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Il film è di quelli già visti. C’è, sempre una guerra di mezzo, solo che a differenza di Russia e Ucraina sulle barricate ci sono Stati Uniti e Iran. Nelle ore della visita di Volodymyr Zelensky a Roma, ecco che il concetto di asset posto sotto chiave torna al centro del villaggio. Poche settimane fa l’Europa ha preferito prestare 90 miliardi di euro a Kyiv, piuttosto che mettere in liquidazione i quasi 200 miliardi di beni russi detenuti nel Vecchio continente. Però la minaccia di uno smobilizzo dei fondi di Mosca c’era e, a suo modo, ha anche funzionato, se non altro perché ha tenuto sulle spine il Cremlino per un pezzo.

Ora il baricentro si sposta in Medio Oriente, più precisamente in Iran. Il cui valore esatto degli asset detenuti su conti esteri non è preciso al centesimo, anche se non mancano le stime. Per esempio quelle che parlano di un totale superiore ai 100 miliardi di dollari (86,5 miliardi di euro). In passato il regime di Teheran ha aperto conti in valuta estera presso le grandi banche internazionali per mantenere riserve a garanzia del valore della valuta ufficiale iraniana, il rial. I successivi pacchetti di sanzioni hanno bloccato l’accesso del regime a questi fondi, mandando spesso il rial in picchiata e impedendo alle imprese iraniane, che acquistano beni e servizi da fornitori stranieri, di pagare in euro, yen o altre valute.

L’accesso alle valute estere è così importante che, durante un’audizione al Congresso in febbraio, il segretario al Tesoro Usa, Scott Bessent è arrivato ad ammettere che Washington ha creato di proposito una carenza di dollari in Iran per innescare le proteste. Se si considera anche la Russia, il valore complessivo dei beni iraniani e russi congelati è stimato in almeno 335 miliardi di dollari (circa 287 miliardi di euro). Di questa somma, circa 234,5 miliardi di dollari (200 miliardi di euro) di fondi russi sono attualmente immobilizzati nell’Unione europea. Anche diversi altri paesi hanno beni bloccati in banche estere a causa di sanzioni legate a conflitti, terrorismo o problemi di conformità nucleare. Tra questi figurano Siria, Afghanistan, Iraq, Libia, Venezuela, Yemen, Libano, Sud Sudan, Congo e Mali.

Ora, per l’Occidente c’è un arma in più contro l’Iran. In seguito alla rivoluzione iraniana del 1979 e alla crisi degli ostaggi presso l’ambasciata statunitense a Teheran, infatti, gli Stati Uniti hanno congelato i beni iraniani con l’Ordine Esecutivo 12170, che comprendeva depositi governativi, oro e altre partecipazioni. Alcuni di questi beni furono parzialmente sbloccati nel 1981 in base agli Accordi di Algeri. Le successive sanzioni hanno continuato a limitare l’accesso dell’Iran alle riserve valutarie, sebbene si siano verificati sblocchi limitati in diverse fasi. Ad esempio, in base a un accordo nucleare provvisorio del 2014, l’Iran ha rimpatriato 4,2 miliardi di dollari (3,6 miliardi di euro) di proventi petroliferi detenuti all’estero.

Va da sé che, se nuovi colloqui di pace ci saranno, gli asset congelati dell’Iran saranno un terreno di negoziato. E che la questione per Teheran sia tutt’altro che trascurabile lo dimostra il fatto che pochi giorni fa un funzionario statunitense ha smentito seccamente le notizie secondo cui Washington avrebbe acconsentito a sbloccare i beni iraniani. Questo dopo che le agenzie di stampa avevano riportato che gli Stati Uniti avrebbero acconsentito a sbloccare i fondi iraniani congelati detenuti in Qatar e in altre banche estere.

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