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Poco più di 48 ore. E la risposta al clamoroso addio all’Opec degli Emirati Arabi è servita. Sette paesi Opec+, l’organizzazione degli storici Paesi produttori di petrolio, ma comprensiva di altri Paesi non fondatori, Russia su tutti, che avevano implementato tagli volontari alla produzione petrolifera hanno raggiunto un accordo per aumentare la produzione di 188 mila barili al giorno a partire da giugno. “Nel loro impegno collettivo a sostegno della stabilità del mercato petrolifero, i sette Paesi partecipanti hanno deciso di implementare un adeguamento della produzione di 188.000 barili al giorno, in aggiunta agli ulteriori adeguamenti volontari annunciati nell’aprile 2023. Tale adeguamento sarà implementato nel giugno 2026”, si legge in un comunicato stampa diffuso al termine di una teleconferenza tra Arabia Saudita, Algeria, Iraq, Kazakistan, Kuwait, Oman e Russia.

I sette spiegano come “gli ulteriori adeguamenti volontari annunciati nell’aprile 2023 potranno essere ripristinati, parzialmente o totalmente, a seconda delle condizioni di mercato e in modo graduale”, ribadendo l’importanza di “adottare un approccio prudente e di mantenere la massima flessibilità per aumentare, sospendere o invertire la graduale eliminazione degli adeguamenti volontari della produzione, compresa l’inversione degli adeguamenti volontari precedentemente implementati e annunciati nel novembre 2023”. La mossa ha un suo senso. Con il greggio a 101 dollari al barile, un aumento dell’offerta sulla domanda potrebbe aiutare a sgonfiare il prezzo. Prospettiva resa ancora più necessaria da quando gli Emirati hanno deciso di andare per la propria strada.

Intanto, proprio, dal lato emiratino la Abu Dhabi National Oil Company (Adnoc) ha annunciato l’impegno a investire 55 miliardi di dollari in nuovi progetti nei prossimi due anni. “Adnoc ha confermato oggi l’accelerazione della crescita e dell’attuazione della propria strategia con l’assegnazione di nuovi progetti per un valore di 200 miliardi di Aed (55 miliardi di dollari) per il periodo 2026-2028”, si legge in un comunicato diffuso dalla società emiratina. La decisione di abbandonare l’Opec e il gruppo allargato Opec+ consentirà, d’altro canto, agli Emirati Arabi Uniti di produrre tutto il greggio che desiderano, dopo decenni di adesione al sistema di quote istituito dal cartello, garantendo potenzialmente al Paese un’enorme entrata di denaro.

La mossa arriva in un momento in cui il Golfo Persico è stato scosso dalla guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, che ha visto lo Stretto di Hormuz bloccare ingenti quantità di esportazioni energetiche e gli attacchi di Teheran danneggiare le infrastrutture in tutta la regione. Prima che il blocco di Hormuz da parte dell’Iran interrompesse i flussi di petrolio, gli Emirati Arabi Uniti erano il quarto produttore dell’Opec+ e rappresentavano quasi il 13% della produzione dell’Opec. Tuttavia, gli Emirati Arabi Uniti sono da tempo insoddisfatti delle quote dell’Opec guidata dall’Arabia Saudita, che miravano a limitare la produzione degli Emirati a 3,4 milioni di barili al giorno per mantenere i prezzi a un certo livello. Ora Abu Dhabi punta ad espandere la propria capacità produttiva a cinque milioni di barili al giorno entro il 2027.

Più petrolio per tutti. La risposta dell'Opec+ agli Emirati

A partire dal prossimo mese, sette Paesi del cartello in formato allargato aumenteranno la produzione di greggio di quasi 200 mila barili al giorno, nel tentativo di sgonfiarne il prezzo. Ma gli emiri non stanno a guardare e annunciano investimenti per 55 miliardi

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