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Il mondo sta entrando in una fase di riarmo strutturale e l’industria della difesa degli Stati Uniti rischia di non essere in grado di tenere il passo. È questa la conclusione del nuovo rapporto del JPMorganChase Center for Geopolitics, che analizza lo stato della base industriale militare americana in un contesto di crescente competizione strategica. Secondo il documento, il problema non riguarda più la necessità di modernizzare il sistema produttivo della difesa, ormai riconosciuta a Washington e nelle capitali alleate, ma la velocità con cui tale trasformazione potrà essere realizzata. In gioco non c’è soltanto la capacità di produrre armamenti, ma la credibilità della deterrenza occidentale. 

Un cambio di paradigma

Il report descrive un cambio di paradigma che segna la fine dell’assetto ereditato dalla fine della Guerra fredda. Per oltre trent’anni la base industriale della difesa statunitense è stata ottimizzata per un contesto di pace relativa, con catene di approvvigionamento snelle, produzioni limitate e programmi di acquisizione intermittenti. Questo modello ha generato profitto economico, ma ha progressivamente eroso la capacità di espandere rapidamente la produzione in caso di crisi. In questo contesto, il sostegno militare all’Ucraina è stato rivelatore: il trasferimento di munizioni e sistemi d’arma ha infatti dimostrato quanto sia difficile per gli Stati Uniti rimpiazzare rapidamente le scorte e aumentare la produzione. L’arsenale della democrazia, come viene spesso definita l’industria militare americana, si è scoperto molto meno elastico di quanto si immaginasse. 

Gli elementi della trasformazione

Il rapporto individua tre fattori che stanno trasformando il sistema della difesa globale: l’accelerazione tecnologica, il ritorno della competizione tra grandi potenze e la crescente autonomia industriale degli alleati degli Stati Uniti. Sul piano tecnologico, l’innovazione corre più veloce della produzione. Negli ultimi anni sono nate oltre 1.500 startup nel settore della difesa, sostenute da circa 50 miliardi di dollari annui di capitali di rischio. Molte sviluppano tecnologie dual use, dall’intelligenza artificiale ai sistemi autonomi, ma il passaggio dalla prototipazione alla produzione su larga scala resta complesso, anche a causa dei meccanismi di procurement del Pentagono, giudicati troppo lenti rispetto ai cicli dell’innovazione commerciale. 

La seconda grande pressione è quella geopolitica. La competizione a tutto campo con la Cina è ormai il perno della pianificazione militare americana. Pechino ha costruito negli ultimi anni un ecosistema industriale militare fortemente integrato con il settore civile e opera a un ritmo che gli Stati Uniti faticano a eguagliare. Il dato più citato dal rapporto riguarda la cantieristica navale, con la Cina che rappresenta il 53% della capacità globale, mentre gli Stati Uniti si fermano allo 0,1%. Non solo. La capacità cantieristica cinese supera quella americana di circa duecento volte e la marina dell’Esercito popolare di liberazione dispone già di oltre 370 unità, con una proiezione di 435 entro il 2030, contro la flotta della Us Navy ferma a 295 navi. 

A questo si aggiunge un altro elemento, il Crink (l’allineamento informale tra Cina, Russia, Iran e Corea del Nord). Questo blocco sta intensificando lo scambio di tecnologie, risorse e intelligence, aggirando in parte le sanzioni occidentali e rafforzando la cooperazione militare. Per le aziende della difesa occidentali ciò significa affrontare concorrenti che operano in ecosistemi industriali sempre più integrati e sostenuti dallo Stato.

Che succede oltre l’Atlantico?

Anche gli alleati degli Stati Uniti stanno cambiando approccio. In Europa e in Asia cresce la volontà di sviluppare capacità industriali autonome, spesso accompagnate da requisiti di produzione domestica negli acquisti militari. Il rapporto cita, ad esempio, i nuovi strumenti finanziari europei destinati a favorire i sistemi made in Europe e i programmi di caccia di nuova generazione come il Gcap e l’Fcas. Nel breve periodo i rischi per le aziende americane sono limitati, ma nel lungo termine questa evoluzione potrebbe ridurre la quota di mercato degli Stati Uniti nelle esportazioni di armamenti, che nel 2024 hanno superato i 300 miliardi di dollari. 

