Skip to main content

TRIESTE — Gli Stati Uniti vedono nel Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa (Imec) un’opportunità geopolitica ed economica per le imprese americane — dall’energia alle infrastrutture digitali fino ai trasporti — e puntano a far passare rapidamente l’iniziativa dalla fase concettuale alla realizzazione concreta dei progetti. È una delle linee emerse con maggiore chiarezza nel corso degli incontri internazionali ospitati a Trieste in queste due giornate dedicate alla connettività tra Indo-Pacifico, Medio Oriente ed Europa.

La logica che emerge dai confronti tra rappresentanti istituzionali, imprese e analisti, è quella di trasformare Imec in un motore economico sostenuto dagli investimenti privati e da procedure commerciali più snelle.

In questo quadro, l’obiettivo è evitare rallentamenti burocratici e concentrarsi su risultati operativi concreti lungo il corridoio. Il passaggio dalla fase di progettazione a quella delle transazioni reali — dagli accordi alla costruzione di infrastrutture e catene logistiche integrate — viene considerato un elemento decisivo per dare credibilità all’iniziativa.

Un ruolo centrale, secondo quanto emerso nel dibattito, riguarda la dimensione regolatoria. Ai governi spetterebbe soprattutto il compito di armonizzare standard e procedure doganali tra i diversi Paesi coinvolti e di ridurre le barriere non tariffarie, mentre il corridoio dovrebbe restare in larga parte trainato dagli investimenti privati.

Un esempio citato riguarda i tempi logistici lungo alcune tratte regionali: oggi un camion può impiegare tra nove e dodici giorni per viaggiare dagli Emirati Arabi Uniti a Israele. Con sistemi doganali sincronizzati e procedure semplificate, quel tempo potrebbe ridursi a tre o quattro giorni, con significativi risparmi economici e un aumento dell’efficienza complessiva delle catene di approvvigionamento.

Per Washington, tuttavia, la logica strategica di Imec va oltre la dimensione logistica. Il progetto riflette l’idea — sempre più centrale nel dibattito sulla sicurezza economica — che la resilienza delle rotte commerciali sia un elemento chiave della sicurezza nazionale. In questa prospettiva, il corridoio non nasce per sostituire infrastrutture esistenti come il Canale di Suez, ma per rafforzare la diversificazione delle vie del commercio globale.

Ridurre la dipendenza da singoli snodi logistici o da infrastrutture progettate da potenze rivali è considerato uno degli obiettivi strategici dell’iniziativa.

Allo stesso tempo, dalle discussioni di Trieste che esce anche la dimensione politica del progetto. L’integrazione economica, attraverso corridoi commerciali, collegamenti ferroviari e infrastrutture digitali ed energetiche, viene vista come un possibile fattore di stabilizzazione regionale.

In questo quadro, Paesi come Israele e Giordania assumono un ruolo geografico e politico centrale nel disegno del corridoio, contribuendo a collegare Medio Oriente, Mediterraneo ed Europa.

Imec appare così non soltanto come un progetto di connettività, ma come uno strumento più ampio per promuovere crescita economica, integrazione regionale e stabilità nell’Asia occidentale.

Da Trieste — che si sta progressivamente affermando come uno dei nodi europei nelle nuove dinamiche di connettività tra Indo-Pacifico e Mediterraneo — emerge quindi un messaggio chiaro: gli Stati Uniti intendono restare pienamente coinvolti nello sviluppo del corridoio, annunciato al vertice del G20 di Nuova Delhi nel 2023, mentre il progetto entra gradualmente in una fase più operativa e proseguono le discussioni sulla sua futura governance e su possibili incontri ministeriali nei prossimi mesi.

