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L’Europa prende tempo sui dazi americani e tiene aperto il filo con Washington. Sullo sfondo, la pronuncia della Corte Suprema Usa che complica il quadro giuridico e impone cautela. Intanto, a quattro anni dall’aggressione russa all’Ucraina, l’Unione europea fa i conti con i veti interni e con la necessità di non smarrire la rotta atlantica. Nella sua intervista a Formiche.net, la presidente della Commissione Esteri del Senato, Stefania Craxi, mette in fila priorità e linee rosse: dialogo sì, ma su basi solide; sostegno a Kyiv come dovere morale e politico; credibilità europea da difendere anche oltre l’unanimità.

Senatrice Craxi, l’Europa sui dazi Usa rinvia la ratifica e lascia aperta una finestra di dialogo con Washington. Una scelta più pragmatica che politica o c’è altro?

È una scelta pragmatica, ma profondamente politica. Dopo la pronuncia della Corte Suprema americana, il quadro giuridico dei dazi ha assunto lineamenti incerti. Procedere con la ratifica avrebbe significato compiere un passo senza le necessarie garanzie di stabilità normativa. L’Europa chiede quindi chiarezza, e non certo perché vuole perdere tempo, ma perché l’obiettivo prioritario è quello di tutelare le sue imprese e la solidità delle relazioni economiche. Al contempo, il rinvio tiene aperto il canale del dialogo con gli Stati Uniti: l’Europa è pronta a negoziare, ma su basi solide. La fermezza, in questo caso, è funzionale alla stabilità.

Il pronunciamento della Corte Suprema Usa ha sparigliato le carte, deviando una rotta che sembrava già tracciata. L’Europa chiede chiarezza. Cosa si aspetta che possa accadere e quale deve essere secondo lei l’approccio verso l’alleato storico?

È davvero difficile prevedere i possibili scenari. Da un lato, l’amministrazione americana potrebbe riportare la politica commerciale in un perimetro giuridico più stabile, ma dall’altro non si può escludere un rilancio in chiave politica, che condurrebbe all’irrigidimento del confronto. In questo contesto così complesso, l’Europa non deve smarrire la bussola dell’equilibrio: ferma nel pretendere regole chiare e rispetto degli impegni assunti, evitando escalation che avrebbero conseguenze esiziali per tutti. Gli Stati Uniti restano un alleato strategico: proprio per questo, il confronto deve essere franco e responsabile.

Ieri ricorreva l’anniversario dell’aggressione russa all’Ucraina. Dopo quattro anni di conflitto, che lezione arriva dal popolo che sta resistendo eroicamente a una delle più grandi potenze del mondo?

Il popolo ucraino combatte per difendere il suo diritto all’esistenza minacciato da un’aggressione brutale, per rivendicare sovranità e indipendenza nazionale. Quella resistenza eroica è un tassello del mosaico della libertà, che non si piega alle inammissibili logiche del dominio e della sopraffazione. La lezione per l’Europa è chiara: sostenere Kyiv è un dovere morale, prima ancora che politico. La questione naturalmente interessa la tenuta stessa dell’architettura securitaria collettiva. Se dovessimo legittimare l’idea che i confini si cambiano con la forza, l’intero ordine europeo sarebbe in pericolo.

I premier slovacco e ungherese bloccano il ventesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia e il prestito europeo all’Ucraina. Come comportarsi di fronte all’ennesimo veto?

L’unità dell’Europa è certamente un valore, ma non possiamo rimanere ostaggio dei veti. Serve un surplus di dialogo e di capacità diplomatica per appianare le divergenze, ma anche strumenti alternativi quando l’unanimità paralizza. Se necessario, si può ricorrere, come accaduto in passato, a soluzioni a geometria variabile – la cosiddetta cooperazione rafforzata, la cui possibilità è prevista anche nei Trattati – che consentano di raggiungere l’obiettivo politico. La credibilità dell’Unione europea dipende anche dalla capacità di assumere decisioni in momenti complessi come questo.

Il governo, pur composto da forze politiche di differente sensibilità, non ha mai avuto esitazioni nel sostenere l’Ucraina. Sul piano della possibile risoluzione, quale ruolo immagina per l’Italia?

Il governo non ha mai smarrito la linea della coerenza, articolando la sua politica di sostegno all’Ucraina e agendo in ambito diplomatico per creare le condizioni necessarie a definire gli spiragli di un percorso negoziale. Lo abbiamo fatto nel quadro delle decisioni definite in ambito europeo e atlantico. Da Paese politicamente più stabile d’Europa abbiamo veicolato il nostro messaggio sul piano delle garanzie di sicurezza per Kiev, assumendo impegni per sostenerne la ricostruzione materiale, favorendo il coordinamento tra i Paesi europei e gli Stati Uniti nelle fasi più delicate che pure non sono mancate. L’Italia ha acquisito un patrimonio di credibilità da far valere nel processo di ricomposizione delle fratture di questa epoca storica inquieta, avendo sempre come obiettivo ambizioso l’impegno ad operare per la pace e per la sicurezza.

Sostegno a Kyiv e credibilità europea. La rotta atlantica secondo Craxi

Dazi Usa, prudenza europea e dialogo con Washington dopo la pronuncia della Corte Suprema. A quattro anni dall’aggressione russa, sostegno a Kyiv come dovere morale e architrave della sicurezza continentale. E sui veti interni, una linea chiara: l’unità è un valore, ma la credibilità dell’Unione europea viene prima di ogni paralisi. Intervista alla presidente della Commissione Esteri al Senato, Stefania Craxi 

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