Skip to main content

La riforma elettorale, recentemente approvata dall’Aula del Senato, promette di restituire agli italiani una delle prerogative più semplici e, insieme, più simboliche della democrazia rappresentativa: scegliere i propri rappresentanti in Parlamento. Il ritorno delle preferenze viene presentato come la fine della lunga era delle liste bloccate e come una riconquista del rapporto diretto tra elettore ed eletto. Ma basta scendere dalla propaganda ai numeri per accorgersi che la rivoluzione è, in realtà, molto meno significativa di quanto racconti la narrazione politica. Le preferenze tornano, sì. Ma tornano in misura talmente limitata da lasciare sostanzialmente intatto il potere dei partiti — e soprattutto dei loro vertici — di decidere chi avrà davvero un posto in Parlamento.

Quella approvata dal Senato appare dunque meno come una svolta e più come un compromesso al ribasso: un’operazione di maquillage istituzionale che consente di sventolare una bandiera identitaria senza rinunciare al controllo sulle candidature. Il cittadino recupera formalmente la possibilità di indicare un nome, ma solo entro uno spazio di scelta che resta largamente delimitato dagli apparati di partito.

Dietro la retorica di facciata si nasconde, infatti, un preciso meccanismo: le preferenze tornano, ma solo per pochi partiti e in una quota assai ridotta di seggi. Lo mostrano bene le simulazioni statistiche di YouTrend, che ridimensionano la narrazione del ritorno alla scelta dei candidati e rivelano come l’incidenza reale delle preferenze dipenda quasi esclusivamente dalla dimensione elettorale del partito.

Per le forze politiche che si collocano sotto il 10 per cento dei consensi, l’effetto è sostanzialmente nullo. In questa fascia rientra la stragrande maggioranza dei partiti: non soltanto i piccoli gruppi di opposizione, ma anche i due principali alleati di governo di Fratelli d’Italia. Per loro, i seggi disponibili si esauriscono sistematicamente con i capilista. Le liste bloccate, dunque, restano nei fatti quasi intatte.

Un discorso quasi analogo vale per le forze che gravitano poco sopra il 10 per cento, come il Movimento 5 Stelle: qui la quota di parlamentari la cui elezione sarebbe effettivamente determinata dalle preferenze si ferma a un marginale 5 per cento degli eletti.

Il meccanismo comincia a produrre effetti tangibili soltanto per i partiti che raggiungono o superano il 20 per cento. Ed è qui che emergono i veri “beneficiari” della riforma: Fratelli d’Italia e Partito democratico. Per formazioni di queste dimensioni, la quota di eletti attraverso le preferenze sale a circa un terzo alla Camera e a poco più di un quarto al Senato.

Il paradosso è evidente: le preferenze tornano, ma soprattutto dove i grandi numeri consentono loro di incidere. La promessa di restituire agli elettori la scelta dei parlamentari si trasforma così in un meccanismo selettivo, che amplia solo marginalmente la contendibilità interna dei partiti maggiori e lascia sostanzialmente intatto il potere dei vertici sulle candidature.

Politicamente, la mossa della presidente del Consiglio risponde a una precisa esigenza di sopravvivenza tattica. Da un lato, Giorgia Meloni ha disinnescato l’iniziativa del Partito democratico, che aveva provato a mettere in difficoltà la maggioranza con un subemendamento che prevedeva il ritorno alle preferenze senza capilista bloccati e, al tempo stesso, a intercettare le simpatie di una parte dei senatori di FdI favorevoli al ritorno delle preferenze integrali. Dall’altro, ha evitato di irritare gli alleati di governo, fermamente contrari a un sistema capace di ridurre il controllo dei vertici sulle candidature.

Il risultato è un baratto politico cinico, ma efficace. Meloni sacrifica una quota minima di caselle nella prossima compagine parlamentare per poter rivendicare mediaticamente il ritorno delle preferenze, senza però intaccare il principio fondamentale del sistema: saranno infatti ancora i partiti, e in larga misura i loro vertici, a decidere chi avrà una concreta possibilità di entrare in Parlamento.

Le preferenze, insomma, ci sono. Ma non abbastanza da cambiare davvero la natura del meccanismo, che sarà modificato solo in piccola parte. Si tratterà, dunque, di una minima concessione, non di un’effettiva restituzione. Una finestra socchiusa nel sistema delle liste bloccate, non certamente la loro definitiva demolizione.

