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Volendo guardare la luna e non il dito, Pirelli ha salvato se stessa, anche con l’aiuto del governo italiano. Il mercato americano, che vale un quinto dei ricavi della Bicocca, è salvo. Ma non perché i cinesi di Sinochem, oggi ancora azionisti di Pirelli al 34% seppur neutralizzati in termini di potere decisionale su board e assemblea, sono scesi al di sotto della fatidica soglia del 10%, condizione imposta dagli Stati Uniti per continuare a vendere oltre l’Atlantico gli pneumatici intelligenti di ultima generazione. Semplicemente, Palazzo Chigi è intervenuto a colpi di golden power, mettendo di fatto l’azionista cinese all’angolo.

La vicenda è nota, da quando negli Stati Uniti è entrata in vigore la nuova normativa che impone alle aziende partecipate da soci cinesi e che vendono tecnologia applicata all’industria dell’auto di ridurre sotto una certa soglia la presenza del Dragone, per Pirelli si è imposta una scelta. Falliti i negoziati con Sinochem (dallo spin off delle attività cyber tyre, la prima tecnologia proprietaria che trasforma lo pneumatico in sensore per monitorare stato gomme, abitudini guida, condizioni stradali e altro, fino allo spostamento della quota cinese in un trust), la Bicocca rischiava di perdere un mercato essenziale per il suo business.

Il prezzo era troppo alto per un’azienda simbolo del made in Italy. Per questo il governo Meloni ha attivato i poteri speciali del golden power per limitare l’influenza di Sinochem. Il decreto, approvato dal Consiglio dei ministri il 9 aprile e comunicato l’11 aprile, ha di fatto sterilizzato il socio cinese, già ai ferri corti con gli azionisti italiani guidati da Marco Tronchetti Provera attraverso Camfin. Che cosa è cambiato? Grazie all’intervento del governo, Sinochem potrà proporre nella prossima assemblea solo una lista con massimo tre candidati per il consiglio (su 15 membri), di cui due indipendenti (contro gli attuali 8 su 15). Se eletti, i rappresentanti cinesi non potranno comunque ricoprire ruoli chiave come presidente, vicepresidente o ceo, né presiedere comitati, né ottenere deleghe gestionali o poteri su strategie industriali e finanziarie.

Prescrizioni che cadranno nel momento in cui Sinochem scenderà sotto il 10%. Bisogna ricordare che l’ingresso cinese nella società risale al 2015, quando ChemChina acquistò Pirelli in un’operazione da circa 7,1 miliardi di euro. La logica industriale era doppia: per i cinesi significava accedere a tecnologie avanzate, soprattutto nel segmento premium, mentre Pirelli otteneva un partner forte per crescere in Cina e in Asia. Certo, l’intervento dell’esecutivo è risultato decisamente indigesto a Sinochem che, nel valutare azioni legali, ha definito come “discriminatorie” le prescrizioni del decreto su Pirelli. Ma il ministro per le Imprese Adolfo Urso ha ricordato la vera posta in gioco, motivando il blitz. “Quello che è importante per tutti gli azionisti di Pirelli, per i lavoratori e per l’azienda è che hanno potuto preservare la loro azione nel mercato più promettente, quello degli Stati Uniti, e quindi competere al meglio con una tecnologia assolutamente all’avanguardia nella competizione globale”.

Anche perché ci sono i numeri a ricordare quanto Pirelli sia oggi strategica per l’Italia. Numeri che mostrano una società che ha tenuto bene: nel 2021 i ricavi sono stati sopra i 5,3 miliardi di euro, nel 2022 sono saliti a 6,6 miliardi, nel 2023 a 6,65 miliardi e nel 2024 a 6,7 miliardi, con utile netto 2024 pari a 501,1 milioni di euro. Il 2025, stando ai risultati preliminari comunicati dalla Bicocca, è stato impostato su una crescita della redditività: a febbraio 2026 Pirelli ha comunicato ricavi 2025 pari a 6,77 miliardi, crescita organica del 4,2% e utile consolidato a 530,7 milioni, a fronte di un utile netto di 285,2 milioni di euro (302 milioni di euro nel 2024). Questo segnala una continuità di performance, nonostante il contesto di dazi, cambi e pressioni sui costi.

Intanto, oggi, il board ha approvato i risultati poc’anzi menzionati. A favore si sono espressi 9 su 14 consiglieri, mentre hanno votato contro i consiglieri Chen Aihua, Zhang Haitao, Chen Qian, motivando il loro dissenso unicamente in ragione della dichiarazione di avvenuta cessazione del controllo di Sinochem su Pirelli. Si sono, invece, astenute Fan Xiaohua e Tang Grace. Adesso occhio all’assemblea del 25 giugno prossimo, chiamata a rinnovare il board. Con i cinesi all’angolo.

Con riguardo alla crisi in Medio Oriente, Pirelli ha detto di avere nell’area un’esposizione limitata, pari a circa l’1% dei ricavi di gruppo, e di aver immediatamente messo in atto una serie di azioni volte a garantire la sicurezza delle proprie persone in loco, a rafforzare la collaborazione con i partner locali e a ottimizzare i flussi logistici. Inoltre, per limitare gli effetti, Pirelli ha già attivato un piano di mitigazione che prevede: un aumento dei prezzi; un contenimento dei costi ulteriore rispetto al piano di efficienze in essere; una revisione dei flussi logistici e un temporaneo aumento delle scorte di sicurezza di materie prime critiche per garantire la continuità della produzione; un’attenta gestione del capitale circolante.

Per Pirelli conti solidi. E blinda il mercato Usa (con l'aiuto del governo)

Falliti tutti i tentativi tra soci italiani e cinesi per spingere questi ultimi sotto il 10%, al fine di permettere alla Bicocca di continuare a presidiare un mercato strategico come quella statunitense, l’esecutivo ha attivato i poteri speciali, neutralizzando Sinochem. Che potrà avere non più di due rappresentanti nel board. E alla fine, per il governo la missione è compiuta. Il board però si spacca e tre consiglieri cinesi non approvano i conti 2025. Dal Medio Oriente pochi rischi

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