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Reagire, per non condannarsi al declino industriale, dunque economico. L’Italia lo sa fare, specialmente quando le cose si mettono male, male per davvero. E così, mentre una parte di mondo assapora la pace, decisamente ancora fragile e cagionevole, tra Stati Uniti e Iran e l’altra si chiede se davvero l’Intelligenza Artificiale sancirà la fine di un’epoca, nel dubbio il Paese fa quello che gli riesce meglio: esportare.

L’occasione per fare il punto è arrivata con la presentazione del Rapporto Export 2026 di Sace, dal titolo, non a caso, Re-agire: l’Italia alla sfida dell’export globale, giunto quest’anno alla diciannovesima edizione e presentato a Roma, a Palazzo Wedekind, alla presenza del vicepremier e ministro degli Esteri. Antonio Tajani, del responsabile del Mimit, Adolfo Urso e della sottosegretaria all’Economia, Lucia Albano, unitamente ai vertici della società del Tesoro, il presidente Guglielmo Picchi e il ceo Michele Pignotti, affiancati per l’occasione da Alessandro Terzulli, chief economist di Sace.

Punto di partenza. Nel 2025 l’export italiano di beni ha raggiunto quota 643 miliardi di euro, in crescita del 3,3% in valore e dello 0,7% in volume sull’anno precedente, confermando la capacità di tenuta del sistema produttivo nazionale in un contesto internazionale sempre più frammentato e competitivo. Ora, in un quadro globale caratterizzato da incertezza, conflitti, barriere commerciali e vulnerabilità delle catene di approvvigionamento, l’export italiano conferma capacità di tenuta e prospettive di crescita. Anche guardando al domani. Tanto che secondo le previsioni dello stesso rapporto, l’export italiano di beni in valore crescerà del 2% nel 2026, per poi accelerare al 2,5% nel 2027, raggiungendo 675 miliardi di euro, e al 2,8% nel 2028, quando supererà i 690 miliardi di euro.

Una dinamica possibile in uno scenario di graduale ritorno alle condizioni pre-conflitto in Medio Oriente e coerente con il percorso verso l’obiettivo dei 700 miliardi di export, che si raggiungerà continuando a sostenere diversificazione dei mercati, iniziative di sviluppo delle imprese italiane all’estero e supporto di sistema, in linea con il nuovo Piano Strategico 2026-2028 Sace50. E anche nonostante i dazi. Il cui impatto è stato nel complesso contenuto ma non trascurabile, hanno chiarito da Sace. Sul piano geografico, l’Asia-Pacifico si conferma tra le aree più dinamiche per l’export italiano, con vendite pari a 60,3 miliardi di euro nel 2025 e attese in crescita del 3,5% nel 2026 e del 3,4% medio annuo nel biennio 2027-28, sostenute da investimenti in innovazione, transizione verde, infrastrutture sostenibili e nuove catene di approvvigionamento.

Il Medio Oriente, dopo una contrazione prevista nel 2026 legata alla crisi nell’area del Golfo, è atteso tornare a crescere con decisione nel biennio successivo, con un incremento medio del 5,3%. In America Latina, invece, le vendite sono previste in aumento del 2% nel 2026 e del 3,1% medio annuo nel 2027-28, alimentate dai progetti in ambito energetico e dalla riorganizzazione delle catene del valore. L’Africa, anche grazie al Piano Mattei, presenta spazi di sviluppo per macchinari, tecnologie e beni intermedi: l’export verso i 18 Paesi prioritari del Piano vale 14,4 miliardi di euro, in crescita del 4,1% rispetto al 2024. Nei mercati più tradizionali, infine, l’Europa avanzata resta il principale bacino di destinazione, con 346 miliardi di euro di export nel 2025 e una crescita attesa del 2,5% nel 2026, mentre l’Europa Centro Orientale mostra profili di crescita significativamente superiori alla media nell’intero triennio.

Attenzione però alla terre rare, su cui l’Italia è ancora vulnerabile ma essenziali per le transizioni digitale ed energetica e caratterizzate da una forte concentrazione geografica dell’offerta (in Cina, ndr). Circa il 16% del commercio globale di queste materie è soggetto a restrizioni, con effetti potenziali sulla volatilità dei prezzi e sulla continuità delle forniture. E per un Paese manifatturiero come l’Italia, fortemente dipendente dall’import di input produttivi strategici, “la sicurezza degli approvvigionamenti diventa parte integrante della strategia export. In questo ambito, Sace sostiene gli investimenti delle imprese, facilitando la mobilitazione di capitale privato per rendere più efficiente e prevedibile il funzionamento dei mercati, anche attraverso il supporto a contratti di lungo termine, strumenti di finanza mista e collaborazioni con istituzioni finanziarie, industria e settore pubblico”.

“La diciannovesima edizione del nostro rapporto export racchiude già nel titolo il messaggio chiave: Re-agire, che vuol dire trasformare le complessità in competitività, attuando decisioni strategiche in condizioni di incertezza. Il Rapporto export ci consegna una prospettiva positiva, ma soprattutto la consapevolezza che la crescita sui mercati internazionali richiede oggi un approccio più proattivo e coordinato”, ha spiegato il presidente Picchi. Mentre per il ceo Pignotti “l’export italiano si dimostra solido, ma è chiamato a misurarsi con una competizione globale più articolata rispetto al passato. Diversificazione geografica, sicurezza e ampliamento delle fonti di approvvigionamento e integrazione nelle filiere globali del valore sono le sfide che emergono dal rapporto, su cui lavoriamo al fianco delle imprese con il nostro piano strategico Sace50. L’obiettivo è chiaro: vogliamo contribuire raggiungere i 700 miliardi di export e lo raggiungeremo”.

Di sicuro, come ha ricordato Terzulli, in uno scenario globale sempre più complesso e frammentato, la sfida non è solo andare all’estero, ma farlo in modo strategico: una diversificazione intelligente, che combini mercati maturi e nuove geografie ad alto potenziale con adeguati strumenti di protezione dai rischi, rappresenta la chiave per sostenere nel tempo la competitività internazionale delle nostre imprese, sia dal punto di vista dei mercati di sbocco che da quello dei mercati di approvvigionamento”. Anche la politica era presente, come detto, alla presentazione del rapporto Sace. “Il documento che ha presentato oggi Sace ci dice che si può fare e questo perché abbiamo dei prodotti di straordinaria qualità, il Made in Italy. Poi, c’é la strategia e il lavoro che lo Stato e il governo hanno messo in campo per aiutare le imprese ad esportare in modo migliore, diversificando i mercati”, ha rimarcato Tajani.

“Questo significa che nonostante due guerre, più una guerra commerciale, siamo riusciti ad ottenere dei risultati straordinari e questo vuol dire che le cose vanno nella giusta direzione. Il prodotto italiano piace anche negli Stati Uniti, sono aumentate le esportazioni. Qualcuno ribatte che sono aumentate anche le importazioni, ma perché abbiamo preso le fonti energetiche negli Usa e non dalla Russia. Se dobbiamo difendere il principio che abbiamo difeso fin dall’inizio della guerra in Ucraina, da qualche altra parte bisogna comprare”.

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