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L’Annual Threat Assessment 2026 ritrae un contesto in cui sicurezza interna e competizione internazionale si sovrappongono sempre di più. Il narcotraffico che attraversa i confini, il terrorismo che si radicalizza online, le potenze rivali che accelerano su missili e tecnologie emergenti.

Ne esce un quadro meno spettacolare di una nuova guerra fredda, ma forse più insidioso, un sistema di rischi diffusi, difficili da separare e ancor più complicati da governare, nel quale però nessun attore statale è ufficialmente identificato come minaccia diretta alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti.

La sicurezza interna come riflesso geopolitico

La sezione dedicata al Homeland è il primo livello di uno scenario complessivo, che spazia dall’interno all’internazionale, fortemente interconnesso. Il caso del narcotraffico è emblematico. La riduzione delle morti da fentanyl e dei sequestri al confine meridionale conferma un successo tattico, ma non altera la struttura del problema.

Le organizzazioni criminali messicane restano “i principali produttori e fornitori” per il mercato statunitense. La filiera – precursori chimici in Asia, produzione in Messico, distribuzione negli Stati Uniti – continua, infatti, a funzionare come una rete transnazionale resiliente, capace di adattarsi rapidamente a pressioni politiche e operative. Lo stesso vale per le gang regionali, che oscillano tra competizione e cooperazione, ampliando la loro presenza sfruttando flussi migratori e fragilità statali.

Il terrorismo dalla gerarchia alla dispersione

Questa logica di trasformazione sistemica si ritrova anche nella minaccia terroristica. Al-Qaida e Isis, afferma il documento dell’intelligence Usa, sono stati ridimensionati e “significativamente più deboli rispetto ai loro picchi”, ma il fenomeno non si è esaurito. Ha saputo trasformarsi.

Il terrorismo perde verticalità organizzativa ma guadagna diffusione orizzontale. La minaccia principale diventa quella degli attori individuali, radicalizzati online e ispirati da narrazioni globali più che coordinati operativamente. La deterrenza tradizionale funziona meno contro un sistema in cui la propaganda, l’identità e la tecnologia sostituiscono le strutture gerarchiche. L’intelligence statunitense lo riconosce esplicitamente quando osserva che i gruppi jihadisti hanno spostato l’attenzione sulle operazioni informative e sulla mobilitazione indiretta.

La deterrenza

Se la dimensione interna riflette la complessità del sistema globale, quella militare ne rappresenta la proiezione più evidente. Il dato sui missili è, da questo punto di vista, rivelatore: da oltre 3.000 sistemi attuali a più di 16.000 entro il 2035. Con una crescita quantitativa affiancata da una trasformazione qualitativa parallela. Gli avversari – Russia, Iran, Cina e Corea del Nord – combinano capacità avanzate con sistemi a basso costo per saturare le difese.

La deterrenza resta efficace, ma anche più fragile. Non perché sia venuta meno, ma perché è sottoposta a una pressione sistemica crescente, in cui nuovi attori e tecnologie riducono la prevedibilità strategica.

L’Artico e lo Spazio

Questa pressione si manifesta anche nella ridefinizione degli spazi strategici. Così, l’Artico e lo spazio diventano frontiere centrali della competizione globale.

La Russia, forte della sua posizione geografica, consolida la propria presenza nell’Artico con una strategia integrata – militare, economica, energetica – mentre la Cina si inserisce come attore esterno attraverso investimenti e cooperazione.

Parallelamente, lo Spazio evolve anche da ambiente operativo a dominio conteso. La valutazione Usa sottolinea come Cina e Russia abbiano sviluppato capacità antisatellite e come la crescente dipendenza da infrastrutture spaziali esponga gli Stati Uniti a nuove e più tecnologiche vulnerabilità.