Imec, da Trieste gli Usa spingono sull’acceleratore

Gli Usa puntano a rendere operativo il Corridoio India‑Medio Oriente‑Europa, favorendo investimenti privati e procedure snelle. Obiettivi: efficienza logistica, standard armonizzati e maggiore resilienza delle rotte commerciali, con un ruolo chiave di Israele e Giordania

Contrordine ai cinesi. Ora Panama richiama Cosco

Dopo la rappresaglia del Dragone, che ha sospeso la navigazione della sua principale compagnia all’indomani dell’esproprio delle concessioni, ora le autorità centro-americane chiedono al colosso dei cargo un ripensamento. Ma di riaffidare le licenze non se ne parla. E c’è l’effetto Hormuz

Diplomazia prudente, più autonomia e Golden Power. Cosa chiedono gli italiani secondo Swg

Il sondaggio Swg evidenzia un calo del gradimento degli italiani sulla politica estera del governo, pur riconoscendo alla premier abilità e coerenza. Cresce la richiesta di maggiore coraggio e di un posizionamento più vicino all’Unione europea e meno dipendente dagli Stati Uniti. Parallelamente, il Golden Power raccoglie un ampio consenso trasversale, visto come strumento essenziale per difendere occupazione, tecnologie e sovranità economica. In un contesto geopolitico incerto, l’opinione pubblica appare orientata a coniugare apertura internazionale e tutela degli asset strategici nazionali 

Su Pirelli il governo prova ad accelerare verso l'uscita della Cina

I vertici della Bicocca, insieme ai rappresentanti dei principali azionisti, tra cui Sinochem, sono stati ascoltati dall’Ufficio golden power. Chiamato a questo punto a pronunciarsi entro il 15 aprile. L’obiettivo prioritario rimane il disimpegno del socio cinese per salvare il mercato americano

Ali Larijani e la fine della vecchia guardia. Quale futuro per il potere iraniano?

Il ministro della Difesa di Israele Katz ha annunciato che nella notte sono stati uccisi in un raid il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale dell’Iran, Ali Larijani, e il capo delle milizie Basij Soleimani. Un ulteriore decapitazione del regime che tuttavia continua a combattere arroccato nei bunker sotto le macerie del paese. L’analisi di Gianfranco D’Anna

Defense tech, la nuova corsa del venture capital è appena iniziata. L'analisi di Applbaum

Il defense tech ha smesso di essere una scommessa di frontiera per diventare un settore strutturato, in cui capitali, startup, industria e domanda militare stanno convergendo. Oggi può generare ritorni da venture, ma richiede founder capaci di unire visione, competenze operative e ascolto del mercato. Airpress ha intervistato Isaac Applbaum, founder & partner di MizMaa Ventures, per comprendere meglio l’ecosistema che sta prendendo forma

Nel Sahel Washington riscopre la realpolitik. Ecco perché

Washington cambia approccio in Africa occidentale e riapre il dialogo con le giunte del Sahel. Una scelta dettata da esigenze di sicurezza, accesso alle risorse e competizione con Cina e Russia

Libano e Turchia, il doppio fronte di allarme tra guerra e migranti

Il Libano va tenuto fuori: il richiamo di Canada, Francia, Germania, Italia e Regno Unito è fondamentale, anche perché condiviso dai Paesi arabi. Intanto già 3 milioni di sfollati iraniani si stanno dirigendo verso la Turchia che è in allarme: numeri che fanno tornare alla mente il post guerra in Siria, con l’esodo sempre verso il suolo turco, poi mediato dall’accordo Merkel-Erdogan

Con Scare Out, Pechino porta il controspionaggio al cinema

Con Scare Out, il Ministero della Sicurezza di Stato entra per la prima volta in una produzione cinematografica in quella che, più che un film, appare come un’operazione di deterrenza culturale e sociale

Golfo e chip. Perché la crisi di Hormuz non riguarda solo il petrolio

La vera posta in gioco nella destabilizzazione del Golfo Persico non è solo il prezzo del greggio. È anche la sopravvivenza delle catene del valore su cui poggia l’intera economia digitale globale. L’intervento di Rosario Cerra, fondatore e presidente del Centro Economia Digitale

×

Iscriviti alla newsletter