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Dopo l’allargamento del conflitto, oggi il rischio principale è quello dell’allungamento. Nel senso che Donald J. Trump che solo tre giorni fa aveva parlato di un blitz di quattro giorni (poi diventato ieri di 4 settimane) adesso dice che la guerra sarà lunga. E per la prima volta ammette che potrebbe acconsentire ad un’invasione di terra.

Invasione fino a ieri prospettata solo dai più oltranzisti di Israele. Trump ha infatti detto che la “grande ondata” di attacchi contro l’Iran deve ancora arrivare e non ha escluso la possibilità di inviare truppe sul campo. Secondo un sondaggio della Reuters, solo un americano su quattro sostiene gli attacchi statunitensi contro l’Iran.

Per l’Europa, la situazione è seria ma gestibile. Il Qatar fornisce circa il 7–8% del Lng europeo, mentre gli Stati Uniti rappresentano ormai oltre la metà delle forniture. La Russia contribuisce ancora per circa il 13–14%. La base di approvvigionamento europea è oggi molto più diversificata rispetto al 2022, rendendo improbabile una nuova crisi delle stesse dimensioni. I prezzi del petrolio potrebbero raggiungere i 100 dollari al barile con il blocco del traffico nello Stretto di Hormuz.

Gli analisti avvertono che la guerra contro l’Iran potrebbe spingere il prezzo del greggio verso questa soglia. Un aumento dei prezzi di petrolio e gas è, al momento, concreto e il costo del barile potrebbe superare i 100 dollari qualora i flussi delle petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz non venissero ripristinati rapidamente. Dai dati raccolti attraverso diverse fonti, il traffico delle petroliere risulta di fatto fermo, dopo che l’Iran ha intimato alle navi di evitare il passaggio e le compagnie assicurative hanno ritirato la copertura. In questo specifico momento storico, l’ipotesi di fondo che emerge dai fatti quotidiani è che, al momento, tra gli Stati è nuovamente popolare l’assunto secondo cui è più conveniente utilizzare la guerra come strumento di politica estera rispetto al vecchio – che si rischia ormai di vedere superato – ossia quello dell’interazione multilaterale e diplomatica tra gli Stati sovrani nei vari forum internazionali e nella gestione dei rapporti bilaterali.

La convenienza di una politica aggressiva e dell’utilizzo della forza, in un momento estremamente fluido, può legittimare altri attori oltre Cina, Russia e Stati Uniti a modificare le proprie priorità. Arabia Saudita, India, Brasile, Sudafrica sono tutti attori internazionali che, nel momento in cui nell’ordine geopolitico delle cose fare la guerra è più conveniente che seguire le vecchie logiche multilaterali, allora perseguiranno – come stanno facendo oggi – politiche di riarmo nemmeno più malcelate. Sotto questa lettura va interpretato anche il posizionamento cinese: netto nel condannare l’azione e nel sostenere l’integrità del regime. Un’escalation in Medio Oriente e nel Golfo Persico, con tutte le implicazioni del caso sul commercio internazionale, potrebbe portare la Cina ad un atteggiamento più aggressivo qualora la percezione della minaccia per gli interessi vitali di Pechino dovesse aumentare.

Ciò è comprovato dal sostegno materiale inviato dalla Cina a Teheran nelle settimane precedenti allo scoppio delle ostilità. Venendo agli Stati Uniti, l’idea di un conflitto estremamente circoscritto sia nel tempo che nell’intensità sembra allontanarsi con lo scorrere delle ore. Ciò provoca due ricadute: una interna alla politica e soprattutto al Congresso americano, dove i democratici si stanno muovendo per restringere la possibilità di azione di Trump. Allo stesso tempo, il problema di tenuta riguarda l’opinione pubblica americana in primis e, in secondo luogo, Trump deve fare i conti internamente con il Partito Repubblicano e con la promessa di chiudere ogni conflitto ereditato dalla precedente amministrazione.

