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Il Presidente Trump ci ha ormai abituati a dichiarazioni forti e decisamente sopra le righe, soprattutto quando parla di politica estera. Il suo linguaggio, spigoloso, diretto e fuori dai canoni della tradizione diplomatica si inserisce nel contesto di una visione del mondo quale arena fortemente competitiva, all’interno della quale ci si deve muovere con logiche speculatorie e tramite un uso della forza, militare ed economica, ampio, diretto e disinvolto. Quando discute della Nato, poi, il tycoon non lesina pesantissime critiche, accusando i partner europei di essere una zavorra strategica per gli Stati Uniti e minacciando l’uscita di Washington dall’Allenza, soprattutto quando la distanza politica e di interessi tra le due sponde dell’Atlantico si acuisce, come nel caso della Groenlandia e della guerra in Iran.

Per essere chiari, l’inquilino della Casa Bianca non può decidere di lasciare la Nato con un atto d’imperio. La procedura prevede un atto ufficiale del Congresso, con una maggioranza dei due terzi. Tuttavia, il Presidente può diminuire il livello di impegno statunitense, inasprire le differenze con gli altri membri e, in casi estremi, disertare o snobbare riunioni strategiche. In sintesi, Trump può svuotare l’unità della Nato ed inficiare la sua solidità ed il suo funzionamento dall’interno senza dover formalmente abbandonarla.

In ogni caso, sarebbe un errore strategico circoscrivere il rigetto atlantico ad una postura puramente ed esclusivamente trumpiana. Molto probabilmente, la verità è un’altra. La società e l’elettorato statunitensi sono cambiati e la nuova classe politica a Stelle e Strisce è interprete dei loro nuovi orientamenti, che non hanno l’Europa e la Nato al centro dell’agenda e in cima alle priorità. Se la postura statunitense è totalmente incentrata al confronto con la Cina, il baricentro globale diventa l’Asia. In questo contesto, un’alleanza nata per difesa degli europei e del mondo occidentale dalla minaccia sovietica perde significato e centralità. Inoltre, se i membri dell’Alleanza, al di là delle prescrizioni contenute nei trattati, non sono in grado di contribuire al disegno strategico statunitense, mostrando reticenza a seguire la Casa Bianca in Estremo Oriente o contro l’Iran, la frattura atlantica non può che acuirsi.

Del resto, la Nato era sorta sulle ceneri di due Guerre Mondiali, provocate da Paesi e europei e che hanno provocato immani distruzioni sul Continente Europeo. Queste due tragedie hanno segnato la cultura politica e strategica dell’Europa, creando una limitazione profonda nella disponibilità all’uso della forza militare ed un rifiuto verso i rischi connessi ai conflitti e alle loro possibili escalation. L’Europa non è disposta a combattere e rifiuta di accettare che il mondo è cambiato e che l’epoca della pace “scontata” è finita. Sperare che, dopo Trump, il mondo torni nella tranquillità (presunta) del passato è una poco pia illusione. La natura del rapporto transatlantico potrebbe essere cambiata per sempre, il che impone ai Paesi europei di investire maggiormente nell’autonomia strategica nel settore della Difesa, pensando alla necessità di accrescere le proprie capacità nelle comunicazioni, nel trasporto strategico, nell’intelligence e nel cyber. Ovviamente, nessuno può farcela da solo e, per questo motivo, risulta imprescindibile pensare a formule innovative, compreso un procurement condiviso nel disegno della tanto agognata integrazione europea nella Difesa.

Vi spiego il significato del rigetto atlantico di Trump. Scrive Margelletti

Sarebbe un errore strategico circoscrivere il rigetto atlantico ad una postura puramente ed esclusivamente trumpiana. Molto probabilmente, la verità è un’altra. La società e l’elettorato statunitensi sono cambiati e la nuova classe politica a stelle e strisce è interprete dei loro nuovi orientamenti, che non hanno l’Europa e la Nato al centro dell’agenda e in cima alle priorità. La riflessione di Andrea Margelletti, presidente CeSI

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