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La preoccupazione è nota da tempo, ma a metterla nero su bianco è un’analisi condotta dal Reuters Institute for the Study of Journalism: i media hanno paura di essere sostituiti dall’intelligenza artificiale. Questo è ciò che emerge dal rapporto che ha raccolto le opinioni di 280 figure leader del mondo della comunicazione, sparsi per 51 paesi. Il loro timore è che i vari articoli riepilogativi realizzati con l’IA faranno diminuire le ricerche sui media online del 43% nel prossimo triennio. Lo credono basandosi sull’esperienza. In un anno, il traffico mondiale è crollato di un terzo. Su 2.500 siti di notizie analizzati da Chartbeat, il calo è del 33%. Una percentuale che cresce ancor di più negli Stati Uniti, dove lo sviluppo dell’IA va avanti imperterrito.

Per un lettore è molto più semplice e veloce informarsi grazie a uno schema o un riassunto realizzato in pochi secondi da un chatbot o altri strumenti di intelligenza artificiale. Soprattutto quando si parla di temi legati al lifestyle, le cosiddette soft news del giornalismo. Ma il discorso riguarda tutto.

Pertanto, le ansie degli editori sono giustificate. La possibilità di venire scavalcati dalla tecnologia non è più una questione di se, ma di quando. La rivoluzione è già in atto e bisogna prenderne atto, adottando delle contromisure.

La domanda è semplice: come può un media tradizionale continuare ad avere successo nel nuovo mondo? La risposta è invece molto più complessa. Alcuni editori hanno deciso così di seguire l’esempio dei social network. Non soltanto aprendo nuovi canali sulle piattaforme video – dal classico YouTube fino a TikTok – per raggiungere un pubblico più giovane. Molti hanno letteralmente chiesto ai propri dipendenti di immedesimarsi in un content creator, replicando il loro modo di comunicare.

La questione è dirimente. Con una trasformazione di questa portata in corso, il settore dei media deve capire come sopravvivere. Vincere la partita con l’IA sembra utopico, oltre che sbagliato. Gli strumenti di intelligenza artificiale servono anche all’editoria, anzi sono imprescindibili per la sua esistenza. Non tutti, certo. Ad esempio, se pensiamo a quanta discrezionalità richieda il giornalismo investigativo, non sarebbe il caso di farsi aiutare da un ChatGPT qualunque, visto che poi quelle informazioni sensibili rimarrebbero in suo possesso.

Anche la paura sulla veridicità delle notizie può essere fugata. Da un’altra indagine è risultato che l’80% degli intervistati ritiene che le informazioni date dall’IA possano risultate false o parziali. Il che è vero, ma se con una revisione da parte del giornalista questi problemi potrebbero essere risolti.

Il discorso riguarda la convivenza tra uomo e macchine. Un discorso da cui il giornalismo e i media non sono di certo esentati. Il punto di partenza deve però essere differente. Non bisogna pensare all’IA come un qualcosa di negativo, che può stravolgere la vita anche sul posto di lavoro. Nel caso del settore della comunicazione il fine non deve essere quello della sostituzione, ma di come far circolare meglio i contenuti. L’IA apre nuove strade un tempo inimmaginabili, per cui bisogna comprendere quale sia la migliore per diffondere le notizie nella maniera più efficace.

Insomma, bisogna sapersi reinventare provando a cambiare approccio. L’IA può essere vista come un’opportunità capace di far guadagnare tempo ai giornalisti e comunicatori, permettendo agli editori di spendere i propri soldi nel modo più efficace. Uno strumento di IA potrà riassumere al meglio una notizia di cronaca (molto meno le dirette) grazie agli input di un essere umano. Difficilmente potrà arrivare a sostituirsi a un giornalista in tutto e per tutto. Un editoriale o, ancora meglio, un reportage sul posto sono articoli che possono essere scritti solo con mente, occhi e sensazioni provate in quel momento. Qualità del tutto umane.

Più nemica che alleata. La paura dei media sull'IA

La preoccupazione degli editori è che con l’intelligenza artificiale crollerà il traffico dai siti di informazione. In parte è già così, ma demonizzare la tecnologia potrebbe essere un errore. Piuttosto, bisogna prendere atto della rivoluzione in corso e sfruttare le (tante) conseguenze positive che il cambiamento si trascina dietro

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