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Potrebbe sembrare un paradosso. E forse lo è. Il Venezuela, che grazie alla manina degli Stati Uniti ha restituito vigore e speranza alla sua industria petrolifera, è a corto di energia. Vale a dire, nel momento in cui le grandi compagnie occidentali chiamate a raccolta da Donald Trump per rimettere in sesto un comparto che vale un quinto delle riserve mondiali di oro nero, Caracas si scopre a corto di infrastrutture elettriche. Un allarme che arriva, anche questo un piccolo paradosso, proprio da quei manager del petrolio riuniti nella capitale del Venezuela per la prima conferenza unificata sull’energia, promossa da Washington.

Sul tavolo della conferenza, il mastodontico piano di ricostruzione da 100 miliardi di dollari per l’industria petrolifera venezuelana, messo a punto dagli Stati Uniti, che però ha incontrato il suo primo ostacolo: l’inaffidabilità del sistema elettrico. Con un deficit di energia elettrica di oltre 1.500 megawatt (MW), i persistenti blackout del Paese membro dell’Opec stanno peggiorando giorno dopo giorno, proprio con la ripresa della domanda di petrolio, lasciando famiglie, negozi e fabbriche e ovviamente le stesse trivelle, senza corrente per ore.

Molti dirigenti ritengono che non sia possibile avviare o espandere i progetti di estrazione di petrolio e gas se il governo di Delcy Rodriguez non accelererà i piani per ripristinare la capacità produttiva e riparare la rete elettrica deteriorata. Diverse aziende venezuelane hanno presentato in passato al governo progetti per catturare e utilizzare grandi quantità di gas attualmente bruciato in torcia per la produzione di energia elettrica. Ma nessuno di questi progetti è stato ancora avviato. “L’industria nel suo complesso deve affrontare la sfida del ripristino del sistema energetico”, ha dichiarato Claudio Villalobos, responsabile del movimento per l’America Centrale e i Caraibi dell’azienda di elettrificazione e automazione ABB, durante la conferenza.

“Credo che in Venezuela ci sia una consapevolezza fondamentale: se vogliamo davvero che le risorse di questo paese si sviluppino rapidamente, in modo responsabile, nel rispetto dell’ambiente e a beneficio del popolo venezuelano, è necessario un approccio molto più coordinato”, ha dichiarato Hunter Hunt, amministratore delegato del produttore energetico statunitense privato Hunt Energy Holdings. Tutto questo mentre nelle regioni gravemente colpite da interruzioni di corrente che possono durare fino a 10 ore al giorno, crescono le proteste e la frustrazione, poiché la mancanza di elettricità impedisce ai bambini di andare a scuola, ai commercianti di aprire i negozi e alle persone di lavorare. E questo perché ad oggi solo il 40% della capacità di generazione installata del Venezuela, pari a circa 32.800 megawatt, è attualmente disponibile.

Forse qualche aiuto agli investimenti in infrastrutture elettriche potrà arrivare anche dall’oro, oltre che dallo stesso petrolio. Le autorità venezuelane hanno infatti firmato da poco nuovi memorandum che concedono alla società di investimento Heeney Capital, con sede a New York, i diritti operativi e di esportazione per una grossa miniera d’oro venezuelana e stabiliscono, al contempo, i termini preliminari per consentire al produttore statunitense Continental Resources di cercare opportunità commerciali in una vasta area petrolifera. Washington, d’altronde, ha da tempo allargato lo spettro della sua azione ai settori dell’energia ma anche dell’estrazione mineraria, definita come prioritaria al pari del petrolio, per ricevere nuovi capitali destinati a progetti volti a rilanciare la produzione e le esportazioni di materie prime, dal metallo giallo al greggio, con particolare attenzione alle spedizioni verso gli Stati Uniti.

Tanto petrolio, poca luce. Il paradosso del nuovo Venezuela

Il piano da 100 miliardi di dollari messo a punto dagli Stati Uniti per rilanciare l’industria petrolifera nazionale sta, lentamente, prendendo corpo. Ma c’è un problema: l’infrastruttura elettrica del Paese non è ancora all’altezza della sfida

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