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Dietro al filo spinato c’è il volto di una bambina. Lungo i binari che entrano al campo della morte – per dirla con Sami Modiano – corrono gli echi delle vite spezzate. Mentre l’Europa torna a interrogarsi sul senso della Shoah – nella Giornata della Memoria – in un presente attraversato da nuove fratture, c’è una storia che costringe a rallentare e guardare negli occhi il Novecento. È quella di Elena, dieci anni, arrestata da sola a Torino nel marzo del 1944 e deportata ad Auschwitz senza che di lei resti traccia di ritorno. Da questa vicenda familiare e insieme collettiva prende forma Elena. Storia di una bambina sola nella Shoah (Giuntina), il libro di Fabrizio Rondolino, scrittore ed ex dirigente della sinistra italiana, che intreccia memoria privata e ricostruzione storica. Di qui, con Formiche.net, si arriva a una riflessione severa sull’oggi, a partire dal ritorno dell’antisemitismo e dalle ambiguità della sinistra europea.

Rondolino, Elena è una storia che lei conosceva da sempre. Perché diventa un libro solo ora?

È una storia che ho sempre saputo, ma che in famiglia non veniva raccontata. Il fratello di mia nonna era stato arrestato con la moglie e la figlia, poi deportato ad Auschwitz. Elena era la figlia. Questa vicenda è rimasta lì, sospesa, come accade spesso nelle famiglie segnate dalla Shoah. Tutto cambia quando una vicina di casa dei miei parenti mi contatta per chiedere l’assenso alla posa di una pietra d’inciampo a Torino. In quel momento sento un obbligo morale: sapere di più.

Ed è lì che scopre che Elena affrontò la deportazione da sola?

Sì. Scopro che Elena viene separata dai genitori, affidata ad amici, poi arrestata da sola dalle SS. Affronta da sola l’arresto, la detenzione, la deportazione. Durante le ricerche emerge che è l’unico caso documentato di una bambina ebrea italiana deportata completamente sola. A quel punto capisco che non è più solo una storia familiare: diventa una storia collettiva, con un valore anche storiografico.

Scrivere di una bambina rende la Shoah ancora più disturbante.

La Shoah è stata un fenomeno europeo, non solo tedesco. Noi siamo abituati a scaricare tutta la responsabilità sui nazisti, ma senza la complicità dei popoli europei non sarebbe stata possibile. Questo spiega anche perché basta così poco, oggi, per far riaffiorare la piaga dell’antisemitismo. I tedeschi hanno fatto i conti con la loro storia, molti altri Paesi europei no.

Oggi l’antisemitismo torna anche sotto nuove forme politiche. Cosa ne pensa?

È un fenomeno estremamente complesso e antico. Ma vedo una pericolosa rimozione. Gli eccessi del governo israeliano a Gaza vengono usati come un pretesto per scrollarsi di dosso la colpa di Auschwitz e rimettersi la coscienza a posto. Si confonde deliberatamente la Shoah con ciò che sta accadendo oggi, ed è una distorsione gravissima.

Lei muove critiche molto dure alla sinistra, pur da una storia di uomo di sinistra. Perché?

Provo un grande disagio personale e politico. La regressione della sinistra italiana non riguarda solo la questione ebraica, ma il venir meno di un’aspirazione riformista. Nel corso degli anni la sinistra aveva costruito un buon rapporto con il mondo ebraico e anche con Israele. Il PCI ha avuto una storia di vicinanza a Israele. Tutto questo oggi sembra cancellato, ed è di estrema gravità.

Il governo israeliano può essere criticato, senza sfociare nell’antisemitismo?

Ovviamente, come peraltro lo criticano la maggioranza degli israeliani. Ma da qui a parlare di genocidio o a definire Israele uno Stato criminale c’è un salto che non va fatto. La sinistra dovrebbe costruire un argine d’acciaio contro l’antisemitismo, non legittimarlo – o comunque avere atteggiamenti ambigui – con parole irresponsabili.

Il Pd ha sbagliato a scendere in piazza con i pro Pal?

Sì. La posizione ufficiale è “due popoli, due Stati”, ma questo implica anche due democrazie. Uno Stato palestinese non può essere governato da Hamas. Se in una manifestazione c’è simpatia per Hamas, non ci si deve andare. Punto. Si organizza una manifestazione parallela. 

Elena è anche un libro sul presente, allora.

Certo: la memoria non è un esercizio rituale. È una responsabilità. Elena è un nome, una bambina, una vita spezzata. Ricordarla oggi significa capire che certe parole, certi silenzi, certe ambiguità hanno già prodotto conseguenze irreversibili. E possono produrle di nuovo.

Nella storia di Elena il dramma della Shoah (e le colpe di oggi). Parla Rondolino

In occasione della Giornata della Memoria, Fabrizio Rondolino racconta in Elena la storia della cugina di suo padre, unica bambina ebrea italiana deportata da sola ad Auschwitz, trasformando una vicenda familiare rimossa in una riflessione collettiva sulla Shoah. Nell’intervista critica le ambiguità della sinistra sull’antisemitismo, distingue la legittima critica al governo israeliano dalla delegittimazione di Israele e avverte: senza fare i conti con la storia europea, l’odio antiebraico è destinato a riaffiorare 

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