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L’assassinio di Seif al-Islam Gheddafi, figlio dell’ex leader libico Muammar Gheddafi, avvenuto ieri alle 14:30 orario locale nel giardino della sua casa di Zintan, segna un passaggio simbolico e politico di grande rilevanza in un Paese che da anni vive in equilibrio instabile tra fazioni, milizie e ambizioni personali. Secondo quanto annunciato dal suo consigliere Abdullah Osman, Seif al-Islam è rimasto ucciso durante uno scontro armato nella regione di al-Hamada, nel sud-ovest della Libia, in circostanze ancora al centro di un’inchiesta giudiziaria.

Le autorità della Procura generale libica hanno confermato che la vittima è stata raggiunta da diversi colpi di arma da fuoco. Un team investigativo composto da esperti balistici, medici legali e tecnici forensi ha avviato le indagini per chiarire la dinamica dell’agguato e individuare i responsabili. Al momento, nessuna fazione ha rivendicato l’attacco.

Un Paese sospeso tra tensioni e riposizionamenti

Le ore successive all’uccisione sono state segnate da un’immediata mobilitazione nelle roccaforti gheddafiane, in particolare a Bani Walid, dove centinaia di miliziani delle tribù Warfalla e convogli armati si sono dispiegati in segno di allerta. La Brigata 444 Combattimento, unità d’élite fedele al Governo di unità nazionale di Tripoli, ha invece smentito con decisione qualsiasi coinvolgimento, denunciando la diffusione di notizie non verificate che rischiano di incendiare ulteriormente il clima nel Paese.

Le reazioni dal fronte istituzionale

Le principali figure del Consiglio presidenziale libico hanno reagito rapidamente all’uccisione, elevando il tono del dibattito politico.
Ali al-Sallabi, consigliere del presidente del Consiglio Presidenziale per gli affari della riconciliazione nazionale, ha espresso condoglianze alla famiglia Gheddafi e invocato un’indagine giudiziaria equa e trasparente. “Le divergenze politiche non giustificano l’uccisione extragiudiziale”, ha dichiarato al-Sallabi, sottolineando che “la giustizia si basa solo sulla verità e che il sangue è sacro”. Ha ricordato il ruolo di Seif al-Islam nel contribuire al rilascio di prigionieri e nel sostenere il percorso di riconciliazione, esortando le autorità a identificare i colpevoli e avvertendo che un coinvolgimento di parti esterne costituirebbe una “grave violazione della sovranità libica”.

Moussa al-Koni, altro membro del Consiglio Presidenziale, ha commentato l’episodio attraverso un post su X: “Diciamo no agli assassinii politici, no a ottenere rivendicazioni con la forza e con la violenza come linguaggio e mezzo”. Al-Koni ha insistito sulla necessità di superare la crisi libica attraverso il dialogo e la comunicazione costruttiva tra tutte le parti, ribadendo che “è ciò che ci condurrà alla soluzione possibile e attesa”.

Queste posizioni, più che semplici condoglianze, appaiono come un tentativo di preservare il fragile equilibrio istituzionale e scongiurare una spirale di vendette tribali.

La fine di un ruolo politico

Oltre la cronaca, la scomparsa di Seif al-Islam sembra suggellare la fine di un ruolo politico più che la semplice eliminazione di un uomo. Negli ultimi anni, il secondogenito di Gheddafi aveva progressivamente riacquistato visibilità, annunciando nel 2021 la propria candidatura alle presidenziali poi sospese. Attorno a lui si era coagulata una rete di ex funzionari, tribù fedeli al passato regime e settori della popolazione disillusi dal caos post-2011.

“L’uccisione di Saif al-Islam Gheddafi non può essere letta come un semplice episodio di cronaca nera. Quello che è accaduto somiglia molto di più alla fine di un ruolo politico, piuttosto che a un atto improvviso o casuale”, spiega in un’analisi per Formiche.net Ahmed Zaher, analista politico libico. Zaher sottolinea come Seif al-Islam sia stato utilizzato negli ultimi anni come “una carta di pressione e di negoziazione” all’interno di un contesto politico estremamente fluido, fino a quando questa carta ha smesso di essere utile ai suoi utilizzatori.

Un delitto carico di interrogativi

Le modalità dell’uccisione alimentano interrogativi più profondi. L’attacco è avvenuto nella sua residenza di Zintan, un luogo apparentemente sicuro e sotto il controllo di forze amiche. Questo rende meno credibile l’ipotesi di un’azione esterna improvvisata e apre invece scenari più complessi: tradimento interno, regolamento di conti, o una decisione politica mirata a chiudere definitivamente un capitolo ingombrante.

“È possibile che Saif al-Islam sia stato eliminato proprio da chi avrebbe dovuto garantirne la sicurezza?”, si chiede Zaher, notando come nel contesto libico “la protezione si trasforma in controllo, e il controllo, quando il ruolo si esaurisce, può diventare uno strumento di eliminazione”. Seif al-Islam avrebbe commesso un errore di valutazione, sopravvalutando il proprio peso politico e dando fiducia ad attori che lo consideravano una risorsa temporanea, non un alleato strategico.

L’illusione del ritorno

Senza un progetto politico strutturato né una forza organizzata, anche le figure storiche diventano fragili e sacrificabili. “Oggi, in Libia, la sola simbologia non basta più”, conclude Zaher. La morte di Seif al-Islam racconta non solo la fine di un uomo, ma l’impossibilità, almeno per ora, di ricomporre il Paese attraverso la nostalgia di un regime scomparso.

Un sistema senza regole

Ciò che emerge, in ultima analisi, è la conferma della natura del gioco politico libico: un sistema privo di regole condivise, di garanzie e di continuità. Nel quale le alleanze sono temporanee, la lealtà è negoziabile e la forza resta l’unica vera moneta di scambio. La morte di Seif al-Islam Gheddafi non è solo un fatto di cronaca nera. È l’ennesimo promemoria di come, nella Libia post-rivoluzionaria, il potere continui a nascere e morire nell’ombra di un conflitto irrisolto.

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“L’uccisione di Saif al-Islam Gheddafi non può essere letta come un semplice episodio di cronaca nera. Quello che è accaduto somiglia molto di più alla fine di un ruolo politico, piuttosto che a un atto improvviso o casuale”, spiega l’analista Ahmed Zaher. Si tratta dell’ennesimo promemoria di come, nella Libia post-rivoluzionaria, il potere continui a nascere e morire nell’ombra di un conflitto irrisolto

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