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La Polonia deve agire come se uno scontro armato con la Russia fosse una prospettiva concreta e non remota. È il monito di Paweł Szota, direttore dell’Agenzia di intelligence estera polacca, in un’intervista con il quotidiano Rzeczpospolita. Per il dirigente polacco, il livello dell’aggressività russa è oggi tale da richiedere un cambio di postura, una preparazione quotidiana a uno scenario non più lontano dalle valutazioni di possibilità.

“Tenendo conto dell’intero spettro delle minacce provenienti dal Cremlino, dobbiamo modellare di conseguenza la nostra mentalità e agire nella vita quotidiana come se un conflitto armato fosse una prospettiva a breve termine”, ha affermato Szota. La Russia, secondo il capo dell’intelligence estera, continuerà a misurare la risposta dell’Alleanza atlantica attraverso provocazioni e iniziative calibrate, anche nei confronti dei Paesi baltici. “I russi osservano le nostre reazioni”, ha aggiunto.

Il ragionamento di Varsavia parte dalla guerra in Ucraina, ma non si limita alle barriere territoriali. La valutazione dell’intelligence polacca è che Mosca disponga ancora delle risorse per sostenere il conflitto per diversi anni, sacrificando sviluppo e stabilità economica interna alla necessità politica di presentare Vladimir Putin come vincitore. Da qui le valutazioni che il Cremlino possa cercare, nel tempo, di testare la tenuta della Nato con operazioni ibride, asimmetriche, ad alto impatto ma difficili da ricondurre immediatamente a un confronto militare aperto.

Nei giorni scorsi, l’Agenzia per la sicurezza interna, l’Abw, aveva annunciato l’espulsione immediata di nove cittadini ucraini e due bielorussi, fermati in diverse città del Paese, per aver reclutato e pagato rifugiati ucraini per partecipare a manifestazioni, utilizzando fondi provenienti dalla Russia e coltivando legami con apparati di intelligence russi e bielorussi.

L’operazione, iniziata nell’autunno del 2025, si era poi sviluppata attraverso la costruzione di relazioni e influenza dentro la comunità ucraina presente in Polonia; poi la mobilitazione attorno a dossier ad alto tasso emotivo, come gli scandali di corruzione, la politica interna di Kyiv e le tensioni che attraversano il rapporto tra i rifugiati e il Paese ospitante.

Varsavia condivide un confine con l’exclave russa di Kaliningrad e con la Bielorussia, vero e proprio Stato-proxy di Mosca. La collocazione geografica di Varsavia e il suo ruolo nelle politiche europee di supporto a Kyiv rendono per il Cremlino importante indebolirne la coesione interna, mettendo così sotto pressione un Paese di frontiera della Nato senza dover aprire un nuovo fronte. Motivi per cui l’intelligence polacca continua peraltro a mantenere canali diretti con le strutture di sicurezza bielorusse, scelta che Szota ha difeso come strumento pragmatico: meglio ottenere informazioni e risultati per la sicurezza nazionale che assistere passivamente a una Bielorussia sempre più assorbita nella sfera russa.

L’espulsione degli undici presunti organizzatori e l’avvertimento del capo dell’intelligence estera fotografano lo stesso scenario, da due angolazioni diverse. Da un lato, la preoccupazione per una Russia che continua a prepararsi a un confronto lungo e spesso ibrido con l’Occidente. Dall’altro, la prova che le operazioni ostili di Mosca sono già in corso, spesso lontane dai campi di battaglia e progettate per colpire le vulnerabilità costitutive delle società europee.

Polonia, perché l’intelligence richiama l’attenzione sulla pressione russa

Il capo dell’intelligence estera polacca, Paweł Szota, invita Varsavia a comportarsi come se un conflitto con la Russia fosse una prospettiva ravvicinata. Poche ore prima, l’Abw aveva annunciato l’espulsione di undici persone accusate di avere organizzato proteste tra i rifugiati ucraini con fondi riconducibili a Mosca

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