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Il vertice Nato di Ankara arriva in una fase segnata dalle tensioni tra Washington e alcuni alleati europei, dagli interrogativi sulla continuità del sostegno all’Ucraina e dal confronto sui nuovi impegni finanziari richiesti ai Paesi dell’Alleanza. Sul tavolo ci sono anche il riequilibrio delle responsabilità tra Stati Uniti ed Europa, il rafforzamento dell’industria della difesa e l’attenzione da riservare alle crisi del Mediterraneo e del Medio Oriente. Airpress ne ha parlato con Giangiacomo Calovini, deputato di Fratelli d’Italia, membro dell’Assemblea parlamentare della Nato e presidente della Commissione sul Mediterraneo, per capire con quali priorità l’Italia arrivi al summit, quale spazio possa ottenere il fianco Sud e come possano evolvere i rapporti tra Europa e Stati Uniti all’interno dell’Alleanza.

Come arriva l’Italia al vertice Nato di Ankara, anche alla luce delle recenti tensioni con gli Stati Uniti e dell’ultimo attacco del presidente Trump nei confronti della presidente Meloni?

L’Italia arriva ben attrezzata, con un governo stabile, soprattutto rispetto ad altri partner internazionali, in un momento geopolitico particolarmente complesso. Non è un elemento secondario. Nelle dinamiche della politica estera, delle relazioni internazionali e della difesa, il nostro Paese è diventato un interlocutore molto importante.

Arriviamo al vertice consapevoli di quanto sia fondamentale l’Alleanza atlantica. Non è sempre facile spiegarlo sul piano politico, ma il compito del governo e di chi rappresenta gli elettori è far comprendere che investire nella Nato significa tutelare direttamente l’interesse e la sicurezza dei cittadini.

Il governo ha capacità di interlocuzione con tutti. Il peso dell’Italia si è rafforzato anche a Bruxelles, in particolare all’interno del Consiglio europeo. È evidente, tuttavia, che in questo momento il rapporto con Washington non sia dei migliori. La maggioranza e il governo devono però continuare a lavorare nell’interesse della sicurezza nazionale, senza lasciare che le polemiche, pur esistenti, condizionino l’azione dell’esecutivo.

Sul sostegno all’Ucraina dobbiamo aspettarci una Nato meno coinvolta e un’Europa chiamata a compensare un eventuale arretramento americano, oppure prevarrà la continuità nell’assistenza a Kyiv?

Al di là di alcune dichiarazioni roboanti, mi sembra che la Nato continui a operare in continuità con quanto fatto negli ultimi anni. A un vertice di questa importanza si arriva dopo un intenso lavoro preparatorio e, sulla questione ucraina, la linea appare sostanzialmente confermata.

Anche l’Italia ha posto alcune condizioni sulle modalità dell’intervento, ma non manca l’impegno dei Paesi alleati a sostenere Kyiv, con aiuti per circa 70 miliardi. Sono state affrontate diverse questioni e l’Italia si è concentrata in particolare sul settore energetico, nel quale può offrire un contributo concreto e sul quale sono arrivate richieste dirette da parte ucraina.

L’Alleanza, tuttavia, non può occuparsi soltanto del fronte Est. Da membro dell’Assemblea parlamentare Nato e presidente della Commissione sul Mediterraneo, ritengo necessario prestare attenzione anche al fronte Sud, all’instabilità del Mediterraneo, al Medio Oriente e ai fenomeni migratori. La Nato deve avere la capacità di affrontare contemporaneamente tutte queste sfide.

Proprio guardando al Mediterraneo, il vertice si svolge in Turchia, un Paese sempre più centrale negli equilibri dell’Alleanza. Quanto può contribuire la scelta di Ankara a valorizzare il fianco Sud della Nato, dove l’Italia può rivendicare un ruolo strategico?

L’Italia può avere un ruolo determinante. È riuscita a riportare il Mediterraneo e il fronte Sud, sotto diversi aspetti, al centro dell’agenda politica nazionale e internazionale. Ha posto a Bruxelles la questione migratoria, contribuendo all’approvazione di un’impostazione diversa rispetto al passato, e ha rilanciato il rapporto con il continente africano attraverso il Piano Mattei.

