan firmano un accordo di mutua difesa che richiama l’articolo 5 della Nato. Sullo sfondo, l’allarme saudita per una possibile escalation Houthi-miliziani iracheni sotto la regia dei Pasdaran

Dalla lotta armata al negoziato, così la Turchia archivia il conflitto con il Pkk

Al Parlamento turco si discute una legge che punta a favorire il disarmo del Pkk e il reintegro di migliaia di ex militanti. Prevista la sospensione delle pene per alcuni condannati, mentre restano esclusi i responsabili dei reati più gravi

×

Iscriviti alla newsletter