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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha confermato il rinvio della sua visita a Pechino e dell’atteso incontro con il leader cinese Xi Jinping, inizialmente previsto tra il 31 marzo e il 2 aprile. La decisione arriva mentre la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran entra nella terza settimana e continua a dominare l’agenda strategica di Washington.

“Stiamo riprogrammando l’incontro”, ha dichiarato Trump alla Casa Bianca. “Stiamo lavorando con la Cina. Per loro va bene”.

Il presidente ha spiegato di voler restare a Washington mentre il conflitto prosegue e lo Stretto di Hormuz rimane in larga parte chiuso al traffico marittimo internazionale, con forti ripercussioni sui mercati energetici globali.

Il rinvio non cancella però il significato strategico del possibile summit tra le due principali potenze globali. Il vertice dovrebbe infatti affrontare dossier centrali come le tensioni commerciali, i controlli cinesi sulle esportazioni di terre rare, la questione di Taiwan e la cooperazione sul fentanyl.

Ed è proprio in questo contesto che si inserisce la riflessione di Oriana Skylar Mastro, ricercatrice del Freeman Spogli Institute della Stanford University e tra i principali studiosi statunitensi di sicurezza nell’Indo-Pacifico.

Mastro sarà tra l’altro protagonista il 23 marzo alle 15 di un evento organizzato dal Guarini Institute for Public Affairs, dedicato al futuro della strategia americana in Asia e al significato della politica di sicurezza nazionale degli Stati Uniti in un contesto di crisi multiple.

Secondo la studiosa, il vertice con la Cina – anche se rinviato – non deve essere interpretato automaticamente come un segnale di rafforzamento della priorità americana sull’Indo-Pacifico. Anzi, potrebbe indicare una dinamica opposta.

“In questo momento gli Stati Uniti sono fortemente concentrati sulla guerra in Medio Oriente”, spiega. “Per poter gestire tutte le altre questioni globali, l’amministrazione Trump sta cercando una sorta di distensione con la Cina, per ridurre attriti, instabilità e possibili crisi inattese tra i due Paesi”.

Da questa prospettiva, il summit servirebbe soprattutto a stabilizzare temporaneamente la relazione con Pechino mentre Washington affronta altre emergenze strategiche.

“L’obiettivo del vertice è in qualche modo quello di fare un reset e mettere temporaneamente da parte il rapporto con la Cina, in modo da non doversene occupare nel breve periodo e permettere agli Stati Uniti di concentrarsi su altre priorità”.

Il problema di fondo, secondo Mastro, è strutturale. Gli Stati Uniti competono con la Cina mentre restano impegnati in più teatri contemporaneamente.

“Gli Stati Uniti sono una grande potenza e avranno sempre priorità simultanee in diverse parti del mondo”, osserva. “La Cina invece compete essenzialmente su una sola dimensione, cioè l’Indo-Pacifico”. Questa asimmetria può complicare nel tempo la capacità americana di mantenere una deterrenza credibile nella regione.

Nel breve periodo, Mastro non ritiene che Pechino interpreti l’attuale situazione come un’opportunità immediata per usare la forza su Taiwan. Ma nel medio periodo la dispersione di risorse americane potrebbe pesare.

“Nel lungo termine, l’utilizzo di risorse americane in Medio Oriente riduce la probabilità che gli Stati Uniti siano nella posizione migliore per dissuadere la Cina quando Pechino deciderà eventualmente di usare la forza”.

Le implicazioni riguardano anche gli alleati. Paesi come l’Italia, osserva Mastro, si trovano sempre più a navigare un equilibrio delicato tra la relazione di sicurezza con Washington e i rapporti economici con Pechino.

Per anni la domanda è stata come mantenere la relazione con gli Stati Uniti senza irritare la Cina. Oggi, suggerisce la studiosa, il dilemma potrebbe essersi capovolto: come mantenere una relazione con la Cina senza irritare gli Stati Uniti.

Vuoi leggere la conversazione completa con Oriana Skylar Mastro? Iscriviti alla newsletter “Indo-Pacific Salad”, dove pubblichiamo l’intervista integrale e approfondimenti sulla geopolitica dell’Indo-Pacifico.

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