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Senza Pier Ferdinando Casini, il prossimo parlamento sarebbe più povero. Uso il condizionale perché ancora non sappiamo se la rinuncia di Casini a candidarsi sarà controfirmata dal suo attuale partito di riferimento, il Pd, e da chi lo guida, Elly Schlein.

Difficilmente la leader del Pd farà feste per questa gloriosa bandiera centrista che si ammaina da sola, e indebolisce ancor più l’appeal moderato del Pd, dopo l’eclissi dei vecchi popolari.

Per la stima che porto all’intelligenza politica di Elly Schlein, prevedo che il nobile gesto di Casini sarà respinto al mittente: magari Franceschini suggerirà ad Elly di rispondere a Casini con la celebre frase di De Mita: “In certi momenti ci vuole più coraggio a restare che ad andarsene”.

Perché la scelta di Pier è politica, non tattica.

Io ci vedo una riflessione più profonda del calcolo che gli viene attribuito: scostarsi dalla pugna per disporsi a una più facile ascesa al Colle al posto di Mattarella.

Dissento da questa lettura, e non perché Casini manchi di tattica, bensì proprio perché egli ne è il re: candidato già due volte al Quirinale, nessuno può contendergli la ‘pole position’ in caso di vittoria della sinistra o di pareggio.

Che bisogno avrebbe Casini di richiamare su di sé i riflettori, con una rinuncia somigliante , più che a un passo indietro, a dieci passi avanti?

La verità è che Casini ci spiega la ragione del suo gesto, solo che il pregiudizio inclina a dubitare della spiegazione ufficiale, a favore di quella ufficiosa: non stiamo a sentire Pier, preferiamo decretare che fa mosse vista Quirinale.

E se invece ci stesse dicendo la verità, quando annuncia che ‘rinuncia a candidarsi per favorire personalità più rispondenti all’attuale offerta politica’?

A me pare che Casini sia stato fin troppo chiaro: nel suo campo, l’attuale offerta politica combina il radicalismo di massa del Pd formato Schelin, e il populismo dei cinque stelle.

Direbbe un altro evergreen: che ci azzecca Casini con quella roba lì? Forse poco o niente anche per lui, visto che fa un passo indietro.

E non si dica che dopo quarantaquattro anni questa scelta non fa male, perché fa male, il parlamento è l’ossigeno di chi ha passione politica. Ricordo lo smarrimento del mio maestro Gerardo Bianco, entrato alla Camera nel 1968, quando ne uscì, quaranta anni dopo, nel 2008 : “Riuscirò a vivere senza?”.

Ci riuscì ,ed anche a lungo, per fortuna sua e di Casini che moralmente è alla stessa altezza. Ma Pier recide un legame profondo, e lo fa sicuramente con una sofferenza che va rispettata, e gli fa onore.

Io lo conosco più o meno da quando è entrato in parlamento, abbiamo attraversato le stesse vite, lui ai vertici, io qualche piano più giù, siamo andati talvolta d’accordo, tal altra meno.

L’unica sicurezza è che gli voglio bene, e mi piace pensare che in questa scelta ci siano anche dolcezze nuove, il nipotino Camillo, la pratica sportiva in passato trascurata, una voglia di vita vera.

Il Quirinale può attendere.

E rimanendo nell’aneddotica democristiana, su come si va al Quirinale è definitivo il racconto che amava elargire Donat Cattin sulla candidatura di Moro.

Donat Cattin e De Mita bussarono a casa di Moro, che aprì la porta ma li lasciò sull’uscio ; dopo che i due leader ebbero spiegato l’opportunità della sua candidatura al Quirinale, Moro sibilò: “Al Quirinale non ci si candida, si viene candidati, buonasera De Mita, buonasera Donat Cattin”.

E chiuse la porta. Donat Cattin, che non se la teneva, tornò a bussare, e – quando Moro riaprì la porta – ribattè alla sua maniera : “Caro Aldo, hai ragione, ma per fare i figli bisogna fottere”.

Tutte queste cose Casini le ha sentite prima e più volte di me, quindi si terrà alla larga da tutti quelli che vogliono ingabbiarlo in una logica che non appartiene né alla sua storia, né al suo temperamento.

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