I punti critici dell’industria Usa

Accanto alle trasformazioni geopolitiche, il report elenca anche una serie di debolezze strutturali dell’industria della difesa americana. La prima riguarda la concentrazione industriale. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, una stagione di fusioni e acquisizioni ha ridotto il numero dei grandi appaltatori (prime contractor) da 51 a soli cinque: Lockheed Martin, Raytheon, Boeing, Northrop Grumman e General Dynamics. Questo consolidamento ha aumentato l’efficienza ma ha ridotto la ridondanza del sistema produttivo. In molti casi oggi esiste una sola linea di produzione per i componenti critici, creando potenziali colli di bottiglia in caso di aumento della domanda.

Un secondo problema riguarda la rete dei fornitori. Negli ultimi cinque anni più di 17 mila aziende hanno abbandonato il settore della difesa e quasi la metà dei fornitori di munizioni di precisione è uscita dal mercato nell’ultimo decennio. Questo ha eroso la capacità di aumentare rapidamente la produzione. Anche la forza lavoro rappresenta una vulnerabilità, tanto che gli occupati nel settore sono scesi dai circa tre milioni degli anni Ottanta a circa 1,1 milioni oggi, mentre l’età media supera i cinquant’anni. Il risultato è un sistema industriale che produce sì innovazione, ma che fatica a trasformarla in capacità militari concrete. Il paradosso, sottolinea il rapporto, è che gli Stati Uniti restano leader nella ricerca tecnologica, ma incontrano difficoltà nel produrre rapidamente e in grandi quantità sistemi relativamente semplici, come munizioni o droni a basso costo.

Una sfida generazionale

Negli ultimi due anni Washington ha iniziato a reagire. Il Congresso e l’amministrazione Trump hanno introdotto una serie di riforme per accelerare gli acquisti militari, rendere più flessibili le procedure del procurement e favorire la collaborazione con il settore privato. Il budget della Difesa del 2026 prevede, tra le altre cose, contratti pluriennali per le munizioni, programmi per automatizzare la produzione e iniziative per rafforzare le catene di approvvigionamento. Parallelamente, il governo sta sperimentando nuovi strumenti di politica industriale, inclusa la possibilità di assumere partecipazioni dirette in aziende considerate strategiche. Secondo JP Morgan, tuttavia, il nodo centrale resta la capacità di mobilitare investimenti pubblici e privati su larga scala.

La banca stessa ha annunciato nel 2025 una iniziativa da 1.500 miliardi di dollari in dieci anni per sostenere settori considerati critici per la sicurezza economica, tra cui difesa e aerospazio. L’obiettivo è creare un ecosistema in cui capitali finanziari, industria e governo collaborino per ricostruire la profondità produttiva che caratterizzava l’economia americana durante la Guerra fredda. Come segnala anche il report, ricostruire la base industriale della difesa non è un semplice aggiustamento di policy, ma una vera e propria sfida generazionale. Serviranno anni di investimenti, riforme e coordinamento tra governo, industria e finanza. In un mondo segnato dal ritorno della competizione tra potenze, la forza militare non dipenderà solo dalla superiorità tecnologica ma, come dimostrano peraltro gli sviluppi nel Golfo, dalla capacità di produrre rapidamente e su larga scala. In altre parole, la deterrenza passa (di nuovo) dall’industria. 

L’arsenale della democrazia rischia di svuotarsi. L’allarme di JPMorgan

Gli Stati Uniti stanno affrontando un momento critico per la loro industria della difesa. Il modello sviluppato dopo la Guerra fredda mostra limiti evidenti, dalla concentrazione dei produttori alla riduzione della forza lavoro e dei fornitori. In un contesto di competizione globale con Cina e alleati più autonomi, l’innovazione tecnologica e la capacità produttiva devono trovare un nuovo equilibrio. Le conclusioni del nuovo report di JPMorgan sull’industria della difesa statunitense

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