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Quante volte l’intelligenza artificiale è stata paragonata alla rivoluzione industriale, per via del suo impatto così dirompente. L’ultimo ad avanzare un confronto è il Council of Econmic Advisers della Casa Bianca, che nel suo rapporto Artificial Intelligence and the Great Divergence  – pubblicato a un anno esatto dal secondo insediamento di Donald Trump – mette in risalto le diverse velocità a cui corrono i vari paesi in tema tecnologico. Così come quelli industrializzati vantano una crescita economica superiore rispetto agli altri, lo stesso vale quando si parla di IA. A sottolinearlo sono anche le Nazioni Unite, secondo cui il gap tra ricchi e poveri potrebbe ampliarsi con le nuove tecnologie. Ma il divario che separa gli Stati Uniti dal resto del mondo, scrivono gli autori, è inevitabile.

Il rapporto è diviso in sezioni, ognuna analizzata attraverso dati empirici. Come ad esempio l’impatto dell’IA sul Pil e sul mercato del lavoro, sebbene tutto possa cambiare vista la velocità con cui il settore evolve. Si passa poi a una comparazione tra paesi, per finire con le politiche adottate dal Trump durante i suoi primi dodici mesi di governo.

L’accento viene posto anzitutto sulla deregolamentazione e sulla produttività. Come sintetizza su X uno dei due autori del rapporto, il sottosegretario Jacob Heberg, “i Paesi che sviluppano intelligenza artificiale vincono, quelli che la regolamentano perdono”. La tesi è che troppe regole rischiano di trasformarsi in un effetto boomerang, danneggiando l’attività economica, aumentando i costi e reprimendo la concorrenza e l’innovazione – anche per questo il rapporto sposa l’approccio trumpiano per avere un’unica regolamentazione federale sull’IA, proibendo ai vari governi statali di legiferare autonomamente. Al contrario, solo chi continua a spingere sulla produzione e sul progresso potrà avere successo nel campo tecnologico. Il messaggio all’Europa è chiarissimo.

Gli autori fanno l’esempio della Pax Silica, la partnership lanciata dagli Usa con altri alleati per garantire la sicurezza delle catene di approvvigionamento. Unendo le loro forze, “non sorprende che i membri stiano crescendo a un ritmo più che doppio rispetto ai loro omologhi, con un tasso di crescita medio del Pil reale del 2,5%” tra il quarto trimestre del 2022 e il terzo del 2025, “contro una media dell’1,1% per i Paesi del G7”.

Il discorso vale ancor di più per gli Stati Uniti, leader mondiali per investimenti nell’IA. Il confronto con l’Europa fa impallidire: 470 miliardi di dollari contro 50 miliardi. Soldi che lo scorso anno hanno permesso al Pil americano di compiere un salto di circa l’1,3%. Merito del cambio di approccio rispetto alla precedente amministrazione di Joe Biden. Non a caso, appena insediatosi Trump ha abrogato gli ordini esecutivi firmati dal suo predecessore, incentrati per lo più sulla sicurezza. I repubblicani preferiscono invece fare all-in sulla potenza di calcolo, sulla produzione di energia (tema molto scottante visto quanta ne richiede l’IA), sull’export di tecnologia americana e le infrastrutture strategiche.

I data center stanno diventando sempre di più un’arma di dominio, che gli autori inseriscono tra “i fattori chiave che determinano questa divergenza” in atto. Averli o non averli sul proprio territorio fa tutta la differenza del mondo. Guarda caso, nel mega progetto Stargate da 500 miliardi promosso dalla Casa Bianca poco dopo l’insediamento di Trump, l’idea è proprio quella di costruirne venti nei prossimi anni. Così facendo, il mondo si legherebbe agli Stati Uniti. “L’amministrazione Trump sta gettando le basi per il dominio americano nell’IA accelerando l’innovazione, lo sviluppo delle infrastrutture e la deregolamentazione, mentre stabilisce il dominio globale attraverso le esportazioni di tecnologia”, concludono gli autori.

Più produzione, meno regole. Il dominio Usa sull'IA sintetizzato in un rapporto

L’Artificial Intelligence and the Great Divergence è stato pubblicato dal Council of Economic Advisers in occasione del primo anno di governo Trump e sottolinea come il divario tecnologico tra i Paesi sia inevitabile. Ed esalta l’approccio americano, lanciando un messaggio chiaro all’Europa

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