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Washington e Teheran hanno concordato una nuova sospensione delle operazioni militari dopo gli episodi che nei giorni scorsi avevano messo in dubbio la tenuta generale del cessate il fuoco raggiunto meno di due settimane fa. La decisione apre la strada a una nuova tornata di colloqui a Doha, dove l’attenzione si concentrerà soprattutto sullo Stretto di Hormuz, il corridoio attraverso cui transita una quota decisiva delle esportazioni energetiche mondiali.

L’ultimo accordo arriva dopo giorni di tensione e nuove azioni militari, formalmente provocate dalle diverse interpretazioni del memorandum d’intesa che ha posto fine al conflitto. Se per Washington il documento prevede l’impegno iraniano a garantire il passaggio sicuro delle navi commerciali in cambio della revoca del blocco dei porti iraniani, Teheran continua a rivendicare un ruolo centrale nella gestione del traffico marittimo, lasciando irrisolto il nodo più delicato dell’intesa.

È proprio questa distanza interpretativa a spiegare perché la tregua appaia di fatto ancora fragile. Gli Stati Uniti descrivono la fase attuale come un passaggio verso l’attuazione tecnica dell’intesa, con la creazione di strumenti permanenti di coordinamento tra le rispettive strutture militari per prevenire incidenti nello stretto. Dalla parte iraniana, invece, prevale un approccio più prudente: i colloqui tecnici annunciati da Washington – per voce del presidente Donald Trump – non vengono ancora considerati formalmente definiti e il monitoraggio degli impegni reciproci resta oggetto di consultazioni con i mediatori regionali.

Il trasferimento dei negoziati dalla Svizzera al Qatar – dove oggi arrivano i negoziatori statunitensi guidati dal genero-in-Chief Jared Kushner e il più fidato consigliere del presidente, Steve Witkoff – fotografa questo cambio di priorità. Il tavolo nato per affrontare il dossier nucleare iraniano si è progressivamente trasformato in un confronto sulla sicurezza marittima, con Doha chiamata a facilitare un’intesa che, almeno nell’immediato, punta soprattutto a impedire una nuova paralisi del traffico nello Stretto di Hormuz.

Se i comunicati diplomatici impegnano le pagine dei media, il vero indicatore dell’efficacia della tregua resta il comportamento del mercato e degli operatori dello shipping. Negli ultimi giorni il traffico di petroliere attraverso Hormuz ha registrato un recupero più rapido di quanto molti osservatori avessero previsto nelle scorse settimane. I volumi di greggio in uscita sono aumentati sensibilmente, contribuendo a mantenere il Brent intorno ai livelli precedenti allo scoppio della guerra (circa 72 dollari al barile). La reazione contenuta del mercato suggerisce che gli operatori non ritengono, almeno per ora, che la recente recrudescenza delle ostilità sia destinata a compromettere in modo permanente i flussi energetici.

Il miglioramento resta però parziale. Dopo il rimbalzo registrato nella prima parte della settimana, spiegano gli operatori dello shipping italiano, il traffico ha rallentato nuovamente in seguito all’attacco contro una nave portacontainer e ai successivi raid statunitensi contro obiettivi iraniani, condotti in risposta a quelle che Washington ha definito azioni ostili dei Pasdaran, incluso un attacco con drone contro una petroliera commerciale.

I segnali provenienti dal settore marittimo invitano alla cautela. L’aumento delle esportazioni, fanno notare fonti del settore, riflette in parte la partenza di navi rimaste bloccate durante la fase più acuta della crisi e non equivale ancora a un ritorno alla normalità. Più che osservare le petroliere che lasciano il Golfo, gli operatori guardano a quelle che decidono di entrarvi, vuote per caricare greggio. “Solo un aumento stabile dei flussi in ingresso indicherebbe che armatori, assicuratori e governi ritengono sufficientemente affidabile il nuovo quadro di sicurezza”.

Lo stesso vale per i produttori del Golfo, che stanno gradualmente ripristinando la produzione ridotta durante l’interruzione dei traffici, spiegano altre fonti dal settore energetico. I tempi di riavvio sembrano più rapidi delle previsioni formulate all’inizio della crisi, ma il ritorno ai livelli precedenti dipenderà dalla capacità della tregua di consolidarsi e di ridurre il rischio di nuove interruzioni lungo la principale rotta energetica della regione.

Per questo i colloqui di Doha assumono un significato che va oltre il semplice mantenimento del cessate il fuoco. Più che avvicinare una normalizzazione politica tra Stati Uniti e Iran, mirano a costruire meccanismi di gestione della crisi capaci di evitare che ogni incidente navale o ogni divergenza interpretativa sul memorandum riapra immediatamente il confronto militare. Tra l’altro, resta il problema delle rotte, con l’Iran che minaccia ritorsioni contro chi non seguirà il lineamento marittimo tracciato da Teheran. Così come resta il problema dello sminamento dello Stretto: la Francia si è fatta avanti per partecipare a una missione, proposta che la Repubblica islamica ha definito ”provocatoria”, ricordando che le operazioni saranno condotte dalla marina iraniana.

La necessità di procedere al ripristino totale del traffico su Hormuz è anche la ragione per cui il negoziato sul nucleare è passato temporaneamente in secondo piano. L’urgenza condivisa è ristabilire prevedibilità lungo una rotta da cui dipende una parte essenziale degli approvvigionamenti energetici globali, ma anche usare questa intesa come test per step successivi in futuro. Finché Washington e Teheran continueranno a leggere in modo diverso gli obblighi previsti dall’accordo — e finché l’Iran continuerà a rivendicare una prerogativa esclusiva nella gestione della sicurezza dello Stretto — la tregua resterà un punto di equilibrio provvisorio, affidato alla diplomazia e alla capacità delle parti di evitare nuovi incidenti sul mare.

Hormuz resta il banco di prova della tregua tra Stati Uniti e Iran

Washington e Teheran tornano al tavolo in Qatar nel tentativo di consolidare il cessate il fuoco, ma il vero negoziato riguarda ormai la sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz. La ripresa dei traffici energetici offre i primi segnali di distensione, mentre restano profonde divergenze sull’attuazione dell’intesa

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