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La sicurezza nazionale corre ormai lungo infrastrutture, reti digitali, catene del valore e capacità produttive. Attraversa i fondali marini, dove passano i cavi che sostengono l’economia digitale, entra nei cantieri e nei centri di ricerca, dipende dalla disponibilità di energia e materie prime e si misura sempre più con la capacità di sviluppare e governare tecnologie come l’intelligenza artificiale. È su questo terreno allargato che si gioca una parte crescente della competizione tra sistemi Paese.

È il grande tema emerso dalla conferenza internazionale “Geopolitica, tecnologie e sicurezza: sfide e prospettive per l’Italia”, organizzata mercoledì a Roma da Med-Or Italian Foundation in collaborazione con la Luiss School of Government, sviluppato nell’ambito del bando “Geopolitica e tecnologia”, promosso dalla Fondazione Compagnia di San Paolo e dalla Fondazione Csf. L’iniziativa, che ha riunito rappresentanti delle istituzioni, dell’industria e del mondo accademico, si inserisce in un progetto di ricerca dedicato all’evoluzione della sicurezza globale nel Mediterraneo Allargato, i cui risultati confluiranno in una pubblicazione scientifica prevista per novembre.

Per l’Italia, la trasformazione assume un significato particolare. La posizione al centro del Mediterraneo, la presenza di grandi gruppi industriali nei settori strategici e un’economia fortemente integrata nelle reti globali espongono il Paese alle nuove vulnerabilità, offrendo allo stesso tempo strumenti per rafforzarne il ruolo internazionale. Il punto, allora, è capire come trasformare questi asset in una strategia capace di tenere insieme sicurezza, tecnologia e politica industriale.

L’evento

La discussione promossa da Med-Or e Luiss ha affrontato questa trasformazione attraverso due tavole rotonde dedicate, rispettivamente, al Mediterraneo come frontiera globale della connettività, della tecnologia, dell’energia e della sicurezza, e alle conseguenze della competizione geopolitica e tecnologica per il Sistema Paese. Al dibattito hanno contribuito, tra gli altri, Hoda A. Al Khzaimi della New York University Abu Dhabi, Giuseppe Calabrò, consigliere per la Sicurezza energetica del ministro della Difesa, Mohamed Ali Chihi del Global Institute for Strategic Research di Doha, Stefano Del Col, direttore del Segretariato del Consiglio Supremo di Difesa, e Gaetano Quagliariello, dean della Luiss School of Government.

La nuova geografia della sicurezza

Il punto di partenza è un sistema internazionale entrato in quella che il presidente di Med-Or Italian Foundation, Marco Minniti, ha definito una vera e propria “era dell’incertezza”. La guerra in Ucraina, i conflitti nel Mediterraneo e in Medio Oriente, la nuova escalation con l’Iran e le crisi africane compongono una geografia dell’instabilità nella quale diventa sempre più difficile isolare un teatro dall’altro.

“Il vecchio ordine mondiale è finito per sempre”, ha osservato Minniti. La conseguenza è la necessità di sviluppare una visione capace di collegare crisi e trasformazioni che condividono sempre più gli stessi fattori strategici: il controllo delle tecnologie, la sicurezza delle infrastrutture, la disponibilità di risorse e la capacità di proiettare influenza.

In questo scenario, anche il Mediterraneo ha recuperato una centralità che sembrava destinata a ridursi con lo spostamento dell’attenzione globale verso l’Indo-Pacifico. “Il Mediterraneo costituisce il punto di congiunzione fra l’Occidente e il Sud del mondo”, ha affermato Minniti, indicando nella regione una delle principali carte strategiche a disposizione dell’Europa.

Quando fabbriche e reti diventano asset strategici

L’allargamento del concetto di sicurezza produce conseguenze dirette sulla politica industriale. La capacità di un Paese di affrontare una crisi dipende dalla solidità delle sue filiere produttive, dalla resilienza delle infrastrutture e dalla possibilità di controllare tecnologie e competenze essenziali.

“Non si tratta più di andare a vedere il controllo del territorio, ma di capire chi progetta, chi costruisce e chi mantiene le infrastrutture fisiche e tecnologiche di un sistema economico”, ha spiegato il presidente di Fincantieri, Biagio Mazzotta.

È un cambiamento che porta cantieri, fabbriche e centri di ricerca all’interno dell’architettura della sicurezza nazionale, insieme alle infrastrutture energetiche e digitali. Il rilancio della capacità produttiva assume così una dimensione che supera il perimetro delle singole aziende e riguarda la resilienza dell’intero Sistema Paese.

La stessa logica attraversa le reti che collegano l’Italia e l’Europa al resto del mondo. Enrico Bagnasco, presidente di Confindustria Assafrica e Mediterraneo e amministratore delegato di Sparkle, ha richiamato il ruolo della connettività e delle infrastrutture strategiche in una regione che concentra rotte energetiche, commerciali e digitali decisive per gli equilibri globali.

