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Ci sono un padre e una madre, entrambi siriani, in un video proiettato nell’Aula Magna dell’Ospedale Isola Tiberina. Sono arrivati dal Libano un anno fa, attraverso un cordone umanitario, con i loro tre figli. Raccontano di uno di loro – ha 8 anni – che non sorrideva più: i denti che mancavano lo tenevano lontano dai coetanei, dal gioco, da quella normalità che alla sua età dovrebbe essere garantita. Oggi il piccolo è tornato a sorridere di nuovo e i suoi genitori, in quel video, dicono solo: “Grazie per aver dato speranza ai nostri figli”.
È attorno a storie come questa che il Progetto San Bartolomeo ha riunito oggi i suoi promotori – Comunità di Sant’Egidio, Ospedale Isola Tiberina – Gemelli Isola, Fondazione dell’Ospedale, Deloitte e Fondazione Deloitte – per fare il punto su tre anni di lavoro e oltre mille pazienti assistiti. Non una celebrazione, o non solo. Piuttosto, la verifica pubblica di un modello che si propone come replicabile: quello di un’alleanza tra pubblico, privato e terzo settore costruita attorno al principio, apparentemente semplice, che il diritto alla salute non dovrebbe dipendere da dove sei nato, da quanto guadagni, o da quante parole italiane conosci.

Un’Italia in miniatura, e non solo

Le slide proiettate in sala raccontano una geografia inattesa. Dei 735 pazienti assistiti fino al 15 giugno 2026 – su un totale che supera il migliaio considerando l’intero arco del progetto – la nazionalità più rappresentata è peruviana: 270 persone. Seguono gli ucraini (61), gli italiani (55), gli afghani (36), i siriani (34). In tutto, oltre 75 paesi di provenienza: 373 pazienti dall’America, 165 dall’Europa, 123 dall’Asia, 74 dall’Africa.Il dato peruviano non è casuale. Lo spiega, senza bisogno di molte parole, chi lavora sul campo: le donne latinoamericane a Roma sono spesso sole con figli, fuggono dalla povertà, hanno bisogno di lavorare. Scoprire una malattia significa rischiare il posto. Così rimandano, evitano, spariscono dai radar del sistema sanitario – fino a quando qualcuno non le intercetta e le accompagna. Accompagnare, in questo progetto, non è una metafora: è una funzione precisa, con un nome e una persona che la svolge.

La cura inizia dall’ascolto

Ahmad Al Khoder è siriano, è arrivato in Italia attraverso un cordone umanitario ed è il mediatore di odontoiatria della Comunità di Sant’Egidio. “Non si tratta solo di tradurre parole”, ha detto oggi. “Accompagno i pazienti, cerco di dare speranza. La parte più bella è assistere al cambiamento”. Una frase che suona quasi ovvia finché non si capisce cosa significa concretamente: che ci sono persone che hanno diritto alla tessera sanitaria e non lo sanno, come ricorda Giusi Lecce, medico referente del progetto per Sant’Egidio. “Accompagnare alle cure è altrettanto importante, se non di più, che garantirne l’accesso”. È questa la scommessa concettuale del Progetto San Bartolomeo, quella che Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, ha definito “un vero programma di democrazia sanitaria”: non basta aprire una porta, bisogna assicurarsi che chi ne ha bisogno sappia che esiste, riesca ad attraversarla, e non venga abbandonato una volta uscito. Il 34% dei pazienti ha ricevuto un follow-up continuativo – percentuale che nel settore odontoiatrico pediatrico sale al 23% dei minori in carico, un numero che in un contesto di fragilità strutturale rappresenta un risultato non scontato. Le 3.660 prestazioni erogate si distribuiscono tra ginecologia e ostetricia (1.954), odontoiatria (1.276) e senologia (408), oltre a oculistica e ortopedia – specialità con numeri più contenuti ma che rappresentano cure di secondo livello, ad alta specializzazione, normalmente inaccessibili per chi non ha copertura sanitaria piena. Trentacinque bambini sono nati grazie al percorso ostetrico del progetto. Sessantacinque i minori assistiti in totale.

Le barriere che non si vedono

C’è una vulgata sull’accesso alle cure che tende a ridurre il problema alla dimensione economica: chi non può pagare non si cura. Il Progetto San Bartolomeo lavora su un terreno più complesso. Le barriere sono linguistiche, burocratiche, culturali, psicologiche – e spesso si sommano. Marco Di Dio, responsabile dell’Uos Odontoiatria dell’Ospedale Isola Tiberina, ha ricordato che oggi l’odontoiatria è diventata un problema anche del ceto medio italiano, non solo delle fasce più fragili. La povertà sanitaria non ha un solo volto. Aurora Poggi, infermiera del progetto, ha usato una formula che vale più di molte analisi: “La solitudine è il lato peggiore della povertà”. L’accompagnamento, ha detto, resta il punto di forza di questo progetto. Non il servizio in sé – che pure c’è, e funziona – ma la relazione che lo rende possibile, il fatto che qualcuno si prenda la responsabilità di seguire una persona lungo tutto il percorso, dalla prima visita al follow-up, passando per i kit multilingua, la mediazione culturale, il supporto ai familiari.

Il modello e la sua sfida

Sergio Alfieri, che guida l’area clinico-scientifica dell’ospedale, ha ricordato l’origine di tutto questo. Quando i conti dell’Isola Tiberina erano in rosso e Papa Francesco visitò l’ospedale, disse una cosa sola: “Non vi dimenticate degli invisibili”. Da quella frase – o da quell’imperativo – è nata la rete che ha reso possibile il progetto. “Nel dna di questo ospedale c’è la cultura di curare i poveri”, ha detto Alfieri.
Giovanni Arcuri, direttore generale, ha chiuso con una nota che rovescia la retorica del dono: “Quando si dona, ci si scopre a ricevere più di quel che si dà”. La governance del progetto mette insieme soggetti che normalmente non si parlano: Sant’Egidio fa da ponte tra i pazienti e il sistema sanitario; l’Ospedale Isola Tiberina eroga le prestazioni cliniche; la Fondazione dell’Ospedale lavora sulla sensibilizzazione e sulla rete; Deloitte e Fondazione Deloitte coordinano, monitorano e sviluppano la strategia di comunicazione. Fabio Pompei, Ceo di Deloitte Central Mediterranean, ha posto la domanda che trasforma un buon progetto in una questione di politica sanitaria: “La sfida è rendere questi progetti strutturalmente sostenibili”. Perché un modello che funziona ma rimane un’eccezione non cambia il sistema, lo conferma. Leonardo Gallitelli, presidente dell’Ospedale Isola Tiberina, ha parlato di “una medicina che sa farsi prossima, raggiungendo chi nella fragilità rischierebbe di essere lasciato indietro”. È una definizione che vale anche come criterio di valutazione: un sistema sanitario si misura non su chi riesce a curare, ma su chi riesce a non perdere. Il Progetto San Bartolomeo, alla soglia dei mille pazienti, dimostra che questa medicina è possibile. La domanda aperta – quella che Pompei ha lasciato in sala senza risposta definitiva – è se possa diventare norma, o se sia destinata a restare un’isola. Nel senso più letterale del termine.

L’isola che non lascia indietro nessuno. Tre anni di Progetto San Bartolomeo

Oltre mille pazienti assistiti e un modello che unisce ospedale, terzo settore e imprese. Il Progetto San Bartolomeo punta a rendere concrete le cure per le persone più fragili, superando non solo le barriere economiche ma anche quelle linguistiche, culturali e sociali

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