La tecnologia il vero terreno della competizione

Intelligenza artificiale e quantum computing sono moltiplicatori di potere, punti nodali della pianificazione strategica degli Usa. L’IA, già impiegata in ambito militare e intelligence, accelera i processi decisionali e amplia le capacità operative. Allo stesso tempo, introduce rischi legati all’autonomia dei sistemi e alla perdita di controllo umano. Il quantum computing, dal canto suo, ha un potenziale ancora più destabilizzante, con la possibilità di compromettere gli attuali sistemi di crittografia e, di conseguenza, l’intera architettura della sicurezza digitale. Proprio sul quantum si gioca, in misura sempre maggiore, la competizione tra Washington e Pechino per definire le regole del potere futuro.

Conflitti e potenze

In questo contesto, le dinamiche geopolitiche tradizionali assumono una nuova configurazione. L’analisi Usa ne traccia le linee. Pechino mira a ridefinire l’ordine internazionale, combinando crescita economica, espansione tecnologica e rafforzamento militare. Mosca, pur sotto pressione, mantiene capacità significative e utilizza strumenti ibridi per sfidare l’Occidente. Teheran, seppur indebolita, conserva margini di azione asimmetrica e Pyongyang continua a investire nella deterrenza nucleare e nelle capacità missilistiche.

Il rapporto sottolinea un punto spesso frainteso o eccessivamente enfatizzato. Queste potenze, pur accomunate da una visione revisionista, non costituiscono un blocco compatto. La loro cooperazione è opportunistica, limitata e spesso bilaterale. Tuttavia, è sufficiente a moltiplicare le sfide per gli Stati Uniti.

La selettività strategica come lezione di fondo

Il quadro delineato dall’intelligence statunitense restituisce una minaccia multilivello, in cui dinamiche apparentemente distinte convergono in un unico ecosistema di rischio.

Sul fronte interno, i cartelli messicani continuano a esercitare un controllo dominante sul traffico di fentanyl, responsabile di oltre 38mila morti per overdose negli Stati Uniti. Il drastico calo degli incontri al confine meridionale, intorno all’80%, non segnala una risoluzione del problema, bensì un adattamento delle reti criminali, che proseguono le attività di contrabbando attraverso canali sempre più flessibili.

In parallelo, la minaccia terroristica evolve da strutture organizzate a forme più diffuse e difficilmente intercettabili. Al-Qaida e Isis, pur indeboliti sul piano operativo, continuano a esercitare un’influenza significativa attraverso la propaganda, alimentando il fenomeno dei cosiddetti lone actors. I conflitti in corso, in particolare quello di Gaza, rappresentano un potente moltiplicatore narrativo per questi processi di radicalizzazione.

Sul piano strategico, la pressione militare si intensifica. I programmi missilistici della Cina, della Russia, della Corea del Nord e dell’Iran stanno ampliando rapidamente la capacità di proiezione verso il territorio statunitense, con una stima che supera le 16mila minacce entro il 2035. Un dato che riflette non solo una crescita quantitativa, ma anche una diversificazione dei vettori e delle dottrine d’impiego.

A questa dimensione si affianca quella cibernetica, ormai strutturale. La Cina emerge come l’attore più persistente e sofisticato, mentre Russia, Iran e Corea del Nord combinano attività di spionaggio, attacchi alle infrastrutture critiche e campagne ransomware. Il cyberspazio si conferma così un dominio permanente di competizione strategica, in cui attori statali e non statali si sovrappongono.

Infine, la competizione tecnologica si configura come il vero terreno a lungo termine. I progressi della Cina nell’intelligenza artificiale e nel quantum computing mettono in discussione il vantaggio statunitense, con implicazioni dirette sulla sicurezza delle comunicazioni e sulla tenuta dei sistemi di crittografia. La prospettiva di una rottura dell’attuale architettura di sicurezza digitale entro il prossimo decennio rappresenta uno dei passaggi più critici per l’equilibrio globale.

In questo contesto, la sfida non è soltanto difendersi da un mondo più instabile, ma decidere dove e come impegnarsi. In uno scenario internazionale in cui sicurezza interna, tecnologia e geopolitica si intrecciano, la capacità di gerarchizzare i rischi diventa, essa stessa, uno strumento di potere.

biden

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