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Un Paese che resta in piedi, nonostante sei mesi da brivido fin qui vissuti, tra crisi energetica e prezzi alle stelle. E questo grazie alla sostanziale sana e robusta costituzione delle imprese e degli istituti di credito. Moody’s, l’agenzia di rating mai troppo tenera con l’Italia ma che lo scorso anno, dopo ben 23 anni, è tornata ad alzare il rating sull’Italia (portandolo a Baa2), non ha dubbi quanto para di una resilienza economica dell’Italia “sostenuta dalla solidità dei bilanci del settore privato e da un sistema bancario robusto, oltre che da istituzioni complessivamente efficaci e da una governance solida”. Nella sua analisi, Moody’s sottolinea come “un’altra forza creditizia è rappresentata dalla solida posizione esterna, caratterizzata da avanzi delle partite correnti e da un rafforzamento della posizione patrimoniale netta sull’estero”.

Ma c’è anche del merito del governo di Giorgia Meloni, tra i più stabili della storia italiana. Secondo l’agenzia americana, infatti, “l’elevata rotazione dei governi ha tradizionalmente pesato sulla prevedibilità delle politiche, ma la stabilità è migliorata sotto l’attuale coalizione e, nonostante possibili frizioni pre-elettorali in vista del 2027, ci aspettiamo che nel complesso prosegua la continuità delle politiche”. Ed ecco i problemi. “Le principali sfide creditizie dell’Italia restano la debole crescita potenziale, il limitato spazio fiscale dovuto all’elevatissimo debito pubblico e le consistenti esigenze di finanziamento”.

Per fortuna, i rischi per la crescita derivanti dalle tensioni commerciali globali e dalle incertezze geopolitiche sono in parte compensati dall’aumento degli investimenti registrato dal 2020, con gli investimenti pubblici sostenuti dalle risorse del Pnrr. La robustezza del mercato del lavoro, poi, rappresenta un importante sostegno alla crescita dei consumi privati”. Ora non resta che tracciare una rotta. Quale, la indica la stessa agenzia di rating.

“A causa della debole crescita della produttività e delle tendenze demografiche fortemente sfavorevoli, saranno necessarie riforme strutturali continue e il mantenimento di livelli di investimento più elevati anche dopo la conclusione del Piano nazionale di ripresa e resilienza nell’agosto 2026, per aumentare il tasso di crescita potenziale dell’Italia, che stimiamo all’1% annuo nei prossimi cinque-dieci anni. Tali progressi sono sostenuti dalla crescita degli investimenti fissi lordi, favorita dagli investimenti pubblici previsti dal Pnrr, e dai primi segnali che indicano come questi stiano incoraggiando anche gli investimenti privati. Inoltre, investimenti e riforme stanno gradualmente riducendo le significative disparità tra il Nord e il Sud del Paese”.

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