Skip to main content

Ci sono battaglie che “scuotono” più di altre. La protesta che scuote l’Iran e interroga le coscienze occidentali, lo fa sottovoce. Niente piazze oceaniche, pochi influencer, scarsa mobilitazione politico-sindacale. Un silenzio che stride se confrontato con l’onda emotiva e simbolica sprigionata da Gaza. Non è indifferenza, né tantomeno adesione al regime degli ayatollah. È qualcosa di più sottile e, forse, più rivelatore. Per capire questo cortocircuito dell’opinione pubblica, tra riflessi storici, autocritica occidentale e simbologie che “rendono” sui social, Formiche.net ne ha parlato con Lorenzo Pregliasco, co-fondatore di YouTrend.

Pregliasco, la protesta in Iran è al centro dell’attenzione internazionale, ma la mobilitazione pubblica appare timida. Perché?

C’è una differenza evidente rispetto ad altri conflitti o crisi, come Gaza. In Iran manca, almeno per ora, quella dinamica di adesione emotiva e simbolica che coinvolge influencer, movimenti, sindacati, singole figure pubbliche. Non è un giudizio di merito sulla causa, ma una constatazione su come funziona oggi la mobilitazione dell’opinione pubblica.

Questa timidezza può essere letta come una forma di indulgenza verso il regime iraniano?

No, non credo. Non c’è un’adesione al regime. La responsabilità degli ayatollah è chiara a tutti. Il punto è un altro: la vicenda iraniana ha meno potenziale simbolico rispetto ad altre. È come se “valesse meno” nel racconto pubblico, perché non chiama in causa direttamente l’Occidente.

Come nasce l’indignazione collettiva nella dinamica della “piazza”?

La mobilitazione nasce dove c’è un simbolo forte, riconoscibile, che consenta anche un esercizio di autocritica occidentale. Quando il nemico è “in casa”, o comunque è percepito come legato alle responsabilità dell’Occidente, l’indignazione è più immediata e più spendibile, soprattutto sui social.

Sta dicendo che l’autocritica occidentale è diventata un fattore mobilitante?

Sì, perché è un esercizio che “vende”. Dire che è colpa nostra, che l’Occidente ha sbagliato, produce consenso, engagement, condivisioni. Quando invece le responsabilità sono chiaramente di altri regimi, l’indignazione è più complessa da costruire e meno gratificante sul piano simbolico.

Un meccanismo che si è visto anche altrove?

Penso al Venezuela. Lì c’è stata una forte eccitazione nel sottolineare le violazioni degli Stati Uniti, anche quando le preoccupazioni erano legittime. Ma a fronte di violazioni eclatanti di libertà e diritti da parte del regime iraniano, la condanna pubblica appare più blanda. Perché l’Occidente, in quel caso, non c’entra direttamente.

C’è chi accusa l’opposizione italiana di silenzio sull’Iran. È una critica fondata?

No. Non si può imputare all’opposizione di non essersi espressa. Il Partito democratico, ad esempio, non ha taciuto. Il tema riguarda piuttosto la militanza e l’opinione pubblica, che appaiono più timide.

Cortocircuito a sinistra?

Si tratta di riflessi storici profondi: antiamericanismo, diffidenza verso l’Occidente, empatia verso tutte le istanze che lo criticano. Lo scenario globale è cambiato, ma è rimasta la tendenza a cogliere ogni occasione per mettere in luce le mancanze occidentali. Il risultato è che sembra ci si mobiliti solo quando c’è l’Occidente da criticare.

Un vero e proprio cortocircuito?

Sì, perché siamo noi occidentali a mettere in discussione il nostro modello più di chiunque altro. Questo è uno spazio di libertà, ma produce anche una costante erosione della legittimità e della dignità di ciò che facciamo. È una contraddizione strutturale dell’Occidente.

Questo spiega anche alcune convergenze tra mondi apparentemente lontani, come il pro-Pal e il pro-Maduro?

Sono mondi complessi, ma esistono punti di intersezione: il riflesso anti-occidentale, l’anti-americanismo, la spinta all’empatia verso gli “oppressi”. Tuttavia, questi diventano oggetto di simpatia solo se sono oppressi dall’Occidente. Si fatica molto di più a mettere in discussione regimi come quello di Maduro, degli ayatollah o Hamas, perché non è funzionale all’erosione della legittimità occidentale.

In definitiva, cosa ci dice il caso Iran su di noi?

Che il modo in cui reagiamo alle crisi internazionali parla più delle nostre ossessioni che delle tragedie in sé. E che l’indignazione, oggi, è sempre meno universale e sempre più selettiva.

