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Cara Europa, è la tua coscienza che ti parla: grazie, ma devi fare molto di più per l’Ucraina e per te stessa, contro il criminale invasore Putin. È la sintesi dell’intervento di Zelensky davanti alla platea di Davos. Prima di arrivare alla parola pace, ha costruito un’intemerata contro le debolezze e i limiti dell’Europa (divisa e persa) che pareva di sentire il migliore Trump. Ha agitato la durlindana verso le incapacità di difesa del Vecchio Continente e la necessità immediata di costruire un grande esercito europeo (che fa potenza) guidato dall’esperienza ucraina. Per fermare i russi. Mancava solo l’annuncio della data dell’invasione di Lettonia, Lituania e Polonia per iniziare la protezione. Un leggero terrorismo gratuito di cui non sentivamo il bisogno, ma spaventare è la tattica in uso da anni: lo spettro dei cosacchi alle porte del Portogallo, per spingere le nazioni europee a darsi da fare e inviare armi e denaro all’Ucraina.

Nell’elencare le mancanze dell’Europa, Zelensky ci ha preso alla perfezione. Limiti che conosciamo. Ed evidenziato. Dall’inizio del conflitto. Il Vecchio Continente ha preso le parti dell’Ucraina aderendo alle richieste di Zelensky con il contagocce. Tempi lunghi e mal corrisposti. Il resistente di Kyiv chiedeva sempre di più per vincere la guerra, mentre le nazioni europee non erano “formalmente” in conflitto con il Cremlino. Sono stati varati, a oggi, diciannove pacchetti di sanzioni che hanno fatto più male a noi che oltre cortina. Mentre Zelensky si appoggiava progressivamente all’Europa per fermare l’invasore. E Bruxelles aumentava il giro delle promesse: l’Ucraina nell’Unione, nella Nato e il via alla ricostruzione con l’utilizzo degli asset russi congelati in Occidente. Un menù mai consumato perché non commestibile per i palati europei.

Nel frattempo la guerra continuava e i piani di Zelensky mutavano: difesa e poi attacco dentro la Russia; servivano armi e denaro per proseguire altri due anni. L’ha detto. Kyiv è stata trasparente nel giustificativo delle richieste. E oggettivamente l’Europa ha fatto molto, finanziariamente – centinaia di miliardi di euro – e materialmente, ad esempio recentemente con la tecnologia antimissilistica acquistata direttamente dagli Stati Uniti.

Dove sta il misunderstanding? L’incomprensione? L’Europa si è impegnata ad assolvere un compito più grande di lei, inserendosi in uno scontro che non era e non è roba sua, agitando quel moralismo compassionevole del modello della buona civiltà occidentale da esportare e rispettare. Ma dove vai se il fisico del ruolo non ce l’hai, ci viene volgarmente da domandare. Ci voleva il coraggio, nei primi mesi delle ostilità, di essere terza parte. E dopo, quando la frittata ormai era fatta – vista la decisione di terzietà non assunta, preferendo inserirsi nel conflitto – il coraggio di scendere in guerra a fianco di Zelensky, corridoio impraticabile, o, questo si poteva fare con certezza, la trasparenza di dichiarare la verità a Zelensky e porre un limite oltre il quale la guerra non poteva andare perché l’Europa non era in grado di sostenerla.

Non si può pensare a una remuntada di ruolo del Vecchio Continente sulle ceneri e sulle morti dei soldati all’infinito, giorno dopo giorno, mettendosi in mezzo, rallentando, disturbando anche gli accordi di pace. Ricordate lo slogan “pace giusta”, che non voleva dire nulla? O quello dei territori ucraini che non si toccano? È qui che l’Europa doveva dare buoni consigli a Zelensky: fermarsi, perché la guerra non l’avrebbe mai vinta. La saggezza di consigliarlo di chiuderla accettando il piano di pace, il primo piano di pace a firma Trump, quello dei ventotto punti. L’abbiamo scritto a più riprese su Formiche.net.

All’indomani del discorso di Zelensky a Davos mi chiedo, come tanti concittadini europei, a cosa serva l’invio di queste settimane di altri denari e armi a Kyiv. A quale obiettivo concorre l’Europa? Proseguire la guerra per vincerla? Non sarà che questi invii a fondo perduto non fanno altro che peggiorare la situazione sul campo? Il Presidente ucraino ha già detto che quel tran tran, se non inserito in un impegno massiccio dell’Europa – con le risposte da dare su Ue, Nato, asset russi, esercito europeo, altre sanzioni e attacchi a raffinerie e petroliere russe, oltre a chi rifornisce droni (ha parlato delle industrie di Taiwan) – non serve a granché.

Se il buongiorno si vede dal mattino, non starei qui troppo a immaginare quali risultati possano emergere nel trilaterale degli accordi di pace negli Emirati Arabi. Sempre che quel discorso di Zelensky fosse l’ultimo appello, quello della disperazione, come è stato definito. In quel caso si può intravedere un compromesso che si attaglia al primo piano di pace di Trump, con qualche inserimento regolatorio frutto della revisione suggerita dall’Europa.

Il senso di Zelensky per l’Europa. La versione di Guandalini

Mala tempora currunt. Il pungente discorso del Presidente ucraino a Davos contro i difetti del Vecchio Continente non sorprende. Per molti osservatori è stata definita una requisitoria della disperazione. Questione di strabismo d’intesa. Kyiv è in guerra con la Russia mentre l’Europa no quindi paga le sue indecisioni e non il aver detto come stanno le cose al leader ucraino

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