Skip to main content

Pechino sta ricostruendo in Libia una presenza che aveva lasciato decadere per oltre un decennio, e lo sta facendo su più registri contemporaneamente — diplomatico, finanziario, commerciale — piuttosto che attraverso il singolo gesto visibile, una concessione portuale o un’impronta militare, che segnalerebbe in modo più immediato un rinnovato interesse strategico. È proprio questa sovrapposizione di livelli a essere significativa. Nessun passaggio preso singolarmente rappresenta una rottura con la consueta cautela cinese nel Nord Africa; messi in fila, descrivono però il tentativo di ricostruire i canali attraverso cui una relazione con Tripoli possa effettivamente funzionare, dopo anni in cui i rapporti formali sono sopravvissuti sulla carta mentre si atrofizzavano nella pratica.

Il filo diplomatico è il più leggibile. L’ambasciata cinese a Tripoli, chiusa dal 2014 per ragioni di sicurezza, ha ripreso le attività nel novembre 2025, e da allora l’ambasciatore Ma Xueyong ha condotto una serie di incontri con il Governo di unità nazionale che appare insolitamente sistematica per una missione riaperta da poco. L’ultimo colloquio con il ministro degli Esteri ad interim Taher al-Baour ha toccato infrastrutture, ricostruzione, energia, sanità e istruzione, insieme alla possibilità di coinvolgere più direttamente le imprese private cinesi nei programmi di sviluppo libici; contatti paralleli con il ministero dell’Interno hanno riguardato formazione, comunicazioni e sicurezza. Preso isolatamente, nulla di tutto questo è eccezionale. Un ambasciatore residente disposto a sostenere questo ritmo di incontri, in una capitale che Pechino aveva giudicato troppo pericolosa da presidiare per un decennio, è invece un dato diverso, e suggerisce che i funzionari cinesi considerino oggi possibile, e non solo auspicabile, costruire una presenza più strutturata.

La dimensione finanziaria si è mossa in parallelo, e si è spinta più avanti di quella diplomatica. A luglio, la Banca centrale della Libia e la People’s Bank of China hanno raggiunto un’intesa per collegare le banche commerciali libiche al Cross-Border Interbank Payment System (CHIPS), l’infrastruttura di regolamento che Pechino ha costruito per internazionalizzare il renminbi. I dettagli sono concreti, non simbolici: trasferimenti diretti verso la Cina per i piccoli operatori commerciali, lettere di credito aperte attraverso istituti cinesi, e una visita programmata di una delegazione bancaria libica per formalizzare l’accordo. Non si tratta di una “de-dollarizzazione” in senso proprio — la centralità del dollaro negli scambi e nelle riserve libiche non è minimamente in discussione — ma è comunque un’espansione tangibile dell’infrastruttura attraverso cui gli importatori libici possono bypassare del tutto gli intermediari bancari terzi: una forma di influenza assai meno visibile di un porto o di una base, e proprio per questo potenzialmente più duratura.

L’impegno commerciale si sta sviluppando a ridosso dell’architettura finanziaria. La China Petroleum Chamber of Commerce and Industry ha avviato un dialogo con l’Unione generale delle camere di commercio libiche sulla cooperazione in petrolio, gas ed energie rinnovabili, con una partecipazione già confermata a un forum energetico nella zona franca di Misurata a novembre. Un contatto commerciale di per sé ordinario; ma se accostato al collegamento CIPS e ai canali riaperti dall’ambasciata con i ministeri rilevanti per energia e ricostruzione, si legge come un ulteriore strato dello stesso schema — la diplomazia che apre l’accesso, la finanza che abbassa i costi di transazione, l’iniziativa settoriale che converte entrambe in flusso commerciale concreto.