L’altra osservazione, da un punto di vista strategico, riguarda il fatto che un’azione contro l’Iran apre di certo un fronte piuttosto complicato per Vladimir Putin, in quanto un ipotetico collasso del regime iraniano indebolirebbe notevolmente l’asse delle autocrazie formato da Russia, Iran, Cina, Bielorussia e, fino alla cattura di Maduro, Venezuela. Ciò potrebbe avere ripercussioni anche nello scenario ucraino, con maggiore pressione sul Cremlino affinché conceda qualcosa all’Ucraina.

Dall’altra parte, il regime di Teheran si sta riorganizzando in assetto da guerra ad oltranza e ha tutto l’interesse ad allargare il conflitto a quanti più scenari possibili. Qualora la Repubblica Islamica dovesse riuscire nell’intento di consolidare la propria tenuta interna, a farne le spese – oltre alla popolazione che sta cercando di dare un colpo al sistema autoritario iraniano – sarebbe anche il personale americano e israeliano coinvolto nelle operazioni, che rischierebbero di deflagrare in un conflitto su larga scala.

In tutto ciò, la posizione europea è piuttosto complicata dall’attacco sulla base inglese in territorio cipriota; Cipro, al momento, copre la Presidenza di turno del Consiglio dell’Unione europea. La necessità per l’Europa di trovare la forza di affermarsi come player globale unico è al momento l’unica strategia di lungo periodo che potrebbe portare a un riequilibrio di potere sul continente e avrebbe dei risvolti strategici positivi anche in Medio Oriente in chiave di de-escalation.

Da un punto di vista strategico-militare, le difficoltà europee nel fare massa critica rischiano di lasciare l’intera capacità operativa di difesa al successo del riarmo tedesco e a una proiezione marcata delle capitali più tradizionali come Parigi e Berlino. Da un punto di vista di intelligence interna all’Unione, il rischio del verificarsi di ritorsioni e atti di terrorismo da parte delle cellule collegate ai Guardiani della Rivoluzione in Europa è concreto e rappresenta una delle sfide che le varie agenzie europee si troveranno a dover affrontare nelle prossime ore.

Meglio farebbe l’Unione Europea in una circostanza come questa a mettere da parte i distinguo e le titubanze prendendo provvedimenti che diano sostanza ad iniziative politiche che rilancino il ruolo europeo nello scacchiere mediterraneo e mediorientale proponendosi per esempio agli emirati e agli attori della regione come un interlocutore equilibrato ed affidabile per gestire le contraddizioni di questa crisi. Il Papa poi ha lanciato un appello alla diplomazia e alla responsabilità morale.

Ma chi può raccoglierlo? Innanzitutto ciascuno di noi. La prima responsabilità è personale: non diventare tifosi, non attribuire un valore diverso alla vita di una persona che muore in guerra a seconda dello schieramento a cui appartiene. Mantenere fermo il valore inestimabile di ogni singola vita è il primo passo. Da qui può nascere anche un impegno concreto, culturale e civile. Dal punto di vista politico, c’è un attore che più di altri dovrebbe raccogliere queste parole: l’Europa. Storicamente l’Unione Europea nasce come progetto alternativo al ricorso alla guerra. Certo, nel tempo ha progressivamente rinunciato a questa vocazione, accumulando subalternità e incapacità di proiezione politica. La speranza è che qualcuno tra i leader europei voglia giocarsi questa responsabilità.

La chiave per la de-escalation in Medio Oriente e l'invito all'Europa. Gli spunti di Mauro e Pittella

Di Mario Mauro e Gianni Pittella

L’Ue dovrebbe prendere provvedimenti che diano sostanza a iniziative politiche che rilancino il ruolo europeo nello scacchiere mediterraneo e mediorientale, proponendosi o agli Emirati e agli attori della regione come un interlocutore equilibrato e affidabile per gestire le contraddizioni di questa crisi. L’analisi di Mario Mauro, già ministro della Difesa, e Gianni Pittella, ex vicepresidente del Parlamento Ue

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