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C’è poco da girarci intorno, il governo ha preso uno schiaffone, è azzoppato. Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni è stata l’unica della maggioranza a uscire con una dichiarazione. Onore a merito.

Ma ciò non risolve il problema.
In teoria il governo non è finito. Può rimettersi in sesto con un rimpasto e riassetto coraggioso.
Lo farà? Altrimenti d’ora in poi potrebbe esserci un linciaggio quotidiano.
Qui per vedere i passi avanti occorre forse fare un passo indietro e pensare a un paio di dati oggettivi.

Il primo è stata la partecipazione dei votanti, quasi il 60%, dieci punti percentuali in più rispetto alle altre elezioni. Prova di quanto il tema della giustizia sia sentito.

Il secondo è quello del fronte delle opinioni. Una parte delle grandi personalità di sinistra appoggiava la riforma della giustizia, prova di quanto sia problematico il potere dei giudici per tanta parte dell’Italia.

Da questi due fattori ne esce il vulnus della riforma. Il governo avrebbe dovuto coinvolgere grandi personalità esterne all’alveo intellettuale del governo già nella elaborazione stessa della riforma. Tanti magistrati, per primi coloro che volevano il no, sono concordi a vedere problemi nell’attuale assetto. Ma si tratta di una riforma costituzionale, e la costituzione non può essere manomessa grazie a trucchetti di voto.

La costituzione va riformata, se ne parla da oltre un decennio, ma non può essere fatto a spallate, il tentativo di Matteo Renzi un decennio fa e di Meloni ora lo testimoniano.

Si tratta di costruire un consenso ampio, e per questo si parte non gridando contro gli altri ma cercando il sostegno e l’appoggio degli altri. Nel governo l’unico che abbia questo tipo di voce è il pur controverso ministro della difesa Guido Crosetto.

Meloni non può parlare come leader dell’opposizione dando la colpa sempre agli altri. Lei è il premier, se pensa di non riuscire a governare si dimetta. Infatti, le sue continue proteste di impotenza per colpa dell’opposizione paiono tentativi disperati di fuga. Ma non si guida un paese fuggendo.

Ciò detto, lei ha ancora il pallino in mano, ma deve giocarselo, e tanto vale passare all’attacco, che ha da perdere?
Un’idea banale è che pensi a un ampio rimpasto. Forse sarebbe opportuno che vada dal presidente Sergio Mattarella e si consulti. Di certo il ministro della giustizia Nordio e i suoi sottosegretari, responsabili della riforma bocciata, dovrebbero andare via. Forse così dovrebbero fare altri ministri a cominciare dalla responsabile del turismo Daniela Santanché che da primo giorno non avrebbe dovuto assumere l’incarico.

Al di là delle persone da mandare via c’è da pensare a chi portare a bordo. Il leader del M5s Giuseppe Conte a caldo ha detto che non ci vogliono governi tecnici. Così, negando, ha dato voce a quello che tanti sembrano pensare a Roma, che tecnici, esperti, “intellettuali” (come si diceva una volta quando non pareva una parolaccia) dovrebbero entrare al governo.

Inoltre, nei prossimi mesi la questione dei giudici potrebbe essere l’ultima delle priorità. La guerra in Iran, insieme a quella in Ucraina e alle tensioni commerciali e non con la Cina, sconvolgeranno ogni fibra dell’economia europea ed italiana.

Il Paese ha bisogno urgente di un piano di energia, industriale, di difesa e di sicurezza per affrontare i prossimi mesi. Ha inoltre bisogno di capire con maggiore chiarezza cosa si profila nei prossimi mesi al di là delle preferenze soggettive ma consci degli obblighi e dei legami delle alleanze.
Per questo ci vuole uno sforzo nazionale. Meloni può decidere di affrontare la pugna a petto scoperto, o di essere impallinata alle spalle. Le prossime ore sono cruciali per lei e l’Italia, in cui sì, siamo tutti fratelli.

Dal rimpasto al governo tecnico, purché Meloni passi all'attacco

Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni è stata l’unica della maggioranza a uscire con una dichiarazione. Onore al merito. Ma ciò non risolve il problema. In teoria il governo non è finito. Può rimettersi in sesto con un rimpasto e riassetto coraggioso. L’opinione di Sisci

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