Skip to main content

Le testimonianze raccolte a Teheran e riportate dalle testate internazionali descrivono una protesta che si coordina online, frammenta i gruppi, usa canali esterni al Paese per garantire continuità comunicativa anche durante i blackout. I manifestanti scelgono di distribuirsi per quartieri, città, gruppi. Non è necessaria la singola protesta di massa in piazza, che rende facile il lavoro di repressione, identificazione e detenzione. Anche molti piccoli insiemi, seppur divisi e sparsi, possono essere una massa.

L’asimmetria dei grandi privati e l’eco esterno

L’uso di Starlink e il coinvolgimento della diaspora, seppur differenti, sono due metodologie ibride e asimmetriche per protrarre il dissenso. Se il regime spegne gli accessi al mondo digitale, sperando di spezzare la catena comunicativa e organizzativa, nonché gli effetti “social” del dissenso, allora l’eco popolare trova il proprio continuum nell’eco connettivo di Starlink, senza un coinvolgimento diretto degli Usa ma con un asset americano, oggi divenuto piattaforma di connettività globale. Se Starlink offre nuove e differenti modalità di comunicazione, la diaspora iraniana offre al dissenso la possibilità di diffondere la propria eco su scala internazionale. Dai social network ai canali di messaggistica, le proteste locali trovano nella diaspora la possibilità di essere ascoltate e viste ovunque. Due elementi non del tutto inediti ma che rappresentano la trasformazione del modo in cui l’opposizione si organizza per sopravvivere alla repressione.

Di fronte alla repressione, agli arresti, al controllo dell’informazione e degli accessi a Internet, il dissenso non scompare, diventa diffuso, granulare, si adatta. Proprio l’adattabilità rappresenta un ostacolo alle contromisure del Regime, accentuandone l’efficacia ormai ridotta da schemi operativi e comunicativi asimmetrici. Il nuovo aspetto organizzativo evita la concentrazione fisica delle sommosse, preferendo a questa la frammentazione per quartieri. È una scelta tattica che riflette la consapevolezza, maturata nel tempo, che esporsi unitariamente equivale a offrire un unico bersaglio, mentre distribuirsi significa costringere il potere a inseguire.

L’economia o il Regime?

La stagnazione economica iraniana non nasce da fattori contingenti ma da un modello consolidato, oggi indebolito da sanzioni imposte dal primo mandato Trump, fondato su una mentalità mercantile, un sistema che privilegia lo scambio e la rendita rispetto alla produzione e all’investimento, e che non richiede uno stato di diritto pienamente funzionante per operare. Con il fattore economico che spesso funge da strumento di controllo, l’estrazione di ricchezza che sostituisce la crescita, la gestione informale che sostituisce le regole di mercato, e la discrezionalità che sostituisce il diritto. Il risultato è un’economia statale stile Bazaar.

E il ritorno del bazaar come luogo simbolico delle proteste non è casuale. Storicamente è stato uno snodo centrale della vita economica e sociale iraniana. Quando anche quel mondo esprime disagio, il problema non riguarda più soltanto una generazione o una categoria, ma l’equilibrio complessivo del Paese, in un’era in cui la sicurezza economica equivale alla sicurezza nazionale, un sistema politico che si regge su un’economia estrattiva fatica a rispondere a una società che chiede regole, opportunità e prevedibilità. Ogni tentativo di riforma reale rischia di intaccare i meccanismi di potere su cui quel sistema si fonda, causando la saturazione della società e l’implosione del sistema stesso.

Il fragile disequilibrio

Che il disordine popolare porti a un’implosione del regime degli ayatollah o meno, la repressione delle proteste in atto sembra essere la risposta prevalente. Non per scelta ideologica, ma per mancanza di alternative compatibili con una piazza che, nel frattempo, continua ad adattarsi. L’asimmetria tra una società che impara e scardina gli schemi precedenti e un potere che, viceversa, ripete le proprie procedure rende la fase attuale diversa dalle precedenti. Ci sono, infine, diverse riflessioni che lo scenario delle proteste in corso in Iran offre. La prima è che, più che le bombe, è la sfiducia – causata da fattori endogeni o “spinta” da fattori esogeni – a uccidere uno Stato, un Regime e qualsiasi altra forma di vita politica. La seconda, è che non si può pensare di difendere la stabilità di uno Stato ignorando i principi che regolano le operazioni per rovesciarlo. La terza è che l’attività rivoluzionaria o di sommossa, oggi, non è tanto una questione politica, quanto un nodo tecnico, facilitato dall’asimmetria permessa dagli attori extra-statali e dalla loro onnipresenza tecnica. Un esempio? Il regime chiude l’accesso ad internet dell’intero Paese ed i cittadini si appoggiano a Starlink, mentre gli strumenti di repressione divengono meno efficaci di fronte alla natura camaleontica delle proteste e dei protestanti.

