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Per anni il voto degli italiani ha avuto un difetto originario: poteva indicare un vincitore, ma non necessariamente consegnargli il governo. La nuova legge elettorale prova a chiudere quella stagione. Ieri il Senato ha dato il via libera all’impianto voluto dalla maggioranza, reintroducendo le preferenze e mettendo nero su bianco una filosofia precisa: chi prende più voti deve avere la possibilità di governare, senza che il verdetto delle urne venga riscritto nelle stanze della politica. È qui che, secondo Alberto Balboni, senatore di Fratelli d’Italia, sottosegretario alla Giustizia ed ex presidente della Commissione Affari costituzionali del Senato, si misura il significato vero della riforma. Non soltanto una nuova architettura elettorale, dunque, ma un tentativo di ridisegnare il rapporto tra elettori, Parlamento e governo. Le preferenze rappresentano il compromesso raggiunto dentro la maggioranza; l’indicazione del premier nel programma e il premio al 42 per cento sono invece, nella lettura di Balboni, i cardini di un sistema che punta a rendere più netto il bipolarismo e più difficile l’ipotesi di un Parlamento senza una maggioranza in grado di governare. Sullo sfondo c’è anche la partita delle forze che restano fuori dai due poli, a partire da Roberto Vannacci: con un sistema che rende più esplicito a quale governo servirà il voto, sostiene Balboni nella sua intervista a Formiche.net, il consenso raccolto oggi nei sondaggi potrebbe non tradursi automaticamente in voti domani.

Senatore Balboni, siete soddisfatti del risultato raggiunto ieri in Senato sulla legge elettorale?

Sì, perché non era affatto scontato arrivare alla reintroduzione delle preferenze. Noi avremmo voluto preferenze libere per tutti, ma gli alleati non erano d’accordo e abbiamo trovato un compromesso che considero molto positivo. È una buona legge, perché restituisce agli elettori una possibilità di scelta e, contemporaneamente, garantisce governabilità.

Le opposizioni sostengono però che una parte significativa dei parlamentari continuerà a essere scelta dai partiti. È davvero così?

No, questa è una lettura fuorviante. I 105 capilista apparentemente bloccati, in realtà, passano nel listino della coalizione vincente e liberano altrettanti posti per candidati eletti con le preferenze. Gli eletti attraverso il voto diretto degli elettori saranno dunque moltissimi. Inoltre, i partiti più piccoli avranno rappresentanza in proporzione ai voti ottenuti. Nel listino è prevista anche l’alternanza uomo-donna: i capilista bloccati dovranno necessariamente essere alternati.

Perché allora Fratelli d’Italia non ha votato l’emendamento della sinistra sulle preferenze?

Perché era una trappola. Se lo avessimo approvato, la sinistra non avrebbe comunque votato la legge nel suo complesso. A quel punto Forza Italia e Lega non avrebbero votato il testo e la riforma sarebbe saltata. Sarebbe rimasto il Rosatellum, senza preferenze. Del resto, alla Camera la stessa sinistra aveva votato contro l’emendamento che poi ha riproposto al Senato. È stato un espediente per affossare la legge.

Qual è, allora, il principio politico che questa riforma intende affermare?

Un principio molto semplice: chi prende più voti governa. Ed è un principio al quale la sinistra è allergica. Questa riforma rafforza il bipolarismo e stabilisce un rapporto più diretto tra il voto degli italiani e la nascita del governo.

Il premio di maggioranza scatta al 42 per cento. È una soglia che non rischia di essere troppo alta?

È una soglia ragionevole. Il 42 per cento significa che per ottenere il premio devi avere un consenso ampio nel Paese. Non basta arrivare primi di misura: devi dimostrare di avere una rappresentatività sufficiente per governare. È un meccanismo che rafforza la legittimazione dell’esecutivo.

Il vero salto, però, sembra essere l’indicazione del premier sul programma.

È forse l’elemento politicamente più importante. Gli elettori saranno chiamati a scegliere la coalizione, il parlamentare. Il candidato premier sarà indicato nei programmi. È un passaggio decisivo perché rende più trasparente il rapporto tra voto e governo. Gli italiani sapranno a chi consegnano la responsabilità di governare.

Un meccanismo che potrebbe mettere in difficoltà il centrosinistra, che oggi non ha un leader riconosciuto da tutto il campo largo?

Sicuramente l’indicazione preventiva del leader pone la sinistra davanti a una scelta che finora ha cercato di rinviare. Quando bisogna dire prima delle elezioni chi sarà il candidato premier, le ambiguità diventano più difficili da mantenere.

E qui veniamo a Vannacci. I sondaggi lo accreditano anche di percentuali significative. Crede che possa diventare una variabile decisiva?

Io non credo ai sondaggi che oggi lo danno al 7 per cento. La vera domanda sarà un’altra: quando gli italiani andranno a votare, sapranno che la scelta sarà tra Giorgia Meloni e il candidato premier dell’opposizione. A quel punto chi vota Vannacci saprà esattamente quale effetto produce il proprio voto.

Sta dicendo che una parte del suo elettorato potrebbe tornare a votare il centrodestra?

Se un elettore si riconosce nel centrodestra e vuole Meloni presidente del Consiglio, dovrà porsi una domanda molto concreta: il mio voto a Vannacci a quale governo serve? Se quel voto può contribuire alla vittoria della sinistra, credo che molti elettori faranno una scelta diversa rispetto a quella che dichiarano oggi.

Questa convinzione da cosa le deriva? Esistono precedenti significativi? 

Certamente. A un mese dalle elezioni del 2008 Bertinotti era accreditato di percentuali intorno all’8 per cento, ma poi prese circa il 3. Gli elettori del centrosinistra capirono che votarlo significava favorire Berlusconi e non Veltroni. Nel 2013 Fini, con Futuro e Libertà, era dato intorno all’8 per cento a due mesi dal voto e finì allo 0,7. Anche in quel caso la collocazione politica rese molto diverso il voto reale rispetto ai sondaggi. Lo stesso, secondo me, accadrà con Vannacci.

Quindi il nuovo sistema potrebbe penalizzare le forze che si collocano fuori dai due poli?

Può ridurre il peso politico degli estremi, perché costringe gli elettori a considerare non soltanto la propria preferenza, ma anche quale governo quella preferenza contribuirà a determinare. Oggi gli elettori vogliono sapere a quale governo servirà il loro voto.

In definitiva, quali sono i vantaggi che attribuite a questa legge?

Tre soprattutto. Gli elettori potranno scegliere il premier; il sistema renderà molto più difficile un pareggio dagli effetti paralizzanti; e le ali estreme avranno meno possibilità di condizionare la formazione del governo. È una legge stabilizzatrice, che rafforza il bipolarismo e favorisce la governabilità.

Chi prende più voti governa. Balboni spiega la filosofia della nuova legge elettorale

Il sottosegretario Balboni difende la riforma elettorale approvata dal Senato: preferenze, indicazione del premier nel programma e premio di maggioranza per rafforzare il bipolarismo e legare più direttamente il voto degli italiani alla scelta del governo. Una legge che, nella sua lettura, punta a garantire stabilità e governabilità. Sullo sfondo, la sfida a Vannacci e alle forze fuori dai due poli

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