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La decisione del presidente statunitense Donald Trump di cancellare il previsto dispiegamento di missili a lungo raggio americani in Germania ha riaperto un dibattito strategico, che in Europa covava da anni, riguardo alle capacità del continente di dotarsi di sistemi di Deep Precision Strike (Dps), termine che indicano una famiglia di sistemi missilistici convenzionali con gittate comprese tra i 1.000 e i 3.000 chilometri, caratterizzati da elevata precisione e capacità di neutralizzare bersagli strategici a lunga distanza, minacciando infrastrutture critiche dell’avversario. La guerra in Ucraina ha reso evidente il valore operativo di queste capacità. Gli attacchi ucraini contro aeroporti militari russi, depositi logistici e infrastrutture energetiche hanno dimostrato come la possibilità di colpire in profondità possa alterare gli equilibri sul campo di battaglia e influenzare il processo decisionale avversario.

Per decenni l’Europa ha delegato agli Stati Uniti la componente principale della deterrenza convenzionale a lungo raggio. Durante la Guerra Fredda Washington garantiva questa capacità attraverso missili basati negli Stati Uniti o schierati sul territorio europeo. Per questo oggi le capacità europee risultano limitate. Se è vero che Germania e Spagna dispongono dei missili da crociera Taurus, e che Francia e Regno Unito utilizzano gli Scalp/Storm Shadow, va anche detto che questi sistemi hanno gittate nettamente inferiori (intorno ai 500 chilometri) e sono lanciabili principalmente da piattaforme aeree, rendendo il controllo dello spazio aereo un prerequisito necessario, che non sempre può essere garantito in caso di conflitto ad alta intensità. E anche se esistono alcune capacità più avanzate (il Regno Unito dispone di Tomahawk lanciabili da sottomarini, mentre la Francia utilizza il Missile de Croisière Naval con una gittata di circa 1.400 chilometri), le scorte di quest’ultime restano limitate e insufficienti per garantire una deterrenza credibile senza il supporto statunitense.

Una situazione decisamente diversa da quella di Mosca, che possiede invece un ampio arsenale di missili balistici e da crociera a lungo raggio, inclusi sistemi come il Kinzhal e il 9M729, capaci di colpire gran parte del territorio europeo direttamente dalla Russia continentale o dall’enclave di Kaliningrad. Secondo diversi funzionari Nato, citati dal Financial Times, questa asimmetria riduce la capacità deterrente europea e complica la gestione di eventuali crisi future con la Russia. Senza la possibilità di minacciare obiettivi strategici russi, l’Europa rischia di dipendere interamente dall’ombrello americano.

Proprio per colmare questo gap, nel 2024 Germania, Francia, Italia e Polonia hanno lanciato il programma Elsa, successivamente raggiunto anche da Regno Unito e Svezia. L’iniziativa punta a sviluppare una nuova generazione di missili europei a lungo raggio, inclusi sistemi con gittata superiore ai 2.000 chilometri. Ma il progetto ha un problema principale, cioè quello temporale, con gran parte dei programmi è ancora nelle fasi iniziali e difficilmente produrrà capacità operative prima degli anni Trenta. Per questo diversi analisti suggeriscono soluzioni temporanee più rapide. Una possibilità sarebbe adattare rapidamente sistemi già esistenti, come il già citato Missile de Croisière Naval, trasformandolo in una versione terrestre o aviolanciata con gittata maggiore.

Parallelamente cresce l’interesse europeo verso l’esperienza ucraina. Kyiv ha sviluppato negli ultimi anni una significativa capacità di strike a lungo raggio, inclusi droni e missili da crociera indigeni come il Flamingo, che secondo diverse fonti avrebbe una gittata superiore ai 3.000 chilometri. Nonostante ancora questi sistemi non abbiano la precisione dei Tomahawk o di altri vettori affini, come dimostrato da recenti testimonianze, la relativa rapidità nel processo di sviluppo e soprattutto di impiego di simili sistemi da parte di un attore come l’Ucraina, che dispone di risorse nettamente inferiori a quelle europee, dimostra come l’impresa non sia impossibile. Soprattutto considerando il fatto che Kyiv sembra essere più che disposta a condividere il suo expertise in ambito bellico con i partner europei.

Tuttavia, la sfida non riguarda soltanto la tecnologia, ma anche la capacità industriale europea. La guerra in Ucraina ha mostrato come i conflitti moderni consumino enormi quantità di munizioni di precisione in tempi molto rapidi, mettendo sotto pressione catene produttive e scorte strategiche. Secondo numerosi analisti, il vero nodo sarà trasformare la crescente consapevolezza politica europea in programmi industriali rapidi, interoperabili e sostenibili, evitando che rivalità nazionali e burocrazia rallentino lo sviluppo di capacità considerate ormai essenziali per la sicurezza del continente.

 

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