La domanda più interessante è quanto peso politico porti davvero questa ricostruzione strutturale, e qui i fatti raccomandano prudenza più che allarme. Le ricerche del ChinaMed Project hanno descritto la postura di Pechino verso la Libia come una neutralità calcolata tra il governo riconosciuto Onu a Tripoli e l’Esercito nazionale libico di Khalifa Haftar a est — un’ambiguità che, semmai, si è ulteriormente accentuata negli ultimi due anni, mentre spedizioni di droni legate alla Cina e un accordo per caccia mediato dal Pakistan raggiungevano le forze di Haftar proprio mentre l’ambasciata si ristabiliva nella capitale. La riapertura della missione segnala una normalizzazione dei contatti, non una scommessa su quale fazione prevarrà, e la Cina continua a rifiutare le richieste di Tripoli di aiuto nello sblocco degli asset sovrani congelati o nell’aggiramento dell’embargo Onu sulle armi — la prova più chiara disponibile che Pechino non è ancora disposta a convertire l’accesso commerciale in impegno politico.

Misurata sull’Egitto, la scala di quanto sta accadendo in Libia risulta più chiara. Il Cairo occupa una posizione che Tripoli non può nemmeno avvicinare: il controllo del corridoio di Suez, un apparato diplomatico capace di ospitare una visita di Stato di Xi Jinping, una nuova capitale amministrativa costruita da imprese cinesi, un’infrastruttura cloud per l’intelligenza artificiale fornita da Huawei e, da ultimo, caccia cinesi J-16 in volo insieme a velivoli cisterna e da supporto per oltre 6.000 chilometri dalla base di partenza, nell’esercitazione “Eagles of Civilization 2026”. Questa combinazione dà all’Egitto una leva negoziale reale: l’Egitto non sta scegliendo un patrono quanto piuttosto assicurandosi che nessuno dei suoi partner diventi indispensabile, trasformando la presenza nella capacità di restare presenti. La Libia, frammentata tra Tripoli e l’est di Haftar e priva di uno snodo geografico o di un peso diplomatico paragonabili, non può giocare questa partita con la stessa sofisticazione; il Gnu non ha una posizione negoziale equivalente da cui estrarre concessioni simultanee da Washington, Bruxelles e Pechino. Ciò che la Libia offre alla Cina è piuttosto una prova generale a basso costo della stessa logica di fondo — capitale, infrastrutture e accesso finanziario forniti senza gli impegni d’alleanza che porta con sé Washington — applicata a uno Stato troppo debole e diviso per negoziare alle condizioni che Il Cairo può imporre.

Per l’Italia, i due casi indicano la stessa conclusione da direzioni diverse. In Egitto, Roma compete per la propria rilevanza contro un partner che coltiva attivamente più opzioni; in Libia, compete contro una presenza cinese che sta ancora costruendo i canali di base — diplomatici, finanziari, commerciali. Nessuno dei due casi mostra Pechino sostituirsi apertamente all’influenza italiana o occidentale. Entrambi mostrano però un’impronta cinese nel Mediterraneo che si consolida per accumulo infrastrutturale più che per confronto diretto, e in entrambi il compito strategico per Roma è meno contestare un singolo progetto che assicurarsi che la propria presenza resti, nella formula egiziana, la più difficile da sostituire.

Ecco come Pechino ricostruisce i suoi canali in Libia

La Cina sta ricostruendo la sua presenza in Libia attraverso canali diplomatici, finanziari e commerciali, riaprendo l’ambasciata a Tripoli e collegando le banche libiche al sistema di pagamento cinese. Sebbene Pechino mantenga una posizione neutrale tra le fazioni libiche, la sua crescente influenza economica potrebbe rappresentare una sfida per l’Italia, che deve assicurarsi di mantenere la propria rilevanza nel Paese

Trump manda a Kyiv Witkoff e Kushner. Si sblocca la guerra in Ucraina?

