Skip to main content

La visita del direttore della Cia John Ratcliffe a Mosca è davvero, come sostiene Donald Trump, una missione di “semi-routine”? È la prima domanda che mi pongo. E la mia risposta è: improbabile.

Il Cremlino ha confermato che Ratcliffe ha incontrato i vertici dell’intelligence russa, ma non Vladimir Putin, che sarebbe stato successivamente informato dell’esito dei colloqui. È inoltre la prima visita nota di un direttore della Cia a Mosca dal viaggio di William Burns del novembre 2021. Difficile, dunque, considerarla ordinaria.

Perché allora Trump tende a ridimensionarla? Credo si tratti soprattutto di opportunità politica perché Trump non vuole trasmettere l’immagine di un presidente alla disperata ricerca di un risultato e, soprattutto, non vuole alzare le aspettative su un’iniziativa il cui esito rimane incerto. Definire la missione «semi-routine» gli consente di abbassare preventivamente l’asticella: se non accadrà nulla, non ci sarà stato alcun fallimento, se invece Ratcliffe porterà a casa qualcosa, quel risultato potrà essere presentato come un successo della Casa Bianca.

Ed è qui che entra in gioco una variabile che considero determinante, ossia le elezioni di midterm. Trump ha bisogno di arrivare all’appuntamento elettorale potendo mostrare almeno un risultato significativo sul piano internazionale; non necessariamente la pace in Ucraina, ma sarebbe sufficiente un cessate il fuoco, l’apertura di un negoziato credibile o un accordo circoscritto che possa essere comunicato all’opinione pubblica americana come la dimostrazione che la sua strategia produce risultati.

Ma Ratcliffe è andato a Mosca per l’Ucraina o per l’Iran? Dati gli sviluppi credo che sarebbe un errore separare rigidamente i due dossier. Trump ha esplicitamente collegato la missione allo sforzo per mettere fine alla guerra in Ucraina, mentre Washington e Mosca rimangono contemporaneamente contrapposte sul dossier iraniano. E, qui, la presenza del capo della Cia consente di affrontare contemporaneamente dossier che formalmente appartengono a tavoli diversi, ma che strategicamente comunicano tra loro.

E l’ipotesi secondo cui Ratcliffe avrebbe portato a Mosca un avvertimento affinché la Russia non provocasse la Nato? Trump l’ha esclusa esplicitamente. Prendo atto della smentita, ma distinguerei il mandato principale della missione dai temi che possono essere affrontati durante un colloquio tra vertici dell’intelligence. È perfettamente plausibile che la gestione del rischio di escalation sia stata discussa senza costituire lo scopo principale del viaggio.

C’è poi la Bielorussia, e qui, proprio il 26 agosto, il presidente Lukashenko ha disposto un controllo a sorpresa della prontezza al combattimento delle forze armate, prevedendo anche l’uscita di una brigata dalla propria sede permanente. Non significa automaticamente preparazione a un’offensiva. Ma significa mantenere pressione, ambiguità e capacità di condizionamento sul fianco orientale della Nato e, indirettamente, sull’Ucraina. Provocare fino al limite del punto di rottura, senza mai superarlo, perché è la Russia, per prima, a non volere un vero scontro con la Nato.

È questo, in definitiva, il punto: Ratcliffe non è necessariamente andato a Mosca per chiudere un accordo, ma potrebbe esserci andato per verificare se esistono le condizioni per costruirne uno.

Trump, nel frattempo, fa ciò che politicamente gli conviene, ossia sminuisce la missione, riduce le aspettative e si riserva la possibilità di rivendicarne il risultato. Perché da qui alle elezioni di midterm, per la Casa Bianca, la politica estera sarà sempre più anche politica interna.

