Skip to main content

Nelle ultime ore ha iniziato a circolare la bozza dell’intesa tra Teheran e Washington, che prospetta una stabilizzazione del conflitto e la riapertura dello Stretto di Hormuz. Restano però aperti i dossier più delicati, dal nucleare iraniano alla proliferazione missilistica fino al futuro del regime. Formiche.net ha chiesto a Ian Lesser, distinguished fellow e consigliere del presidente del German Marshall Fund, di fornire la sua interpretazione.

Qual è il suo commento a caldo sulla bozza che ha iniziato a circolare nelle ultime ore? 

Prima di tutto, penso che saremo tutti d’accordo sul fatto che sia una buona cosa avere almeno una stabilizzazione del conflitto e una fine al tipo di ostilità che abbiamo visto negli ultimi mesi, di riaprire lo Stretto di Hormuz e di avviare in qualche modo negoziati con l’Iran sulle questioni più spinose riguardanti soprattutto le sue ambizioni nucleari. Quindi nel complesso lo vedo come una cosa positiva. Chiaramente, ci saranno molte persone deluse, e alcune di esse che solleveranno dubbi riguardo al contenuto e alla tempistica.

Immagino si riferisca a Israele.

Chiaramente. Da un punto di vista israeliano, questo accordo non verrà considerato accettabile perché le questioni chiave per Israele riguardavano il regime iraniano stesso, le ambizioni nucleari di Teheran e la sua proliferazione di missili balistici. E non c’è affatto chiarezza su nessuna di queste cose. Di sicuro, il regime iraniano esce più forte da questo conflitto. Sì, hanno perso molti esponenti chiave dell’apparato governativo. Ma la natura del regime stesso non sembra essere cambiata. E dopo aver affrontato una forte opposizione interna, ora possono uscire da questo conflitto rivendicando una vittoria alle loro condizioni. Niente di tutto ciò è una buona notizia dalla prospettiva israeliana. Allo stesso modo, è molto poco chiaro cosa si farà riguardo all’uranio altamente arricchito dell’Iran e ai suoi futuri piani nucleari. Sì, le parti ci lavoreranno, ma è del tutto aperto. E davvero poco è stato detto sia sulla minaccia missilistica che sul suo sostegno ai proxy nella regione. Quindi tutte le cose che sono viste come esistenziali da un punto di vista israeliano, tra l’altro lungo tutto lo spettro politico, restano in gran parte non affrontate da questo accordo.

E su Hormuz?

Quello è l’unico punto su cui l’accordo è abbastanza chiaro. Ma anche su questo punto dovranno seguire accordi estesi per lo sminamento e per garantire il passaggio sicuro in futuro. E non è chiaro chi contribuirà a questo sforzo, o chi guiderà quell’operazione.

Trump però può dire di aver posto fine al conflitto.

Dal punto di vista del presidente Trump, questo accordo verrà presentato come una vittoria perché è riuscito a togliere dal tavolo una questione spinosa, almeno per il momento. E lo farà guardando alle elezioni di metà mandato. A livello elettorale, la guerra è stata estremamente impopolare. Quindi questo accordo può essere in qualche modo una vittoria. Trump potrebbe stressare l’aspetto nucleare della cosa. Ma di nuovo, non sappiamo davvero che tipo di accordo verrà raggiunto e quanto tempo ci vorrà per negoziare una cosa del genere con l’Iran. L’Iran otterrà un qualche tipo di alleggerimento delle sanzioni. Chiaramente, alcune cose sono già state concesse su quel fronte. Ma, sai, l’alleggerimento totale delle sanzioni ovviamente dipenderà da qualunque cosa accada sul fronte nucleare. E anche questo è poco chiaro. E poi sai qual è la critica più grande? La critica più grande è che tutto questo non è molto diverso da ciò che il Jcpoa prevedeva nel 2015. Ora, è vero che neanche l’Iran rispettava la sua parte dell’accordo sotto alcuni aspetti. Ma verranno poste domande su cosa sia stato ottenuto a fronte di tutto questo costo economico, costo umano, sforzo strategico, disaccordo con gli alleati, eccetera.

A proposito degli alleati, quale ruolo può giocare l’Europa in questa fase post-conflitto?

