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Attaccare o non attaccare? Firmare l’accordo oppure no? In queste ore, il mondo intero sembra pendere dalla volontà di Donald Trump e dai dubbi amletici che lo stanno circondando con riferimento a una possibile soluzione della crisi con l’Iran. Alcune indiscrezioni rivelano che l’accordo sarebbe cosa fatta e che il Presidente statunitense potrebbe annunciarlo già domenica 31 maggio: tuttavia, queste voci si ripetono da una settimana al punto che sembra ormai di vivere in un continuo giorno della marmotta in cui ci si sveglia puntualmente con le prospettive di un accordo imminente e si va a dormire senza che in realtà nulla sia accaduto. Da altre notizie pare invece che Trump sia molto tentato dall’ipotesi di riprendere le ostilità militari, e che stia sul punto di premere il bottone per chiudere definitivamente la partita con Teheran attraverso una nuova campagna di bombardamenti a tappeto. Qual è, dunque, lo scenario più probabile?

Diciamo subito che si stanno creando aspettative eccessive e ingiustificate sull’evoluzione del conflitto: sia che si vada nella direzione dell’uno o dell’altro scenario, la crisi nel Golfo non è ancora in procinto di essere definitivamente risolta. Vediamo perché. Nel primo caso, ovvero se Trump desse il suo via libera al deal con gli iraniani, si tratterebbe solamente di un accordo preliminare e a tempo, che porrebbe soltanto le basi per definire i dettagli operativi entro 30 (oppure 60) giorni nel tentativo di portare alla riapertura di Hormuz, alla ‘normalizzazione’ del programma nucleare iraniano, e all’eventuale smaltimento dell’uranio arricchito.

Una roadmap che è costellata da ostacoli: per quanti anni, ad esempio, l’Iran dovrebbe rinunciare all’energia nucleare? E a chi verrebbe affidato l’uranio da mettere in sicurezza e smaltire? Nella regione, Turchia e Russia (che hanno firmato e ratificato il Trattato di Non Proliferazione nucleare) potrebbero farsi carico del materiale, ma è evidente che per le parti in causa sarebbe problematico accettare un ruolo attivo di questi Paesi, non fosse altro perché il regime di Teheran ha messo il veto sulla cessione delle proprie scorte dimostrando apertura solo a una diluizione della purezza del proprio materiale fissile. Con la prospettiva di allargare ad altri paesi del già defunto Jpcoa (Joint Comprehensive Plan of Action) oltre quelli iniziali, e questa volta si auspica anche Italia, un accordo generaledi stabilizzazine per l’area da negoziare nei prossimi mesi se non anni

Nel secondo caso, invece, la ripresa di un attacco militare su larga scala è oggettivamente improbabile. Al momento, le forze presenti nell’area non lasciano pensare a una massiccia ripresa delle ostilità anche perché gli Stati Uniti, dopo la prima ondata di bombardamenti, hanno dato fondo a scorte cospicue di missili e munizioni. Dunque, al di là di attacchi molto mirati e di natura prettamente simbolica, non aspettiamoci attacchi che potrebbero riportare l’Iran all’età della pietra come minacciava il tycoon fino ad alcune settimane fa. In realtà, quello a cui potrebbe mirare Trump è un prolungamento dell’attuale situazione di incertezza, che potrebbe lasciare l’economia globale sotto la spada di Damocle della chiusura di Hormuz con l’obiettivo di penalizzare soprattutto la Cina. Non dimentichiamoci infatti che questa situazione, in un contesto di restringimento dell’offerta globale di petrolio e gas e di rialzo dei prezzi, sta favorendo le esportazioni statunitensi di idrocarburi.

Insomma, il vero punto della questione, e che sta probabilmente disturbando il sonno dell’inquilino della Casa Bianca, è come uscire da questo cul de sac dichiarandosi vincitore. Nella migliore delle ipotesi, infatti, si ritornerà alla situazione precedente all’attacco israelo-statunitense, con il passaggio gratuito da Hormuz o a pagamento rimpinguando le casse iraniane e omanite (anche se ci vorranno mesi per tornare a una piena operatività dello Stretto) e il regime degli ayatollah ancora al suo posto e praticamente intatto, con una componente civile e militare preponderante, senza il cambio di regime che era stato auspicato e incoraggiato da Donald Trump nelle prime fasi del conflitto. È evidente che il Presidente non può permettersi di perdere la faccia, soprattutto nei confronti di un’opinione pubblica interna che approva sempre meno il suo operato, mentre le elezioni di mid-term continuano ad avvicinarsi. Sui piatti della bilancia dei dilemmi di Trump, in questa fase, il peso maggiore sarà determinato proprio da queste considerazioni politiche.

Hormuz, tutti i dilemmi di Trump. Il punto di Castellaneta

Il vero punto della questione, e che sta probabilmente disturbando il sonno dell’inquilino della Casa Bianca, è come uscire da questo cul de sac dichiarandosi vincitore. È evidente che il Presidente non può permettersi di perdere la faccia, soprattutto nei confronti di un’opinione pubblica interna che approva sempre meno il suo operato, mentre le elezioni di mid-term continuano ad avvicinarsi. L’analisi dell’ambasciatore Giovanni Castellaneta

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