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Mentre Washington e Bruxelles si scoprono più distanti sul piano politico e commerciale, le due sponde dell’Atlantico sono sempre più unite, loro malgrado, da una vulnerabilità strutturale: la dipendenza dai materiali critici e da filiere in cui la Cina occupa una posizione dominante.

La competizione del prossimo decennio è spesso raccontata come una sfida digitale, fatta di algoritmi, cloud e supremazia nell’intelligenza artificiale, ed è facile dimenticarsi che la sua infrastruttura è fatta di ferraglia tridimensionale. Batterie, robotica, turbine, reti elettriche, sensori, piattaforme autonome, sistemi d’arma, tutto l’ecosistema tecnologico che sostiene industria e difesa poggia su un gruppo relativamente circoscritto di risorse e processi industriali.

Le terre rare, ormai entrate nel lessico di pubblico e addetti ai lavori, sono l’esempio più importante: la Cina rappresenta circa il 65-70% dell’estrazione globale, e più dell’85% della capacità di raffinazione mondiale, oltre a circa il 90% della produzione di magneti permanenti in neodimio-ferro-boro, componenti essenziali tanto per applicazioni civili (motori elettrici, turbine eoliche) quanto per sistemi militari avanzati come l’F-35. La dipendenza più rilevante non è dunque solo da chi estrae, ma da chi processa. La filiera delle terre rare, dalla separazione chimica alla raffinazione, fino alle leghe e ai magneti, è lunga, capital intensive, sensibile agli shock di prezzo e politicamente complicata per ragioni ambientali. È su questa lunghezza che la Cina ha costruito il proprio vantaggio.

Secondo stime dell’Agenzia internazionale per l’energia (Aie), per diverse materie prime critiche Pechino controlla oltre il 60% della lavorazione globale anche quando la quota estrattiva è inferiore, grazie a una strategia industriale paziente e sostenuta da politiche pubbliche di lungo periodo. L’Europa è esposta in modo particolarmente acuto. Anche ipotizzando nuove scoperte e un’improvvisa accelerazione della burocrazia, l’estrazione è solo l’inizio: senza capacità di processing e manifattura intermedia, i nuovi giacimenti rischiano di tradursi nello spostamento della dipendenza solo di qualche passaggio nella supply chain.

Nel frattempo, il continente affronta due pressioni convergenti: da un lato la transizione energetica e digitale, che secondo l’Aie potrebbe quadruplicare la domanda di minerali critici entro il 2040; dall’altro l’esigenza di aumentare la capacità produttiva nel settore della difesa. Gli Stati Uniti, pur avendo riattivato capacità estrattive domestiche (come Mountain pass in California), continuano a inviare in Cina una quota significativa del concentrato per la raffinazione. E le recenti restrizioni all’export imposte da Pechino su diverse categorie di materiali hanno mostrato che, per convertire una posizione dominante in leva politica non serve interrompere completamente i flussi ma è sufficiente rendere l’accesso meno prevedibile. Ecco, quindi, che la divergenza politica tra Europa e Stati Uniti incontra un limite in una prova comune.

Per entrambe le sponde dell’Atlantico, benché in misura diversa, l’esposizione alle filiere cinesi in segmenti cruciali di raffinazione e trasformazione rappresenta una sfida strategica alla competitività industriale in pressoché tutti i settori. Bruxelles si sta svegliando. Il Critical raw materials act del 2024 fissa obiettivi al 2030 lungo la filiera (almeno il 10% del consumo annuo da estrazione interna, il 40% da trasformazione europea e il 25% da riciclo) e introduce un limite alla concentrazione delle dipendenze: nessuna materia prima strategica dovrebbe dipendere per oltre il 65% da un singolo Paese terzo nelle fasi rilevanti della lavorazione.

La Commissione ha inoltre identificato decine di progetti strategici lungo la catena del valore per accelerarne autorizzazione e finanziamento. Sono segnali importanti, ma la distanza tra obiettivi normativi e realtà industriale resta ampia. Costruire impianti, competenze e catene logistiche richiederà tempo, capitale e stabilità economica e politica. Washington si muove su direttrici analoghe, puntando su espansione di estrazione e lavorazione domestica, riserve strategiche e friend-shoring. Attraverso strumenti come il Defense production act e i crediti fiscali dell’Inflation reduction act, l’amministrazione americana ha mobilitato miliardi di dollari per sostenere progetti di estrazione e di raffinazione, con l’obiettivo esplicito di ridurre la dipendenza dalla Cina nelle catene del valore energetiche e della difesa. Il vero elemento di novità, però, è la consapevolezza anche in Usa che, in una partita di questa scala, l’Europa rimane un asset da non sottovalutare. Più in generale, nel pieno di una narrativa improntata al disimpegno dal multilateralismo,

Washington ha promosso un vertice ministeriale con oltre cinquanta Paesi e l’Unione europea per discutere la creazione di un coordinamento sui minerali critici, con l’obiettivo dichiarato di ridurre l’esposizione alla Cina e rafforzare la stabilità delle catene di approvvigionamento. La strategia statunitense si articola su tre direttrici. La prima è l’espansione dell’estrazione e della lavorazione sul territorio nazionale. La seconda è il lancio del Project vault, una riserva strategica di minerali critici sostenuta da circa 12 miliardi di dollari di investimenti pubblico-privati per attutire shock geopolitici e volatilità dei mercati. La terza è il rilancio del friend-shoring, ossia la riallocazione delle filiere verso Paesi considerati affidabili. L’obiettivo del vertice è soprattutto politico. Trump punta a esibire un fronte compatto sul tema prima dell’incontro con Xi Jinping a Pechino. Ma ciò che più conta è la presa d’atto che le filiere critiche non sono un sistema che si riconfigura con un decreto, ma infrastrutture strategiche che, come tali, richiedono coordinamento, incentivi credibili, investimenti e orizzonti temporali scanditi in anni e non in trimestri. È a temi come questo che può appigliarsi la speranza di rifondare un rapporto transatlantico su basi meno rituali e più operative.

Se l’asse Washington-Bruxelles vuole sopravvivere alle frizioni politiche e commerciali, deve ancorarsi a un interesse comune e difficilmente negoziabile. Questo potrebbe avvenire attraverso investimenti coordinati nel processing, accordi di acquisto di lungo periodo per stabilizzare progetti altrimenti esposti alla volatilità, standard comuni e divisione pragmatica del lavoro tra Nord America, Europa e Paesi partner. Non essendo un programma romantico, potrebbe essere plausibile. La relazione transatlantica potrebbe ritrovare un terreno comune non nella nostalgia dell’ordine liberale, ma in una politica industriale condivisa su alcuni snodi strategici. I materiali critici, in questo senso, sono uno dei pochi punti in cui interessi, vulnerabilità e incentivi convergono davvero.

Formiche 222

Le vulnerabilità che riavvicineranno Washington e Bruxelles. L'analisi di Irdi

Di Beniamino Irdi

La relazione transatlantica potrebbe ritrovare un terreno comune non nella nostalgia dell’ordine liberale, ma in una politica industriale condivisa su alcuni snodi strategici. I materiali critici, in questo senso, sono uno dei pochi punti in cui interessi, vulnerabilità e incentivi convergono davvero. L’analisi di Beniamino Irdi, ceo presso Highground e senior fellow presso German marshall fund

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