Dipende. Sarà difficile per l’Europa giocare un qualsiasi ruolo centrale nella questione complessiva delle relazioni tra l’Iran, gli Stati Uniti, e Israele. Dove l’Europa può giocare un ruolo fondamentale è nello sforzo per mettere in sicurezza lo Stretto di Hormuz, e per garantire il passaggio sicuro nel Golfo Persico più in generale. Quindi la missione di sicurezza marittima nei mesi e negli anni a venire potrebbe benissimo finire per essere principalmente una responsabilità europea. E l’Europa ha asset che sarebbero molto rilevanti a tal fine, compresi alcuni assetti molto specializzati per lo sminamento che non sarebbero molto utilizzabili in un contesto a più alta intensità. Ma se l’accordo regge e non ci sono ostilità attive, allora molti di quegli asset europei diventano molto rilevanti.  Quindi in un contesto a minaccia relativamente bassa, penso che sia possibile per l’Europa giocare un ruolo importante, persino un ruolo di guida, rispetto alla sicurezza marittima. Ma credo che gli europei saranno molto desiderosi che gli Stati Uniti restino presenti con tutta le loro capacità, perché non si sa mai che le ostilità possano deflagrare di nuovo. E sarà molto più impegnativo per l’Europa, ovviamente, se gli Stati Uniti non sono presenti.

Un altro punto dell’accordo menzionava il fatto che gli Usa metteranno in campo almeno 300 miliardi di dollari per la ricostruzione e lo sviluppo economico dello Stato iraniano. Insieme alla promessa di revocare tutte le sanzioni imposte dagli anni Settanta, può essere l’inizio di una fase completamente nuova nelle relazioni tra Teheran e Washington?

Ne dubito molto. Prima di tutto, penso che sia molto poco chiaro chi contribuirebbe a questo ipotetico fondo per la ricostruzione. Sarei sorpreso se la Casa Bianca avesse in mente che gli Stati Uniti lo finanzino da soli. Non penso che l’idea sia quella. Penso che l’idea sia che, fino a un certo livello, all’Iran sarebbe permesso di attrarre investimenti esteri a scopo di ricostruzione negli anni a venire. Questa è la mia lettura. Inoltre, un sostanziale alleggerimento delle sanzioni dipenderà ovviamente dai progressi sul fronte nucleare. È sempre stato così. L’alleggerimento delle sanzioni previsto dal Jcpoa conteneva sempre disposizioni per le cosiddette misure di snapback nel caso in cui l’Iran non rispettasse gli impegni. Vedo oggi una situazione molto simile.

Trump ha detto che con questo accordo il dossier iraniano passa in secondo piano. Aspettativa o realtà?

Sa, penso che ora ci sia almeno una possibilità che ciò avvenga. Ma francamente, le questioni sollevate negli ultimi mesi sono così rilevanti e importanti per il sistema internazionale e per gli interessi americani, europei, e iraniani, oltre che israeliani, che è molto difficile immaginare che queste questioni passino semplicemente in secondo piano. Nella migliore delle ipotesi, la mia sensazione è che nella migliore delle ipotesi, senza un qualche cambiamento nel regime, ci troviamo semplicemente di fronte a un passaggio da una “guerra calda” a qualcosa che assomiglia più alla “guerra fredda” degli ultimi decenni.

Adesso però è plausibile che il tema dell’Ucraina tornerà a essere il tema principale nel dibattito internazionale, almeno tra i partner occidentali. Possiamo aspettarci un rinnovato sforzo nel tentare di raggiungere un accordo nella guerra in Ucraina, anche sulla base di quanto emerso al G7.

Esattamente. Il G7 ha mostrato un grado maggiore di solidarietà intra-occidentale attorno alla questione del sostegno all’Ucraina. Certamente, da un punto di vista ucraino, questo è una buona notizia perché una guerra in corso nel Golfo renderebbe molto difficile per i partner internazionali dell’Ucraina concentrarsi pienamente sulle proprie sfide e sul problema di più lungo termine di contenere la Russia. Ci saranno alcune prove imminenti del clima attorno a queste questioni, compreso il vertice Nato ad Ankara all’inizio di luglio, dove questa questione del sostegno all’Ucraina e del livello di presenza statunitense in Europa sarà sicuramente all’ordine del giorno.

