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C’è una precisa strategia bellica nelle nuove ondate di bombardamenti dell’Iran decise da Trump. Inizialmente attribuita al quotidiano teatrino trumpiano della politica internazionale, oscillante fra Freud, Nietzsche e Pirandello, la decisione di riprendere il martellamento delle riattivate e ulteriormente potenziate postazioni missilistiche e delle infrastrutture militari dei pasdaran, è stata attuata sulla base delle rilevazioni satellitari e del costante monitoraggio da parte dell’intelligence delle mosse del regime degli ayatollah.

Piani resi evidenti dalle oceaniche manifestazioni di odio, di incitamento alla vendetta e all’eliminazione di Trump che stanno caratterizzando i sei rabbiosi giorni dei funerali i Khamenei e, soprattutto, dalla occulta riattivazione nei bunker sotterranei del programma nucleare e dalla ripresa in grande stile delle produzioni di missili balistici e droni.

Un massiccio riarmo che contraddice platealmente, sull’onda delle deliranti manifestazioni di piazza che hanno trasformato la defunta Guida Suprema in un feticcio di morte e distruzione perpetua per Washington, tutte le essenziali condizioni negoziali già sottoscritte e le conclamate intenzioni di raggiungere un accordo di pace.

Un concetto che Trump ha sintetizzato con le battute: “Per me la tregua è finita. Non so se gli iraniani siano degni di un accordo. Non so se lo rispetteranno. Questo è il problema”.

Non percepita all’inizio del vertice Nato di Ankara, la preoccupazione americana per il riarmo dei pasdaran e per la loro intransigente ossessione a trasformare lo Stretto di Hormuz in un’arma di condizionamento economico globale, ha indotto il presidente Usa a rinsaldare i rapporti con gli alleati della Nato, smussando le precedenti dichiarazioni da “sfasciacarrozze” che facevano temere un brusco disimpegno degli Stati Uniti dall’Alleanza e dall’Europa.

Gli attacchi dei pasdaran alle navi che attraversano lo Stretto di Hormuz hanno fatto precipitare una situazione già al limite di rottura e convinto Trump, nel bel mezzo del vertice Nato, ad accogliere l’urgente richiesta dei vertici militari del Pentagono per bloccare sul nascere l’escalation iraniana.

Una ripresa in grande stile dei bombardamenti delle postazioni missilistiche e radar, delle basi di lancio dei droni, snodi ferroviari e degli hangar portuali delle imbarcazioni dei pasdaran nello Stretto di Hormuz, che il tycoon ha illustrato ad Ankara ai leader della Nato con un linguaggio tra i più bellicosi, definendo i leader iraniani “feccia” e “malati” e assicurando loro ulteriori attacchi. Che infatti si susseguono da due giorni.

Colpo su colpo. Azione e reazione, gli Stati Uniti hanno notificato “a caldo” all’Iran che non intendono tollerare il loro tentativo di controllare lo Stretto di Hormuz. I raid americani con missili, droni e incursioni di caccia bombardieri hanno riguardato tutto il vasto territorio della repubblica islamica colpendo finora 170 obiettivi.

Ma, scrive il Financial Times, avvertendo la preoccupazione dei mercati, “il presidente degli Stati Uniti ha affermato di non credere che tornerà a una guerra su vasta scala con l’Iran. Non credo che ricomincerà”, ha detto Trump: “Penso che qualsiasi cosa accada si risolverà molto rapidamente”.

È quello che fanno sperare le dichiarazioni di Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del parlamento iraniano e capo negoziatore con gli Stati Uniti: “Lo Stretto di Hormuz si apre solo con gli accordi iraniani, non con le minacce”.

È la conferma che a Teheran il giorno dopo ogni bombardamento prevalgono i moderati trattativisti, subito messi a tacere il giorno appresso dai pasdaran oltranzisti, che attaccano sistematicamente le basi americane in Kuwait e Bahrein e le petroliere nello Stretto di Hormuz. Un tragico stillicidio del quale non si intravede l’epilogo.

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