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«Eheu fugaces, Postume, Postume,/labuntur anni» (Ahimè, fuggono, Postumo, Postumo, gli anni). Così il poeta latino Orazio, erede della sensibilità greca, cantava la caducità della vita e il fluire inesorabile del tempo verso il declino. Per i Greci e per i Romani, l’età dell’oro era alle spalle: il meglio era già stato, e la storia umana era segnata da una progressiva decadenza. Un pensiero malinconico, ma anche realistico, che Umberto Galimberti, filosofo e psicoanalista molto amato dal pubblico dei festival e dei social, contrappone con forza alla visione cristiana.

Nei suoi interventi pubblici, diventati virali sui social, Galimberti sentenzia: il cristianesimo ha introdotto una «figura spaventosa» che avrebbe plasmato l’intero Occidente. Secondo questa figura, il passato è male (il peccato originale), il presente è redenzione (il tempo della fatica e della ricerca), il futuro è salvezza (un domani sempre positivo). E aggiunge: questa struttura si è laicizzata nella scienza (passato = ignoranza, presente = ricerca, futuro = progresso), in Marx (passato = ingiustizia, presente = rivoluzione, futuro = giustizia) e in Freud (passato = trauma, presente = terapia, futuro = guarigione). «Tutto è cristiano in Occidente», conclude Galimberti, non senza una punta di denuncia: siamo tutti prigionieri di questa «figura spaventosa» che ci costringe a vedere il futuro come un miglioramento lineare, mentre i greci, più saggi, sapevano che il meglio era già stato.

La tesi è affascinante, provocatoria, e perfetta per diventare virale. C’è solo un piccolo problema: è storicamente e teologicamente falsa. E non si tratta di una questione di fede, ma della solita onestà filologica. Se un intellettuale pubblico critica una cultura millenaria, ha il dovere deontologico di conoscerne le fonti. Altrimenti, come anche in questo caso, costruisce un fantoccio per poi abbatterlo con facilità. Il fantoccio però non è il cristianesimo: è piuttosto una sua proiezione modernista.

Dove Galimberti sbaglia

Il passato nell’ebraismo: non è male, è creazione buona. Il primo errore di Galimberti è identificare il «passato» cristiano con il peccato originale inteso come male radicale. Eppure la Bibbia non apre con il peccato: apre con la creazione. E in Genesi 1,31 leggiamo: «Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona». Il peccato originale è una caduta successiva, un evento tragico ma non fondativo. Non cancella la bontà ontologica dell’origine. L’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio, porta in sé un bene originario che il peccato offusca ma non distrugge.

Per l’ebraismo, il passato non è un’epoca da rigettare: è il tempo dell’alleanza, dell’elezione, delle promesse fatte ad Abramo, a Mosè, a Davide. È un patrimonio da custodire, una memoria da cui ripartire. Lo Yom Kippur, il giorno dell’espiazione, non cancella il passato: lo purifica e lo riporta alla sua originaria bontà. Galimberti proietta sul cristianesimo una visione gnostica e manichea che gli è estranea: quella di un Dio che crea male, di una materia corrotta, di un passato irrimediabilmente perduto. Diversamente, la tradizione giudaico-cristiana non conosce questa opposizione.

Il passato nel cristianesimo: non peccato, ma predestinazione in Cristo. Il secondo errore, ancora più grave, è dimenticare che per il cristianesimo il passato non è il peccato originale, ma l’eterna predestinazione in Cristo. San Paolo, nella lettera agli Efesini (1,4), scrive: «In Lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto». L’uomo non è solo un peccatore redento: è stato voluto da Dio in Cristo fin dall’eternità. L’immagine e somiglianza di Dio, che è Amore, trova il suo compimento in Cristo, che è l’Amore incarnato.

Per il cristianesimo, l’Alfa dell’umanità non è un’epoca mitica di perfezione perduta – come l’età dell’oro dei greci – ma è Cristo stesso, il quale è «il principio, il primogenito dei morti» (Colossesi 1,18) e «l’Alfa e l’Omega» (Apocalisse 1,8). L’origine è già salvezza, perché l’uomo è creato in vista del suo compimento in Cristo. Non c’è nostalgia di un passato felice, ma memoria di una creazione che è già orientata all’amore trinitario. L’età dell’oro dei greci, con la sua malinconia del paradiso perduto, è una favola rispetto a questa verità ontologica: l’uomo è già da sempre amato e voluto da Dio in Cristo.