Una tregua più che una svolta. Così Lesser (Gmf) commenta il memorandum Usa-Iran

L’intesa Iran-Usa stabilizza il conflitto ma lascia irrisolti nucleare, missili e questione del regime. Sul nodo Hormuz l’Europa può assumere un ruolo di guida nella sicurezza marittima, purché resti la presenza americana. Intervista a Ian Lesser, distinguished fellow e consigliere del presidente del German Marshall Fund

Oltre la diagnosi di Draghi: l'errore di Einstein e il futuro dell'Europa

L’energia che Einstein volle cancellare dalle sue equazioni è oggi ciò che tiene in espansione l’universo. Le idee che diamo per superate potrebbero essere il termine che manca al mondo nuovo, se smettiamo di scambiare la nostra stanchezza per la loro fine. Soli, gli europei sono una nota a piè di pagina nella storia che altri scrivono. Insieme, sono una costante. Resta da decidere di quale equazione. L’analisi di Rosario Cerra

Terzi rilancia il coordinamento transatlantico contro le ingerenze cinesi

L’incontro tra il senatore Giulio Terzi di Sant’Agata e una delegazione di senior staffer del Congresso americano riporta al centro il tema delle interferenze cinesi in Europa e negli Stati Uniti. Dalle attività del Fronte unito alle stazioni di polizia clandestine, fino al modello Fara, la cooperazione transatlantica intende favorire la costruzione di una risposta comune e coordinata contro strategie di influenza, disinformazione e manipolazione cognitiva. “La Commissione speciale rappresenta una straordinaria fonte di analisi sulla molteplicità delle minacce poste dal Partito comunista cinese, sia in patria sia all’estero”, commenta Laura Harth su Formiche.net

(Indo) Pacifico in Italia. Cosa guardare nelle prossime settimane

Mentre Washington riporta in vita il “Pacific Command” e sembra rimettere in discussione il lessico dell’Indo-Pacifico, Roma intensifica i rapporti con India, Giappone, Corea del Sud e Sud-est asiatico. La geografia strategica della regione continua a esistere ben oltre le definizioni

Dopo la Camera, il Senato. Così il Congresso statunitense spinge Trump sui prezzi dei farmaci

Dopo la lettera dei deputati repubblicani, una nuova missiva – questa volta da parte dei senatori – rafforza la linea della Casa Bianca sulla Most favored nation

Dove va il mondo con l'IA. I tre dubbi di Goldman Sachs

L’Intelligenza Artificiale avanza, ormai, inesorabilmente. Ma restano da sciogliere alcuni nodi. Quanta energia servirà per alimentare i data center, quante professioni verranno spazzate via e chi metterà i soldi, oltre agli Stati

corea del nord kim putin

La propaganda del Cremlino in Europa non parla solo russo. L’opinione di Cristadoro

Di Nicola Cristadoro

La propaganda russa in Europa non si diffonde solo attraverso i canali di Mosca, ma si rafforza quando trova sponde politiche, mediatiche e culturali dentro l’Occidente. Il punto è che questa influenza agisce sempre più sul terreno emotivo, facendo leva su paure economiche, riflessi identitari e reazioni immediate, spesso con forme meno esplicite e più difficili da riconoscere. L’opinione del generale Nicola Cristadoro

La propaganda algoritmica è una delle grandi sfide per la tenuta delle democrazie. Parla Pirozzi (Iai)

Nicoletta Pirozzi richiama il ruolo centrale della Costituzione nell’era digitale e mette in guardia contro i rischi della propaganda algoritmica. La sfida, spiega la capo programma Europa dell’Iai, non è solo regolatoria: per difendere le democrazie serve anche rafforzare consapevolezza, spirito critico e alfabetizzazione civica dei cittadini

Non di solo passato vive il turismo. Cosa serve all'Italia secondo Airbnb

Lo Stivale ha un patrimonio culturale, artistico e gastronomico unico al mondo, ma la ricettività, soprattutto nei comuni più piccoli, non sempre è all’altezza della sfida di una domanda destinata a crescere ulteriormente nei prossimi anni. E così gli affitti brevi diventano la via maestra per sostenere i territori e le loro economie. I risultati del primo Osservatorio sul turismo diffuso presentato da Airbnb e Teha Group nella cornice di Villa Gregoriana, a Tivoli

Il caso El Money e la strategia del sabotaggio usa e getta

Il caso Lavrynovych riporta al centro dell’attenzione britannica l’impiego di giovani reclutati sui social per compiere incendi, ricognizioni e atti intimidatori. Secondo Reuters, Londra vede in questi episodi una forma crescente di guerra per procura, utile alla Russia, all’Iran e a reti criminali per colpire l’integrità Uk senza però esporsi direttamente

×

Iscriviti alla newsletter