In Iran il disordine diventa metodo. E la piazza corre più veloce del regime

Negli ultimi giorni le proteste in Iran hanno assunto una forma diversa rispetto al passato. Il nuovo aspetto organizzativo evita la concentrazione, e preferisce la frammentazione per quartieri. È una scelta tattica che riflette la consapevolezza, maturata nel tempo, che esporsi unitariamente equivale a offrire un unico bersaglio, mentre distribuirsi significa costringere il potere a inseguire

Il pisolino di Lotito, il fuoco di Zaia, le facce di Meloni. Queste le avete viste?

Un pisolino al Senato anche nel 2026 per Claudio Lotito, mentre Luca Zaia accende il fuoco tradizionale al rito del Panevin. E poi Giorgia Meloni alla conferenza stampa di inizio anno, pizzicata da Pizzi. Ecco le foto politiche degli ultimi giorni

Mercosur, tutto sull’accordo approvato dall’Ue

Dopo 25 lunghi anni di negoziazioni, Unione europea, Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay hanno siglato il più importante trattato commerciale della storia. Le ultime modifiche e il ruolo dell’Italia

Traguardi e obiettivi della politica estera del governo Meloni. La conferenza stampa

La premier ribadisce che oggi l’Italia ha un ruolo ben definito nel contesto internazionale, sia alla luce delle personali interlocuzioni della stessa Meloni, sia perché Palazzo Chigi è riuscito a essere presente nei dossier maggiormente significativi

Non risponde a tutto ma governa il racconto. I tratti identitari della leadership di Meloni

Per Meloni la conferenza non serve a risolvere i problemi, ma a stabilire la cornice dentro cui quei problemi devono essere letti. La lunga sequenza di domande, la scaletta serrata, la possibilità di scegliere cosa approfondire e cosa lasciare sullo sfondo producono non tanto un confronto, quanto una regia comunicativa che ordina il caos dei dossier in una narrazione coerente. L’analisi di Martina Carone

Quale Europa spaziale si affaccia al 2026? Il punto di Vaudo (Esa)

Di Ersilia Vaudo

Lo spazio è diventato un dominio strategico a pieno titolo, in cui cooperazione e competizione convivono in modo sempre più instabile. La crescita degli investimenti, l’aumento degli attori e la polarizzazione tra modelli alternativi ridefiniscono equilibri e priorità geopolitiche. In questo contesto l’Europa, attraverso l’Esa, rafforza il proprio posizionamento puntando su autonomia strategica, resilienza e accesso indipendente allo spazio. Il racconto di Ersilia Vaudo, special advisor dell’Esa e vicedirettrice del Master Space Law and Geopolitics dell’università Luiss 

Dall’aggiustamento di regime in Venezuela passa un messaggio per l’Europa. Parla Minniti

In questa intervista a Formiche.net, Marco Minniti analizza la profonda fase di transizione del sistema internazionale, segnata da unilateralismo, competizione tra grandi potenze e fine dei vecchi equilibri. Dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca al caso del Venezuela, il presidente della Med-Or Italian Foundation legge gli eventi come parti di un unico cambiamento epocale. Al centro, le sfide strategiche per l’Europa e la necessità di una risposta politica unitaria nel nuovo disordine globale

Forte e credibile fuori ma ancora fragile dentro. L'economia secondo Meloni

Nel tradizionale incontro di inizio anno con la stampa, la premier affronta in tre ore tutte le principali questioni di economia nazionale e non. Il problema storico dell’Italia è la scarsa produttività, ora è tempo di guardare al modello della Zes unica. La disoccupazione, ormai ai minimi storici, è rincuorante, mentre sull’ex Ilva non ci sarà nessuna svendita con porte chiuse ai predoni. Il Green deal è stato fatto a pezzi per merito dell’Italia. L’accordo sul Mercosur? Speriamo funzioni. E su Mps possibile uscita definitiva del Tesoro

La Nasa cambia i piani e decide il rientro anticipato della Crew-11

La decisione di anticipare il rientro della Crew-11 segna un passaggio rilevante nella gestione della missione sulla Stazione spaziale internazionale. La Nasa ha scelto di riportare a Terra l’intero equipaggio dopo un problema medico, oggi sotto controllo, privilegiando la possibilità di svolgere accertamenti completi. Come spiegato dall’amministratore Jared Isaacman, la sicurezza resta il criterio guida, anche a costo di rivedere tempi e assetti operativi

Chi (non) voterà l’accordo Mercosur-Ue

Anche l’Ungheria e l’Irlanda hanno annunciato che voteranno contro l’intesa commerciale tra i Paesi sudamericani e l’Unione europea, dopo il no dichiarato dal presidente francese Macron. La posizione dell’Italia

×

Iscriviti alla newsletter