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Qualche giorno fa il Financial Times evidenziava come stiano emergendo alcune criticità all’interno della filiera finanziaria a supporto dello sviluppo di data centers soprattutto negli Stati Uniti. In particolare, le compagnie di assicurazione faticano sempre più a coprire i rischi associati ai danni che tali strutture possono subire, in special modo alla luce dei recenti attacchi inflitti dall’Iran ai data centers dei Paesi arabi limitrofi e alle minacce fisiche o virtuali cui, come messo in luce da Formiche, esse devono far fronte di pari passo con l’accresciuto ruolo strategico assunto negli ultimi anni.

Il quadro che emerge dalla guerra tra Iran e Stati Uniti-Israele, indipendentemente dal suo esito finale e dalle sue ricadute strategiche, indica senza equivoci come l’apparato militare convenzionale delle grandi e medie potenze si regga ormai interamente sulla capacità dei sistemi di intelligenza artificiale di cui dispone di selezionare obiettivi e guidare attacchi di precisione in proporzioni nemmeno immaginabili anche solo un decennio fa.

Per gli Stati Uniti, in particolare, la scelta di affidarsi in modo sempre più pervasivo – donde la diatriba tra Dipartimento della Guerra e Anthropic – a tali sistemi si configura ormai come obbligata alla luce dell’insofferenza della propria popolazione rispetto alle cosiddette forever wars, il cui orizzonte, peraltro, si è talmente ristretto in termini temporali da rendere inappropriato l’uso dell’avverbio. In altre parole, tassi di precisione come quelli della campagna contro l’Isis – 2.000 obiettivi centrati nei primi 6 mesi contro gli stessi dei primi 4 giorni dell’ultimo conflitto – avrebbero semplicemente dissuaso qualunque leadership di Washington dall’intraprendere qualunque sforzo bellico nell’attuale frangente.

Ora, invece, l’opzione militare esiste e, anzi, se efficacemente esercitata, è in grado di far emergere in modo ancora più netto il divario tra attaccante ed attaccato e di degradare lo status di quest’ultimo anche quando non viene raggiunto l’obiettivo di annientarlo del tutto. Inoltre, è ormai proprio il grado di integrazione dell’intelligenza artificiale lungo tutta la filiera bellica a ridefinire le gerarchie tra potenze, con in particolare quelle medie, in quanto impossibilitate a ospitare nel proprio territorio un adeguato ecosistema di data centers per ragioni di vulnerabilità, che vedono sempre più minacciato il proprio status e, conseguentemente, la propria sicurezza.

Come si diceva, però, la spinta ormai inarrestabile ad assemblare negli Stati Uniti, proprio per i motivi di sicurezza cui si faceva cenno, portafogli di data centers sempre più numerosi e potenti porta con sé inevitabilmente il pericolo di strozzature in sede di raccolta delle risorse finanziarie. Le compagnie di assicurazione, così, si vedono costrette a scaricare parte del rischio connesso a tale impetuoso sviluppo sul resto del sistema finanziario, in particolare sul mercato dei capitali privati, cui viene ora offerto di investire in catastrophe bonds che pagano un premio a fronte del rischio di perdere il capitale se si verifica l’evento catastrofico.

Il fatto che gli strumenti in questione siano per ora appannaggio prevalentemente di investitori alternativi in cerca di ritorni molto più alti del benchmark testimonia però di come per il momento lo sforzo di condivisione del rischio sia riuscito solo in parte e a costi relativamente elevati, aspetto a sua volta rivelatore di un’urgenza di alleggerire il collo di bottiglia piuttosto che di una pianificazione accurata.

Se nel breve/medio termine la platea di investitori si allargherà, il tranching degli strumenti sarà più articolato in modo da soddisfare più appetiti di rischio e il menu di strutture a disposizione sarà più variegato, allora dovremmo inferire che il sistema avrà ritrovato un suo equilibrio. Soprattutto, però, essendo del tutto inservibili, in questo come in moltissimi altri casi, le tradizionali metodologie di pricing degli assets, avremo una misura di come gli Stati Uniti vengono percepiti sul piano strettamente geopolitico da parte degli investitori globali.

Naturalmente è un problema degli Stati Uniti; l’unica altra grande potenza che dispone di una infrastruttura simile, ossia quella Cina che più volte – anche nel caso del cessate il fuoco nel Golfo? – si è dimostrata disponibile al G2, si arrangia, per ora, con mezzi propri.

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