Vi spiego la timidezza dell'opinione pubblica sull'Iran (e non su Gaza). Parla Pregliasco

La mobilitazione per l’opposizione al regime degli ayatollah in Iran è molto blanda, quasi timida. Dimentichiamoci le piazze per Gaza, perché l’opinione pubblica si mobilita (quasi) esclusivamente se individua la colpa occidentale. Sul Venezuela, in tanti si sono affrettati a denunciare le colpe americane. Molti meno quelli che denunciano le repressioni. Colloquio con il co-fondatore di YouTrend, Lorenzo Pregliasco

Le proteste in Iran, la repressione e la possibilità di un intervento Usa. Intervista a Modarres

In Iran le proteste non accennano a diminuire e la repressione si fa ogni giorno più dura. In molti vogliono la fine della Repubblica islamica, ma sul come ottenerla e su cosa dovrebbe succedere dopo le opinioni divergono. Nel frattempo, i morti tra i manifestanti aumentano. Intervista a Shahin Modarres, analista esperto di Iran e Medio Oriente e commentatore per Al Jazeera e BBC News

La farmaceutica spinge l’export italiano (con gli Usa). I numeri in controtendenza

I dati Istat mostrano una traiettoria distinta per la farmaceutica italiana, con gli Stati Uniti sempre più centrali nonostante un contesto globale incerto

La Via della Seta va in orbita. Pechino punta sullo spazio in Africa e nel Golfo

La Cina scalpita sempre di più nelle orbite, con lanci in aumento nel 2025 e la “prenotazione” di quasi 200mila ulteriori slot orbitali nei prossimi anni. Tuttavia, Pechino non guarda solo a spazi per sé, ma anche ai servizi che può offrire ai tanti Paesi che non hanno le capacità per mettere in piedi programmi spaziali autonomi. Così la nuova Via della seta cinese si fa anche spaziale

Londra, l’ambasciata cinese e i cavi della City. Un caso di sicurezza nazionale?

Secondo un’inchiesta del Telegraph, i progetti non oscurati della nuova “super-ambasciata” cinese a Londra rivelano una stanza sotterranea a ridosso dei cavi in fibra che trasportano dati finanziari sensibili

Cosa farà l'Italia nel board per Gaza

L’Italia si candida ad essere la prima nazione europea a offrire un supporto pragmatico sia alla sicurezza della Striscia che al rafforzamento del piano di pace. Infatti, l’obiettivo è quella pax orientalis che rappresenta un elemento di stabilità, politica ed economica, solo se intrecciato al dialogo con attori primari come Qatar, Arabia Saudita ed Egitto

La ricomposizione delle relazioni India-Trump passa dalla Pax Silica

Washington intende allentare le tensioni commerciali con l’India affiancando al dialogo sui dazi un’offerta strategica: l’ingresso di New Delhi in Pax Silica. La mossa rafforza l’integrazione dell’India nelle filiere tecnologiche critiche e la colloca al centro della competizione globale per il controllo delle tecnologie avanzate

Sull’intelligenza artificiale il Pentagono accelera e cambia metodo

Il documento del Dipartimento della Guerra sull’Intelligenza artificiale segna un cambio di mentalità più che una semplice linea guida. La priorità non è costruire sistemi impeccabili, ma accettarne l’obsolescenza e puntare su cicli rapidi di adattamento. L’IA diventa una spesa continua, un’infrastruttura diffusa e un fattore di deterrenza, capace di ridurre il vantaggio degli avversari grazie alla velocità decisionale

Dal Medio all’Estremo Oriente. Katulis (Mei) analizza la visita di Meloni tra Oman, Giappone e Corea

“La strategia di Giorgia Meloni è sostanzialmente in linea con la posizione generale di Washington nei confronti dell’Indo-Pacifico, trattandosi di un approccio sottile e sfumato volto a massimizzare il potenziale e le relazioni dell’Italia a livello globale”. Brian Katulis, vice president for Policy and Senior Fellow del Middle East Institute, legge il lungo viaggio della premier in questa fase di profonda incertezza geopolitica

L'AI fa miracoli. Ecco l'accordo tra Google e Apple (che non piace a Musk)

Apple e Google, storicamente rivali, hanno sorpreso il mondo con una partnership pluriennale che vedrà le funzionalità di Intelligenza Artificiale di prossima generazione di Apple, incluso il chatbot Siri, alimentato dalla tecnologia Gemini di Google. Le critiche dell’uomo più ricco del mondo

×

Iscriviti alla newsletter