Attacchi in Germania, tensioni economiche in Russia, interessi cinesi, crisi di Hormuz ed elezioni europee: il conflitto ucraino entra in una fase complessa che rende più significativa la missione degli inviati Usa. Segnali che potrebbero favorire una nuova stagione diplomatica

Perché Meloni dura. Galli spiega il segreto del governo più longevo

Dalle opposizioni fragili alla capacità di governare senza strappi, passando per la gestione della maggioranza e il rapporto con l’elettorato. A quattro anni dall’insediamento, il politologo Carlo Galli spiega a Formiche.net perché la premier è riuscita a costruire il governo più longevo della Seconda Repubblica e quali rischi possono ancora insidiarne il percorso

La crisi dell’occupazione giovanile può frenare le ambizioni globali dell’India?

Di Alberto Cossu

L’India è tra le grandi economie a più rapida crescita, ma fatica a trasformare questa espansione in occupazione formale e qualificata per una popolazione giovane e sempre più istruita. Tra debolezza della manifattura ad alta intensità di lavoro, automazione, intelligenza artificiale e competizione per il pubblico impiego, il dividendo demografico rischia di diventare una vulnerabilità. Una sfida interna che condiziona anche le ambizioni globali di New Delhi. L’opinione di Alberto Cossu

Meloni da record. La lunga corsa social della premier raccontata da Giordano

Nei 1.413 giorni a Palazzo Chigi, Giorgia Meloni non solo ha guidato il governo più longevo della legislatura, ma ha anche rafforzato la propria leadership digitale: follower quadruplicati, engagement elevato e oltre 2 miliardi di visualizzazioni sui social. L’analisi di Domenico Giordano

Mosca prepara sabotaggi contro l’industria della Difesa. L'allarme della Danimarca

Il Pet, il servizio di sicurezza danese, parla di piani concreti contro aziende del settore militare e di tentativi di reclutare cittadini attraverso social network e piattaforme di gaming. Un metodo già osservato altrove in Europa, basato sull’impiego di intermediari difficili da ricondurre direttamente ai servizi. L’allarme arriva mentre cresce l’attenzione europea sulle attività russe sotto la soglia del conflitto aperto

fakenews

Disinformazione e guerra ibrida. Così l’Italia protegge il voto

Il direttore generale del Dis, Vittorio Rizzi, conferma l’esistenza di misure predisposte per tutelare la libertà del processo elettorale. Un’indicazione che non nasce nel vuoto: la Relazione 2026 dell’intelligence descrive da tempo uno spazio di competizione in cui cyber, disinformazione e operazioni cognitive possono incidere sulla fiducia e sulla capacità decisionale delle democrazie. Un terreno che Formiche.net segue e analizza da anni

 

Mercosur, le imprese italiane cercano nuovi mercati tra Brasile e Argentina

Oltre novanta aziende sono pronte a volare in Brasile e Argentina per tessere nuove tele commerciali e scordarsi dei guai provocati dalla concorrenza cinese in Europa. Tutti i dettagli e tutti i numeri

Xi al Cairo, nuovo spazio di manovra tra Cina e Occidente

La visita di Tajani al Cairo incrocia la crescente presenza cinese in uno dei nodi strategici dell’Indo-Mediterraneo. Tra commercio, tecnologia, infrastrutture e cooperazione militare, l’Egitto amplia le proprie opzioni mentre Italia e Cina si muovono sempre più nello stesso spazio

Vi spiego la guerra invisibile della Russia e le fragilità europee. Parla Coratella (Ecfr)

La guerra ibrida è già dentro la quotidianità europea e la Russia ha imparato ad adattare le proprie leve alle fragilità dei singoli Paesi. Teresa Coratella, associate director dell’European Council on Foreign Relations (Ecfr), avverte: cyberattacchi, disinformazione e sabotaggi sono solo alcuni degli strumenti di una strategia destinata a proseguire. E con le prossime elezioni alle porte, la vera vulnerabilità dell’Europa rischia di essere la sua stessa divisione

×

Iscriviti alla newsletter