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Immaginare Vladimir Putin con il piattino in mano e chiedere di comprare un po’ di petrolio può fare un certo effetto. Eppure, allo scoccare del quarto anno di guerra in Ucraina, la scenetta non si discosta tanto dalla realtà. In Russia sono settimane difficili sul versante del greggio, che ancora oggi copre circa un quarto del bilancio statale.

L’apertura del mercato venezuelano, da parte degli Stati Uniti, sta lentamente ridisegnando la geografia globale dell’oro nero, a discapito dei produttori più tradizionali, mentre l’Europa tra poco più di un anno non importerà più un barile o un metro cubo di gas da Mosca (a gennaio le entrate fiscali provenienti dalle industrie del petrolio e del gas sono scese a 393 miliardi di rubli: erano 587 miliardi a dicembre, si tratta del livello più basso dai tempi della pandemia). Tutto questo sta spingendo l’ex Urss verso un taglio della produzione, con le prime avvisaglie sotto forma di blocco graduale delle trivellazioni nazionali.

Domanda, chi compra allora il petrolio russo? Semplice, la Cina. Solo che lo fa a prezzo di sconto, un po’ come l’Iran. E sono gli stessi produttori russi a mettere sul mercato greggio in saldo. Secondo Bloomberg, infatti, petrolio russo Urals viene venduto oggi a circa 12 dollari al barile in meno rispetto al Brent (il petrolio del Mar del Nord). Lo scorso mese, poi, il greggio russo costava già 10 dollari in meno al Brent. Una prima conclusione: già da un mese buono Mosca vende petrolio a un prezzo inferiore al mercato e lo sconto sembra aumentare sempre di più. Tutto, pur di piazzare i barili che già affollano i depositi della Federazione. E lo stesso fa l’Iran. Il petrolio leggero iraniano viene venduto a un prezzo inferiore di ben 11 dollari rispetto al benchmark globale.

Insomma, Mosca pur di vendere il proprio petrolio deve apporre un sostanzioso sconto. E chi ne ha approfittato sono Cina e Iran. Ormai però, la strada verso un taglio della produzione appare segnata. Per buona parte dell’industria petrolifera russa non vale più la pena scavare buchi nella terra. I produttori di petrolio russi hanno ridotto le trivellazioni al livello più basso degli ultimi tre anni. Più nel dettaglio, le piattaforme di perforazione in Russia hanno scavato circa 29.140 km di pozzi di produzione nel 2025, registrando un calo del 3,4% rispetto al 2024. Dopo un ritmo record nei primi mesi del 2025, l’attività ha iniziato a rallentare a giugno, fino a che, a dicembre, le trivellazioni sono diminuite di circa il 16% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Dunque, sul finire dello scorso anno, quasi un quarto delle trivellazioni erano state fermate.

Sul petrolio Cina e Iran fanno le scarpe a Putin. Ecco come

Il greggio Urals, che tiene in piedi il già traballante bilancio russo, viene venduto a 10-12 dollari in meno, pur di essere piazzato sul mercato cinese. Colpa delle sanzioni e dell’apertura del mercato venezuelano ad opera degli Stati Uniti, ma anche della mancanza di acquirenti alternativi per il Cremlino. E così Pechino fa il prezzo e la Russia veleggia verso un taglio della produzione

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