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Israele è ad oggi la terza economia più performante del 2025, secondo il quotidiano britannico The Economist. Motivo? Le notevoli prestazioni del settore high tech. Basta guardare ai numeri. Secondo un rapporto della Bank of Israel, per esempio, l’insieme delle aziende tecnologiche avanzate costituisce circa il 16% del Pil israeliano. Di più, sostiene più della metà delle esportazioni complessive e impiega oltre l’11,5% della forza lavoro dipendente.

L’high tech non è solo un motore indispensabile per l’economia israeliana, ma un settore che ha dimostrato capacità di attrarre la fiducia degli investitori nonostante le sfide e i rallentamenti generati dal conflitto scoppiato nell’ottobre 2023: come evidenziato dal rapporto dell’Israel Innovation Authority, in tutto il 2024 e nella prima metà del 2025, gli investimenti nelle start-up tech israeliane hanno continuato il loro percorso di crescita e ripresa. Il capitale complessivo raccolto dalle aziende solo nell’anno 2024 ha infatti raggiunto i 10,6 miliardi di dollari, riportando le stime a livelli simili a quelli del 2019-2020.

Lo stesso rapporto sottolinea inoltre come la prima metà del 2025 si sia distinta per risultati non certo banali: in appena sei mesi, le aziende israeliane del tech hanno raccolto quasi il 70% del capitale complessivo attirato nel 2024. In particolare, più della metà degli investimenti si è concentrata su due settori specifici: cybersecurity e software gestionali. Il solo settore cyber ha attratto circa il 30% del totale degli investimenti nel 2024, fino a rappresentare, nella prima metà del 2025, un terzo degli investimenti complessivi: una crescita significativa anche rispetto ai livelli del 2023, quando la quota di investimenti nel settore cyber ammontava al 19%.

Numeri che hanno permesso a Israele di riconfermarsi come uno dei maggiori hub strategici nel mondo in termini di raccolta dei capitali d’investimento, posizionandosi al quinto posto dopo Silicon Valley, New York, Londra e Boston. Ed è soprattutto la qualità del capitale umano israeliano ad attirare investimenti di lungo periodo, fuori e dentro il mercato azionario, da parte dei protagonisti del settore tecnologico globale: in questo quadro si inserisce anche la decisione di Jensen Huang, fondatore e ceo di Nvidia, il gigante dei semiconduttori e dell’Intelligenza Artificiale statunitense, di rafforzare ulteriormente la propria presenza con la costruzione di un grande campus nel nord di Israele, destinato a diventare uno dei principali poli di ricerca e sviluppo dell’azienda a livello mondiale.

Non poteva infine mancare l’Intelligenza Artificiale. Su questo versante Israele impiega non solo una notevole parte delle sue risorse, ma anche del suo capitale umano nello sviluppo e nell’implementazione di nuove tecnologie. Lo dimostra l’indice messo appunto da The Observer, il Global AI Index: servendosi di oltre un centinaio di indicatori, raccolti da 24 diverse fonti di dati, pubblici e privati, l’indice sottolinea, fra l’altro, il grande divario che separa Israele e molte nazioni europee, fra cui l’Italia, in termini di talenti, strategia governativa, infrastrutture, ricerca e mercato investiti nell’IA.

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