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Negando agli Stati Uniti l’autorizzazione a usare la base aerea di Sigonella lo scorso 27 marzo, l’Italia avrebbe dato una svolta a un atteggiamento fin troppo accondiscendente nei confronti di Donald Trump, ma si tratta di una goccia nel mare dell’operazione Epic Fury, che proseguirà senza interruzioni. L’episodio, piuttosto, dovrebbe far riflettere sulla necessità di risposte più forti e più coese da parte degli Stati europei, forse troppo concentrati ad Est e troppo poco verso Sud. Così il generale Leonardo Tricarico, già capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare, nell’intervista rilasciata ad Airpress.

Generale, partiamo dalla decisione di negare l’utilizzo della base di Sigonella. C’è chi parla di motivazioni tecniche legate alle procedure, chi invece di una scelta politica. Cosa pensa?

La portata politica di questo gesto non sfugge a nessuno, è inutile negarselo. È un divieto di utilizzo di una base che gli Stati Uniti considerano, di fatto, casa loro. Purtroppo, ogni circostanza è buona per ricordare che non esiste alcuna delega di sovranità da parte nostra (né agli Stati Uniti né ad alcun altro) sul nostro territorio, e che i comportamenti devono essere coerenti con le norme che abbiamo insieme sottoscritto. Questa percezione manca e, a volte, induce in errore. 

Quali conseguenze pratiche e diplomatiche si aspetta?

Gli effetti pratici sono nulli o quasi. Sigonella è una punta di spillo rispetto alle operazioni ciclopiche che si stanno materializzando in tutto il Medio Oriente, in Europa e negli Stati Uniti. Non cambierà né ostacolerà più di tanto la programmazione statunitense, qualunque essa sia. Sul piano politico non avrei aspettative di mutamenti significativi, se non l’irritazione del momento nei rapporti con Washington. Un’irritazione che, peraltro, ci sarebbe stata comunque. Abbiamo visto come il presidente statunitense reagisce di fronte a comportamenti veri, supposti o inesistenti, e con quale scompostezza. Il fatto resta di portata limitata, dal punto di vista tecnico e, auspicabilmente, anche da quello politico.

C’è chi sostiene che sulla decisione abbia pesato l’azione del ministro della Difesa, Guido Crosetto. Cosa pensa al riguardo?

Credo che Crosetto si sia, forse, spinto al di là di quanto l’atteggiamento complessivo del governo (e in particolare della Presidente del Consiglio) avrebbe fatto. Registro da parte dell’esecutivo un comportamento troppo acquiescente nei confronti non tanto della politica statunitense in senso lato, ma di Donald Trump personalmente. In questo caso, invece, si è andati un po’ fuori da questa linea, ammesso che una linea ci sia. E quindi il mio personale plauso al ministro Crosetto, per aver voluto interpretare la situazione in maniera un po’ più indipendente da una politica troppo appoggiata su quella di Trump.

E che pensa delle reazioni delle opposizioni?

Per una volta che il governo adotta un comportamento per cui, in un Paese maturo, ci si aspetterebbe il plauso delle forze di minoranza (e semmai una collaborazione costruttiva per portare il problema nelle sedi opportune) invece troviamo solo critiche non costruttive. Così facendo non fanno che rafforzare la determinazione della maggioranza ad andare per conto proprio, impedendo che la politica estera e di sicurezza del Paese diventi davvero una questione trasversale.

Questo episodio apre a una questione più ampia, quella dell’atteggiamento europeo rispetto agli Stati Uniti. Lei che ne pensa?

Se una volta tanto l’Europa, che ha una sua Alta rappresentante per la politica estera, mettesse a punto una visione comune sull’atteggiamento da tenere rispetto all’uso delle basi statunitensi in Europa, il segnale sarebbe molto più forte e più coerente. Più europeo insomma. Soprattutto in un momento in cui Trump non lesina commenti e atteggiamenti piuttosto pesanti nei confronti del nostro continente. Una posizione comune permetterebbe anche di ripartire eventuali ritorsioni (dazi, improperi o qualunque altra punizione) un po’ su tutti, evitando che un singolo Paese debba avere il coraggio di uscire da solo allo scoperto.

C’è però un problema strutturale nell’agenda europea: l’attenzione sembra concentrata sull’Est, sulla Russia, a scapito del fronte Sud.

Ho un sospetto su questo, e vale la pena renderlo pubblico. Quando sono state assegnate le cariche dirigenziali dell’Unione, sia l’Alta rappresentante per la politica estera (l’estone Kaja Kallas) sia il commissario per la Difesa (il lituano Andrius Kubilius) sono stati scelti tra rappresentanti dei Paesi baltici. Già allora, nel mio piccolo, paventai che fosse un errore. Queste figure avrebbero inevitabilmente avuto come asse privilegiato l’attenzione esclusiva verso la Russia, con tutti i limiti che ciò comporta quando si tratta di guardare ad altri teatri. E i fatti ci stanno dando ragione: la guerra in Medio Oriente e le sue implicazioni per i Paesi europei restano sullo sfondo. Dobbiamo riequilibrare le attenzioni del nostro continente anche verso altri teatri di crisi.

L’Italia può, e dovrebbe, farsi promotrice di questa posizione comune in Europa?

Sì. Purtroppo, da cinque anni a questa parte, dai teatri di crisi è assente la consultazione, che è una cosa esplicitamente prevista dall’articolo 4 del Patto Atlantico, ed è prevista anche in sede europea. Non mi risulta che qualcuno abbia mai invocato l’articolo 4 per dire “c’è un pericolo, parliamone insieme“. E non credo stia accadendo nemmeno in Europa. Non è mai troppo tardi per cominciare a farlo. Che sia l’Italia, la Spagna o chiunque altro a portare questo problema sui tavoli giusti, è necessario farlo. 

 

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