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Exploit elettorali e oceaniche Pontida. Roma ladrona e la canottiera con la quale si presentò a Berlusconi. È tutto un amarcord di Umberto Bossi il the day after della Lega.

Fondatore di partiti e affondatore di governi, epicentro di maggioranze parlamentari e terrore dei ministeri, con Umberto Bossi scompare l’originaria Lega scaturita dalla personale concezione della politica e dalla capacità organizzativa del “Senatùr”, ministro, deputato, europarlamentare, segretario, presidente a vita, ma soprattutto padre padrone della Lega Nord.

Era partito da lontano, nei primi anni settanta, dalle posizioni ideologiche del Manifesto e del Partito di Unità Proletaria per il Comunismo, subito abbandonate quando si avvicina alla causa autonomista e federalista dell’Union Valdôtain di Bruno Salvatori, il teorico dell’autodeterminazione dei popoli, delle cosiddette nazioni senza Stato e dell’appartenenza ad un popolo tramite criteri culturali e non di sangue.

Decisivo è però l’incontro con Roberto Maroni, anche lui reduce da esperienze con vari gruppi marxisti-leninisti. La formula di Bossi alla base dell’intuizione fondativa della lega sembra essere quella della spinta autonomistica e del rigetto della politica romanocentrica, calate nella rigida concezione organizzativa leninista del partito Dio unico.

Formula che consente al duo Bossi-Maroni di lanciare nei primi anni Ottanta la formazione della Lega Autonomista, che sarebbe poi divenuta la Lega Lombarda. Alle elezioni politiche del 1987 Bossi viene eletto per la prima volta senatore e avvia l’assemblaggio attorno alla Lega Lombarda, della Liga Veneta, del Piemònt Autonomista, Union Ligure, Lega Emiliano-Romagnola e dell’Alleanza Toscana.

Più che un sogno la grande Lega del Senatur diventa così una realtà politica nazionale che nel 1994 dà vita ad un breve sodalizio di governo con Forza Italia, il neonato partito di Silvio Berlusconi. Ma i rapporti tra i due proseguono tra alti e bassi fino ai primi anni Duemila, con la costituzione della coalizione chiamata Casa delle Libertà che vince le elezioni politiche del 2001 e del 2008 e con Bossi che diventa in entrambi i governi presieduti da Berlusconi, ministro per le Riforme Istituzionali e la Devoluzione.

È l’apice di una carriera da self made man, subito seguita da vari contraccolpi politici e fisici. Nel 2004 viene colpito da grave un ictus cerebrale dal quale si riprende in parte solo dopo una lunga convalescenza. La successione nel ruolo di segretario federale del triumvirato composto da Roberto Maroni, Roberto Calderoli e Manuela Dal Lago, anticipa la lunghissima segreteria di Matteo Salvini, a tratti polemica, ingenerosa ed in contrapposizione col fondatore.

“Ei fu siccome immobile” recitano ora in via Bellerio i leghisti più anziani citando Manzoni. Come dire che ora che il Senatùr è scomparso tutti l’acclamano come sincero protagonista politico, difensore di un nord Italia in bilico fra autonomia e indipendenza.

Applausi sinceri e non, ma anche ipocrite lacrime di coccodrillo, facilmente smascherabili – dicono i veterani della Lega – ripercorrendo negli archivi giornalistici e mediatici le invettive e gli insulti indecorosamente rivolti ad un acciaccato fondatore, emarginato fino al punto da fargli rischiare l’ultima rielezione.

Ma lui ha tenuto duro fino all’ultimo, affidando ai commenti degli editorialisti la nemesi dell’analisi impietosa di ciò che era la Lega di Bossi, raffrontata a come è ridotta adesso. Un “come eravamo” leghista che restituisce idealmente al Senatùr l’onore delle armi e le legioni di voti perduti nelle foreste di tutte le elezioni politiche successive alla sua segreteria.

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