Preferenze, ma non troppo. Gli effetti reali della riforma elettorale

La riforma elettorale reintroduce le preferenze, ma il loro impatto resta limitato. Le simulazioni mostrano che solo i partiti più grandi ne trarranno un beneficio reale, mentre per molti seggi continueranno a essere decisive le scelte dei vertici di partito. L’opinione di Salvatore Di Bartolo

Ecco la bomba Houthi sulla la rotta del petrolio. L'analisi di D'Anna

Piange il telefono fra Riad e Washington. Bin Salman ha parlato due volte al telefono con Donald Trump per esortarlo a fermare gli Houthi. E per due volte il presidente americano ha fatto orecchie da mercante, nonostante ormai le milizie islamiche filo iraniane controllino di fatto la costa yemenita del Mar Rosso. L’analisi di Gianfranco D’Anna

Questione sociale, la politica deve riscoprire Donat-Cattin e Marini. La proposta di Merlo

Tra assistenzialismo e ricette liberiste, le nuove disuguaglianze richiedono una cultura politica capace di coniugare lavoro, welfare e crescita. Riscoprire la lezione di Donat-Cattin e Marini può restituire concretezza al dibattito e credibilità all’azione dei partiti

L'Europa giochi duro con la Cina e metta i dazi se vuole sopravvivere. Parla Forchielli

Appalti, investimenti, pannelli, va tutto bene per contrastare il Dragone. Ma l’unica vera arma rimane il caro vecchio dazio ed è ora che l’Ue faccia una scelta di campo, sposando la causa della guerra commerciale contro Pechino. I Brics non sono immuni dalla crisi di Hormuz, chiederanno l’immediato stop alla guerra contro l’Iran. Conversazione con l’economista, saggista e imprenditore Alberto Forchielli

Medio Oriente, lo stallo armato che trasforma il disordine in sistema. L'analisi di Dentice

Di Giuseppe Dentice

Il Medio Oriente è in uno “stallo armato”, con un equilibrio coercitivo che impedisce a qualsiasi attore di imporre il proprio ordine. Raid, deterrenza, cessate il fuoco fragili e negoziati convivono nello stesso spazio strategico. Le potenze regionali si comportano sempre meno come costruttori di ordine e sempre più come gestori del rischio, cercando di ridurre la dipendenza da un singolo garante e aumentare la propria capacità negoziale. L’analisi di Giuseppe Dentice, analista dell’Osservatorio sul Mediterraneo (Osmed) dell’Istituto di Studi Politici San Pio V.

Delhi al centro del mondo. La scommessa indiana sui Brics

Tra Putin, Xi, Pezeshkian e le fratture che attraversano l’ordine globale, il vertice Brics mette alla prova l’autonomia strategica dell’India. La sfida di Modi è fare della multipolarità uno spazio di dialogo, evitando che diventi soltanto una nuova politica dei blocchi

Xi, Putin e la crisi in Iran. Al via il vertice Brics nel segno dell'India

A Nuova Delhi il diciottesimo vertice del blocco di Paesi antagonista al G7, con Narendra Modi padrone di casa. Xi e Putin si parleranno, ma al momento non è previsto nessun bilaterale. Hormuz e la crisi petrolifera al centro dei lavori

Deficit di immaginazione. Cosa rivela il sondaggio Ecfr-Ecf sugli europei

L’Europa che molti cittadini vorrebbero riescono già a descriverla: più unita, più sicura, più autonoma e capace di proteggere prosperità e benessere. Ciò che una parte consistente di loro non riesce ancora a immaginare è come l’Ue di oggi possa diventare quella di domani. Il nuovo report Ecfr-Ecf fotografa il “deficit di immaginazione” che pesa sul futuro dell’Unione

Perché l'attacco all'America fu uno spartiacque della storia. Pagliara racconta l'11 settembre

Di Claudio Pagliara

L’attacco all’America è apparso come uno spartiacque della storia. Con le Torri gemelle è andato in fumo anche l’ottimismo di Fukuyama, che dopo la vittoria degli Usa nella Guerra fredda e la dissoluzione dell’Unione Sovietica aveva teorizzato la fine della storia. Combatterlo è apparso subito un’impresa destinata a richiedere non solo un’offensiva militare contro gli autori dell’attacco, ma anche un ripensamento del delicato equilibrio tra sicurezza e libertà. L’analisi del giornalista Claudio Pagliara

Vi racconto l'eterno ritorno del populismo. Scrive Cadelo

Di Elio Cadelo

Il populismo tende a sostenere che, una volta identificata una volontà autentica del popolo, gli ostacoli istituzionali frapposti alla sua realizzazione debbano essere considerati illegittimi. Ed è su questo terreno che populisti di destra e di sinistra, pur partendo da valori e obiettivi profondamente differenti, mostrano una significativa parentela strutturale. L’analisi di Elio Cadelo

×

Iscriviti alla newsletter