Il futuro cristiano: non progresso lineare, ma compimento escatologico. Galimberti sostiene che il cristianesimo avrebbe introdotto un futuro sempre positivo, e che questa visione si sarebbe poi laicizzata nel progresso scientifico, in Marx e in Freud. Tuttavia, anche qui, egli confonde due cose molto diverse.

La speranza cristiana non è un ottimismo immanentistico. Il futuro del cristiano non è il «progresso» come evoluzione lineare e garantita della storia. È l’attesa del Regno di Dio, che non è il frutto dello sviluppo umano, ma un dono gratuito di Dio, una novità assoluta che irrompe nella storia e la giudica. È avvento. Paolo parla di un «passaggio improvviso» (1 Tessalonicesi 5,2), non di un’evoluzione. Gesù stesso dice: «Il Regno di Dio è come un ladro nella notte» (Matteo 24,43). Non c’è nulla di rassicurante o di lineare in questa immagine.

Il progressismo moderno (Illuminismo, positivismo, marxismo, psicanalisi) è invece una fede immanentistica: la storia si sviluppa da sé, per mezzo della scienza, della rivoluzione o della terapia, verso un futuro migliore. Questa è una secolarizzazione del cristianesimo? Forse sì, ma è una secolarizzazione che ne tradisce il cuore, perché il cristianesimo non ha mai promesso un futuro positivo automatico. Ha promesso un giudizio, una risurrezione, una parusia che non è affatto scontata. Il futuro cristiano passa attraverso la croce, non la elude.

Marx e Freud sono cristiani?

Marx e Freud non sono «cristiani», ma eredi dell’Illuminismo. Galimberti definisce Marx un «grande cristiano» e Freud un cristiano involontario, perché entrambi avrebbero ereditato la struttura passato-male/presente-redenzione/futuro-salvezza. Questa è una obiettiva una forzatura.

Marx non è cristiano: è un illuminista che ha sostituito la grazia con la rivoluzione, la conversione con la lotta di classe, la salvezza con la società senza classi. La sua fiducia nel progresso storico è un’eredità del razionalismo settecentesco, non della teologia paolina. Paolo non ha mai teorizzato che la storia si redime da sé: ha detto che «Dio ha rinchiuso tutti nella disobbedienza per usare a tutti misericordia» (Romani 11,32). La salvezza è un dono, non una conquista.

Freud, anch’egli, non è cristiano: è un positivista che ha sostituito il peccato con il trauma, la confessione con la seduta analitica, la guarigione con la normalizzazione dell’Io. La psicanalisi invece non promette una salvezza escatologica: promette un adattamento, non una trasfigurazione. Il suo futuro non è il Regno di Dio, ma l’equilibrio pulsionale. Se mai c’è un’eredità cristiana in Freud, è una traccia secolarizzata, non la struttura profonda del suo pensiero. Galimberti, attribuendo a Marx e a Freud una matrice cristiana, compie lo stesso errore di chi vede il cristianesimo dappertutto senza distinguere tra fonte e degenerazione. Altro dal “non possiamo non dirci cristiani” di Benedetto Croce.

Il fantoccio

È la “figura cristiana spaventosa” di Galimberti che proprio non c’è. È il solito fantoccio: l’età dell’oro dei greci è una favola nostalgica, che guarda al passato con rimpianto. Il cristianesimo, invece, guarda al passato con gratitudine (la creazione buona, la predestinazione in Cristo), al presente con impegno (la carità, la testimonianza), al futuro con speranza (il Regno). Questa speranza non è un ottimismo ingenuo: è un’attesa che attraversa la croce, la prova, il giudizio. Non è il sorriso del progressista, ma la fede del martire.

 

 

 

 

 

La "figura cristiana spaventosa" che non c'è. Scrive il vescovo Staglianò

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