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La speranza è che prima o poi – meglio prima che poi – Donald Trump capisca. La sua politica estera non è solo rivolta contro l’Europa, ma contro tutto l’Occidente. Si pensi solo al caso del Canada o della Groenlandia. E di conseguenza contro gli stessi Stati Uniti, sempre più isolati – salvo l’incerta partita mediorientale – mentre il suo principale competitor – la Cina – consolida la sua posizione sul fronte euro-asiatico ed estende il suo sistema di alleanze. O, almeno, non lo piccona. Continuare così, a meno di improbabili miracoli, si rischia solo di lavorare per il Re di Prussia.

Xi Jinping ha assunto sempre più la postura di un gatto sornione. Fornisce alla Russia di Putin il materiale bellico per continuare l’aggressione in Ucraina, come mostrano le scritte cinesi sui resti dei droni andati a segno. Ma poi, nella telefonata con Trump, dichiara di sostenere ogni sforzo per porre termine ai combattimenti e per la pace in Ucraina. Se l’Occidente avesse seguito un identico indirizzo, fornendo maggiori armi a quei valorosi combattenti contro l’invasore, forse la guerra sarebbe già finita da un pezzo.

Poco prima, inoltre, in un lungo colloquio con Vladimir Putin, in video conferenza, aveva ricordato che la loro alleanza non solo era “amicizia senza limiti”, ma poteva essere ulteriormente rafforzata. Soprattutto destinata ad “aprire nuovi orizzonti”. Dove? “la cooperazione tra Russia e Cina in campo energetico è di “natura strategica”: aveva precisato, secondo le parole dello stesso Putin, riportate dall’agenzia Interfax. “La Russia è il principale fornitore di energia per la Cina e la nostra partnership nel settore dell’energia è di reciproco vantaggio ed è davvero strategica”, aveva aggiunto Putin, secondo la Tass.

Mentre da un punto di vista più generale, “siamo pronti a mantenere il più stretto coordinamento su temi globali e regionali, sia a livello bilaterale sia in tutte le piattaforme multilaterali come l’Onu, i Brics, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai [Ocs] e altre, nelle quali il tandem Russia-Cina svolge un ruolo chiave sotto molti aspetti” sempre secondo le parole di Putin. Mentre Xi Jinping si limitava a dichiarazioni meno impegnative: “La Cina e la Russia dimostrano determinazione nella difesa della giustizia internazionale”. Il gatto che gioca con il topo!

Al tempo di Mao, gli Stati Uniti erano considerati una “tigre di carta” secondo le stesse indicazioni del “libretto rosso”: vangelo durante gli anni della contestazione sessantottina. Nel mirino non tanto gli “amerikani” quanto il gruppo dirigente della Russia sovietica: considerato revisionista e traditore della classe operaia. Mosca che rispondeva per le rime, denunciando l’avventurismo cinese e la sua mancanza di visione. Quella tigre, infatti, aveva al posto dei denti missili con testate nucleari.

Oggi quel termine torna di moda, seppure riferito ad un altro soggetto. Quattro anni di guerra non sono stati sufficienti per chi, come la Russia di Putin, che aspira ad essere considerata la seconda o la terza guerra mondiale, voleva realizzare i cosiddetti “obiettivi” dell’”operazione militare speciale”. Un tempo infinito. Da un punto strategico, era stato il più esteso Paese del mondo a trasformarsi in quel felino di cartapesta. Forse, alla fine la Russia costringerà l’Ucraina ad una resa ingiusta. Ma quell’epilogo non potrà cancellare né gli errori militari nella conduzione della guerra né la sua debolezza strategica. Tanto meno gli orrori di un nuovo Holodomor.

Di che può vantarsi Putin? Di aver quasi interamente militarizzato il suo stesso Paese, non solo a danno del civile, ma ipotecando chissà per quanto tempo il suo sviluppo futuro? Un economia sempre più mono culturale, legata all’esportazione di petrolio ed altri prodotti energetici. Costretto ad operare in spazi geografici sempre più ristretti, a causa delle sanzioni imposte: sia dalle misure primarie che da quelle di secondo grado. Come quelle poste a carico dell’India per le importazioni di petrolio. Con difficoltà finanziarie crescenti sia per un’inflazione persistente, che per la carenza di risorse dovuta al crollo delle esportazioni di petrolio. Con un sistema bancario sull’orlo del collasso, a causa delle forte crescita di crediti insoluti.

Per quanto tempo ancora potrà, inoltre, ignorare il pericolo cinese? Quella pressione costante sui 4.000 chilometri di confine. Quel soft power che da tempo si è insinuato nelle principali giunture economiche del Paese, creando una crescente dipendenza. Come in gran parte del resto del mondo, la Cina concede prestiti, realizza investimenti interni per fornire ai russi ciò che industrie autoctone non sono in grado di produrre. Garantisce le forniture militari indispensabili per colpire al cuore un intero popolo, come quello ucraino. Ma, nello, stesso tempo, alimenta il suo potenziale bellico. Rivolto, certo, contro l’Occidente, ma non perdendo di vista i suoi amici-nemici. Coloro cioè che, alla fine degli anni ‘60, non esitarono a mobilitare le truppe sulla frontiera dell’Ussuri. Senza contare, poi, la Siberia – altro che la Groenlandia tanto bramata da Trump – così a portata di mano, con le sue enormi ricchezze. Una landa desolata con una densità pari ad 1 abitante per kmq. Contigua ad uno dei Paesi più sovrappopolato della Terra.

Donald Trump coltiva forse l’illusione di poter realizzare il sogno di Henry Kissinger. Di poter contrapporre, come al tempo della “guerra fredda”, gli uni agli altri. “Divide et impera”: la regola aurea del vecchio imperialismo inglese. Possibile, ma opzione ad alto rischio. Prudenza richiederebbe maggior circospezione. Tanto più che le due economie – quella cinese e quella russa – in prospettiva sembrano delineare uno scenario di progressiva integrazione. Lo sviluppo tecnologico saldamente in mano a Pechino, le materie prime, le terre rare, i materiali critici nella disponibilità di Mosca. Il vecchio schema imperialista tra centro e periferia, tra Paesi sviluppati e regno del sottosviluppo.

Se questo sarà lo scenario futuro, avremo alla fine un blocco fortemente integrato ad est, e una grande frammentazione ad ovest. Con i soli Stati Uniti a far da contrappeso. Non una grande prospettiva, destinata a far riflettere: tanto gli americani, quanto gli europei. Sulle rive del Potomac, il fiume di Washington, qualcosa si sta muovendo. Le elezioni di midterm faranno da cartina al tornasole. Allora si vedrà se la crisi americana è destinata a durare o se quel popolo avrà avuto la forza, in libere elezioni, di modificare il tracciato della politica fin qui seguita.

L’Europa, dal canto suo, non può che prendere atto che comunque un vecchio mondo non esiste più e che quindi deve cambiare. Liberarsi da un rapporto ancillare nei confronti degli Stati Uniti e divenire sempre più potenza a sé stante. Per fare questo salto, nella nuova contemporaneità, le risorse ci sono. Basta pensare a quei 300 miliardi di euro che, ogni anno, sono messi a disposizione dell’estero a causa di una politica tendenzialmente deflazionistica. Le indicazioni fornite da Mario Draghi ed Enrico Letta hanno indicato la rotta. Si tratta solo di metterla al centro dell’agenda politica, puntando su un “pugno di volenterosi”. Consapevoli che alla fine l’intendance suivra. Il che potrebbe anche non avvenire. Ma qual è l’alternativa?

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