Il Mediterraneo emerge così come uno spazio nel quale la geografia conserva tutta la propria importanza, mentre il valore strategico dei territori dipende sempre più dalla densità e dalla resilienza delle reti che li attraversano.

La sicurezza come politica industriale

La questione acquista una dimensione europea di fronte all’aumento degli investimenti nella difesa e alla ricerca di una maggiore autonomia strategica. Per Francesco Macrì, presidente di Leonardo, il continente deve sviluppare una nuova economia dell’innovazione “che metta al centro la sicurezza come politica industriale europea”.

La sfida consiste nel recuperare il divario accumulato in settori strategici che vanno dall’energia alle materie prime fino al dominio cyber, rafforzando allo stesso tempo la componente europea dell’Alleanza atlantica. Gli investimenti in sicurezza e difesa possono diventare uno strumento per sviluppare tecnologie, competenze e filiere produttive sul territorio europeo.

“Se dobbiamo investire non si può passare da una dipendenza ad un’altra ma investire su un qualcosa che ci renda più autonomi e indipendenti, quindi più liberi”, ha affermato Macrì.

Il tema si lega direttamente al dibattito aperto dal vertice Nato di Ankara. Secondo Minniti, il richiamo all’articolo 5 ha confermato la centralità dell’Alleanza, mentre la prospettiva di una minore presenza militare americana impone all’Europa di rafforzare la propria capacità di difesa e di proiezione. Per l’industria europea, l’aumento delle risorse destinate alla sicurezza apre quindi una questione strategica: quanto di questo investimento sarà capace di generare innovazione e capacità produttiva nel continente.

Dal cyber all’intelligenza artificiale

La trasformazione della sicurezza diventa ancora più evidente nel dominio digitale. “La cybersicurezza oggi va intesa non più come un settore accanto alle altre sicurezze, ma come un fattore abilitante per l’esistenza stessa delle nostre società, che sono tutte ormai strutturalmente digitali”, ha spiegato Nunzia Ciardi, vicedirettrice dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale.

La protezione di ospedali, reti elettriche e infrastrutture energetiche dipende ormai dalla capacità di difendere sistemi digitali esposti a minacce sempre più sofisticate. L’intelligenza artificiale amplia ulteriormente il campo, accelerando l’innovazione e offrendo nuovi strumenti per la guerra cognitiva e la manipolazione dello spazio informativo.

Per Ciardi, una tecnologia così potente e pervasiva richiede “una regolamentazione agile, intelligente, che riesca a contenere gli aspetti estremi di determinate tecnologie, ma non si traduca in un freno allo sviluppo digitale, tecnologico”.

Proprio qui emerge una delle principali debolezze europee. Gli Stati Uniti mantengono il vantaggio nella ricerca di frontiera, mentre la Cina ha costruito una posizione sempre più forte nell’applicazione delle tecnologie e nel controllo di risorse strategiche. L’Europa rischia invece di affrontare la competizione soprattutto attraverso la produzione di regole.

“L’Europa non è presente in questa corsa. Non c’è. Ci occupiamo soltanto della regolamentazione”, ha avvertito Minniti. “Se uno non è protagonista e vuole soltanto regolamentare, le regolamentazioni sono come le grida manzoniane: non servono assolutamente a nulla”.

Trasformare la centralità in capacità

È forse questo il punto in cui i diversi temi affrontati a Roma finiscono per convergere. La centralità geografica mantiene valore soltanto se accompagnata dalla capacità di proteggere le infrastrutture, sviluppare tecnologie, sostenere la produzione industriale e costruire relazioni con gli altri attori della regione.

Per l’Italia, il Mediterraneo rappresenta il luogo nel quale queste dimensioni si sovrappongono con particolare intensità. Energia, connettività digitale, industria della difesa, sicurezza marittima e competizione tecnologica sono ormai parti dello stesso quadro strategico.

Il Paese dispone di una posizione geografica privilegiata e di aziende capaci di operare nei settori decisivi della nuova competizione internazionale. La sfida consiste nel collegare questi asset attraverso una visione di lungo periodo. Nell’“era dell’incertezza” descritta da Minniti, la capacità di reagire alle crisi resta indispensabile. Quella di prepararsi alle trasformazioni che le producono sarà ancora più importante.

Dai cavi all'AI, ecco come la sicurezza cambia natura. La conferenza di Med-Or

La sicurezza nazionale si estende ormai dalle infrastrutture critiche alle reti digitali, dalle capacità industriali all’intelligenza artificiale. Dalla conferenza organizzata da Med-Or Italian Foundation e Luiss School of Government, con Fondazione Compagnia di San Paolo e Fondazione Csf, emerge la sfida per l’Italia: trasformare la centralità mediterranea in capacità strategica, tecnologica e industriale

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