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Quanto accaduto in Venezuela non va letto come un incidente, né come una singola operazione isolata. È più plausibilmente una frattura nel sistema. Per comprenderla, occorre spostare lo sguardo dal piano tattico a quello strutturale: ciò che emerge non è una decisione contingente, ma una possibile riformulazione implicita del modo in cui gli Stati Uniti concepiscono l’uso della forza, la sovranità e il rapporto tra potere e ordine internazionale.

In questo senso, l’azione contro il regime di Nicolás Maduro va collocata all’interno della più ampia strategia globale dell’amministrazione di Donald Trump, e letta in continuità con altre operazioni militari statunitensi recenti, rapide e circoscritte, rimaste in larga parte sottotraccia nel dibattito pubblico occidentale: i bombardamenti del 13 dicembre contro postazioni di Isis in Siria, e quelli del 24–25 dicembre contro infrastrutture terroristiche in Nigeria, condotti in coordinamento con il governo locale per fermare rapimenti e massacri contro le minoranze cristiane.

La successione temporale di questi episodi non è casuale. Essa suggerisce che, nella visione dell’attuale amministrazione Usa, il ricorso allo strumento militare non venga normalizzato, ma ricondotto a una funzione selettiva: obiettivi concreti, traguardi realistici, tempi compressi, minimizzazione delle ricadute sistemiche.

In questa prospettiva, la politica estera americana si configura come un esercizio esplicito di sovranità, in cui l’affermazione degli interessi nazionali non è disgiunta dalla difesa della democrazia, dal contrasto al terrorismo e dall’opposizione a regimi che opprimono i diritti umani fondamentali.

La discontinuità rispetto al passato sta nel fatto che tali principi non vengono più delegati al diritto internazionale astratto o a un interventismo umanitario automatico, ma subordinati all’esistenza di condizioni concrete di fattibilità. Condizioni che implicano, in primo luogo, una comprensione effettiva e non ideologica delle società locali, e dunque il rifiuto di schemi universalistici applicati meccanicamente.

Ricalibrazione della deterrenza: il ritorno della volontà

Non siamo davanti a una proxy war. L’azione in Venezuela – per come viene presentata e narrata – ha un intento di decapitazione politica e simbolica, non di gestione prolungata del conflitto. In questa chiave, il messaggio non è regionale, ma sistemico.

È un modo per riaffermare che la deterrenza non vive solo di equilibri astratti, ma anche di volontà dimostrata, e che alcune linee rosse esistono solo se qualcuno è disposto a farle valere. Qui si coglie il superamento di una soglia che per anni aveva retto l’ordine implicito internazionale: quella in cui la forza veniva sistematicamente occultata dietro la procedura, e la sovranità tradotta in linguaggio multilaterale. Il segnale che emerge oggi è più diretto e meno ambiguo – e proprio per questo più destabilizzante per l’architettura precedente.

Sovranità concreta vs proceduralismo globale

Un secondo livello di lettura riguarda il rapporto tra potere e istituzioni. Da anni, una parte dell’ordine internazionale ha funzionato come meccanismo di sospensione della responsabilità: regimi illegittimi, reti criminali e apparati ostili all’Occidente hanno imparato a usare il diritto internazionale come scudo, non come vincolo.

In questa chiave, ciò che osserviamo può essere interpretato come il superamento dell’illusione procedurale:

– non tutto ciò che è formalmente legale è sostanzialmente giusto;
– non tutto ciò che è multilaterale è neutrale.

Qui emerge con forza la distinzione tra diritto astratto e sovranità concreta: non una negazione delle regole in quanto tali, ma il rifiuto di un sistema che le ha progressivamente trasformate in strumenti di impunità.

America Latina: Milei, Kast e la fine dell’equivoco ideologico

Se questa lettura è corretta, l’effetto principale dell’operazione in Venezuela non è militare, ma politico. L’America Latina è oggi uno dei teatri in cui la crisi del paradigma globalista si manifesta in modo più netto. Le affermazioni politiche di Javier Milei in Argentina e di José Antonio Kast in Cile non rappresentano semplici alternanze elettorali, ma rotture ideologiche: un rifiuto esplicito del socialismo del XXI secolo, del populismo autoritario e dell’ambiguità anti-occidentale mascherata da autonomia strategica.

In questo contesto si inseriscono anche le prese di posizione di ex presidenti colombiani come Álvaro Uribe Vélez e Iván Duque Márquez, che hanno apertamente sollecitato la destituzione di Maduro manu militari.

Il dato politico è chiaro: l’autoritarismo ideologico non è più percepito come fattore di stabilità, ma come fonte di vulnerabilità. L’ambiguità strategica, a lungo tollerata, perde funzione protettiva.

Il banco di prova sarà:
– nell’immediato, la gestione della transizione post-Maduro e il ruolo dei cittadini venezuelani;
– nel medio periodo, l’impatto su Cuba e Nicaragua e i risultati nel contrasto al narcotraffico.
Antiglobalismo come cornice culturale

Esiste infine una dimensione ideologica e culturale che non può essere elusa. Per anni, una certa lettura globalista ha sostenuto che l’Occidente dovesse auto-limitarsi per non apparire egemonico, accettando compromessi crescenti su legalità, confini, sicurezza e responsabilità. In nome della stabilità procedurale, si è spesso tollerata l’erosione sostanziale dell’ordine.

Ciò che osserviamo oggi può essere interpretato come una reazione a quella fase: non il rifiuto delle regole, ma il rifiuto di un globalismo normativo disancorato dal potere, incapace di distinguere tra sovranità legittima e potere predatorio. In questo senso, l’antiglobalismo che riaffiora non è isolamento, ma ri-politicizzazione della sovranità.

Perché Venezuela non è un precedente imperiale

È quindi un errore di metodo analitico ritenere che l’operazione contro Maduro costituisca un lasciapassare per le ambizioni della Russia in Ucraina o della Cina su Taiwan. In Venezuela, gli Stati Uniti non perseguono obiettivi di annessione territoriale. Mosca e Pechino, al contrario, rivendicano apertamente logiche di conquista imperiale. La differenza non è di forma, ma di sostanza: tra intervento circoscritto e ambizione imperiale, tra sovranità concreta e negazione dell’altrui esistenza politica.

Conclusione

Non siamo ancora in una nuova Guerra Fredda. Siamo in una fase di shift riflessivo, in cui le grandi potenze riconsiderano cosa sono disposte a tollerare e cosa no. La traiettoria non è garantita, né priva di rischi.

Ma un dato emerge con chiarezza: un ordine basato esclusivamente su norme astratte, scollegate dalla capacità di farle rispettare, mostra crepe evidenti. Che l’Europa lo riconosca o meno, la storia ha accelerato. E interpretarla correttamente è già una forma di potere.

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