“Semi-routine”? Non proprio. Cosa cerca Trump mandando la Cia a Mosca

La missione del direttore della Cia John Ratcliffe a Mosca appare tutt’altro che “semi-routine”. Trump punta a verificare margini di intesa con la Russia su Ucraina e Iran, tenendo basse le aspettative per trasformare eventuali progressi diplomatici in un vantaggio politico in vista delle elezioni di midterm. L’analisi di Claudio Bertolotti

Washington sanziona Autistici/Inventati. Per gli Usa è un nodo digitale dell’estremismo violento

Il Dipartimento di Stato e il Tesoro americano hanno inserito il collettivo tecnologico italiano Autistici/Inventati tra gli Specially Designated Global Terrorists. Washington lo accusa di fornire infrastrutture e servizi digitali a organizzazioni dell’estrema sinistra violenta, comprese entità già sanzionate. Il collettivo respinge le accuse. Una decisione americana che non determina automaticamente una messa al bando in Italia o nell’Unione europea, ma che apre un fronte anche sul terreno finanziario e della cooperazione antiterrorismo

La sicurezza europea passa per la mobilità. Ecco perchè

Di Raffaele E. D'Uonno

Spesa militare e nuovi sistemi restano al centro del dibattito europeo. Ma la deterrenza dipende anche da una domanda più concreta: l’Europa saprebbe muovere rapidamente uomini, mezzi, munizioni, carburante e materiali attraverso il proprio territorio? La mobilità militare diventa così il punto d’incontro tra logistica, infrastrutture critiche, burocrazia e sicurezza europea

Ratcliffe, Gallagher e un negoziato che non c'è. Le trattative sull'Ucraina secondo Savino

“Dallo scorso anno, quando sembravano esserci i presupposti per l’inizio di un dialogo fra Mosca e Washington, un dialogo il più delle volte strombazzato e anche esagerato, ma che personalmente ho sempre ritenuto poco praticabile su quelle basi, non se ne vedono più i presupposti”. Intervista a Giovanni Savino, docente presso l’Università Federico II di Napoli

La Cina rinvia Chang'e-7. Si riapre la partita per il polo sud della Luna

Il rinvio della missione cinese Chang’e-7 al 2027 ha aperto una finestra inattesa per gli Stati Uniti nella nuova corsa alla Luna. Pechino punta a raggiungere per prima il polo sud lunare, che potrebbe rivelarsi strategico per le missioni future, e adesso Washington potrebbe sfruttare l’occasione per portarsi in vantaggio, ma le missioni lunari rimangono complesse e ogni fallimento rischia di causare ulteriori ritardi

Una base da 100 miliardi che punta ai 10mila lanci all’anno. La nuova scommessa di SpaceX

SpaceX prepara una nuova base per la Starship sulla costa della Louisiana, con un investimento da 100 miliardi di dollari. Il progetto punta a superare i limiti delle infrastrutture attuali, arrivare a una cadenza di circa 10mila lanci l’anno e sostenere le attività connesse ai data center orbitali sviluppati con Nvidia. I lavori dovrebbero partire nel 2027, ma le incognite non mancano

Healthcare sotto pressione. Così gli attacchi cyber minacciano dati e continuità operativa

L’incidente che ha fermato parte delle operazioni globali di Boston Scientific è soltanto l’ultimo di una serie che nel 2026 ha coinvolto alcune grandi aziende healthcare

Quale Spazio per l’Europa stiamo costruendo? L’opinione di Marcello Spagnulo

Ad agosto, la Commissione Ue e il consorzio SpaceRise hanno firmato un accordo per l’avvio della produzione della costellazione spaziale Iris², con un incremento sia del numero di satelliti che di costi. L’opinione di Marcello Spagnulo, ingegnere ed esperto aerospaziale

La tela del Dragone. Perché Xi Jinping vola in Egitto (e Kirghizistan)

Tra pochi giorni il lider maximo cinese volerà prima in Kirghizistan per il vertice della Sco, poi si dirigerà verso le Piramidi. Nel tentativo di rafforzare le relazioni commerciali con uno dei Paesi più occidentali dell’Africa. E nei cui cieli già volano caccia cinesi

Non solo spionaggio, quando i servizi segreti diventano diplomazia. L'analisi di Petrelli

Segretezza, possibilità di diniego, rapporti professionali di lunga data e velocità di attivazione. Sono queste le ragioni per cui gli Stati, nei momenti di crisi, preferiscono i servizi ai canali ufficiali. Il viaggio di Ratcliffe a Mosca ne è l’ultimo esempio

×

Iscriviti alla newsletter