Si tratta di un piano che non ha soltanto un valore comunicativo, ma sta producendo progetti concreti. Numerosi interlocutori internazionali guardano con interesse al modo in cui l’Italia sta lavorando nel continente africano. Grazie ai rapporti con i Paesi africani e mediterranei, Roma è riuscita quindi a rafforzare il proprio posizionamento.

La Turchia, da parte sua, è un Paese di primaria importanza. Lo è all’interno dell’Alleanza per il contributo che fornisce in termini di uomini, truppe e capacità. Lo è anche perché è diventata un attore fondamentale per comprendere ciò che accade nel Mediterraneo e, soprattutto, in Medio Oriente.

Il fatto che in questa fase l’Italia abbia buoni rapporti con Ankara è determinante. Anche questo contribuisce a permettere al nostro Paese di sedere ai tavoli che contano in un contesto internazionale particolarmente complicato.

Il tema delle spese militari sarà centrale. Il confronto tra Europa e Stati Uniti riguarderà soltanto l’entità degli investimenti o anche le priorità da seguire, le capacità da sviluppare e il rafforzamento dell’industria europea della difesa? Quale direzione potrebbe emergere dal vertice?

A L’Aja sono stati assunti impegni storici per portare gli investimenti dei 32 Paesi Nato fino al 5%. Per un Paese come l’Italia, che tradizionalmente si è attestato intorno all’1,5-1,7%, si tratta di una rivoluzione copernicana.

L’obiettivo politico è arrivare a quel livello entro il 2035. Prima di allora è previsto anche un passaggio di revisione, fissato al 2029. Sarà quindi un percorso graduale, che l’Italia intende affrontare da Paese serio, tenendo conto sia delle esigenze del bilancio nazionale sia di quelle della politica interna.

Siamo convinti di poter raggiungere l’obiettivo un passo alla volta, dialogando con gli altri Paesi, con le istituzioni e con il settore privato. L’Italia dispone inoltre di realtà industriali importanti nel campo della difesa.

Questi investimenti non vengono effettuati perché qualcuno auspichi un ritorno alla guerra o voglia attaccare altri Paesi. Servono a difendersi da possibili aggressioni, comprese quelle ibride, e a proteggere l’Italia e i suoi cittadini.

Che cosa dovrebbe emergere concretamente dal vertice perché l’Italia possa dirsi soddisfatta? E quale Nato potremmo ritrovare alla fine del summit?

Potremmo ritrovare un’Alleanza a maggiore trazione europea, anche alla luce della volontà di ridurre il coinvolgimento americano che sembra emergere in alcuni ambienti di Washington. Non credo, tuttavia, che questo orientamento sia così marcato come potrebbe apparire dalle dichiarazioni del presidente Trump.

Mi reco spesso a Washington e dialogo con i membri del Congresso americano. Ho riscontrato una convinzione diffusa sul fatto che l’Alleanza atlantica e l’unità dell’Occidente rappresentino ancora il perimetro fondamentale all’interno del quale operare.

Per l’Italia sarebbe importante vedere una Nato maggiormente impegnata sulle questioni mediterranee e sul fronte Sud. È una richiesta che il nostro Paese porta avanti da tempo e sono convinto che diversi alleati possano sostenerla.

Servirebbe, inoltre, un maggiore coinvolgimento politico dell’Alleanza. In questi anni, come parlamentare dell’Assemblea Nato, ho percepito la necessità di spiegare meglio che cosa sia e a che cosa serva. Non deve passare il messaggio fuorviante secondo cui la Nato esiste soltanto per attaccare o fornire armi.

L’Alleanza serve innanzitutto a difendere ciò che abbiamo e la nostra vita quotidiana. Gli attacchi ibridi non richiedono necessariamente bombe o carri armati, ma possono colpire concretamente le nostre società. La Nato deve quindi conoscere e affrontare anche le sfide legate all’intelligenza artificiale e alla protezione delle infrastrutture, dei treni, degli aerei e di tutti i servizi essenziali. L’impegno della politica, a livello nazionale e internazionale, deve andare in questa direzione.

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