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Tutti lo vogliono, ma ancora nessuno riesce a fare scala reale. Per il Canale di Panama e i suoi porti così strategici, il 2025 si chiude all’insegna dello stallo. Breve riassunto. Era il febbraio scorso quando si è aperta la partita per il controllo del Canale che collega Oceano Pacifico e Atlantico, i cui scali più strategici sono di proprietà del gruppo cinese Ck Hutchinson. Il quale ha raggiunto un accordo preliminare con il fondo americano BlackRock, il maggiore gestore del risparmio del mondo, per la vendita di 43 hub portuali sparsi per il mondo, inclusi i due scali agli estremi del canale. Tutto per una cifra intorno ai 43 miliardi di dollari.

Anatomia di un puzzle

Fosse un banale deal (nella cordata degli acquirenti c’è anche la svizzera-italiana Aponte), sarebbe finita lì. Ma non lo è. La questione ha il gusto nemmeno troppo vago della geoeconomia. Sì, perché le forze in campo sono tante, almeno tre e tutte con pesi diversi: da una parte la Cina e il suo colosso delle infrastrutture, dall’altra il più grande gestore di risparmio al mondo, che risponde al nome di Stati Uniti e, in mezzo, il governo panamense. In sintesi, da quando Ck Hutchinson è andata vicina al closing, Pechino ha fatto di tutto per sabotare l’intesa, peraltro fortemente sostenuta da Donald Trump che non vede l’ora di togliere dalle mani della Cina una delle infrastrutture marittime più strategiche al mondo, quasi al pari di Suez.

Non appena trapelata, sei mesi fa, la notizia dell’accordo preliminare tra Ck Hutchinson e BlackRock, a Pechino è infatti scattato l’allarme rosso. Prima una campagna stampa a mezzo organi del partito contro il gruppo cinese, poi l’entrata a gamba tesa dell’Antitrust cinese, sguinzagliata ad arte dal governo. Ma anche terzi incomodi, come per esempio la francese Cma Cgm, che in molti volevano della partita per il controllo dei due scali, fino a un altro colosso cinese, quella Cosco già proprietaria del Pireo, il porto di Atene. Pare che, infatti, per stemperare la tensione e sbloccare l’impasse (nel mentre sono entrate in partita anche le autorità panamensi che rivendicano la gestione e la supervisione del Canale) Ck avesse invitato a prendere parte alla cordata anche un investitore cinese, Cosco per l’appunto, per garantire un presidio del Dragone nel nuovo azionariato e tranquillizzare Pechino.

Il blitz di capodanno della Cina

Ma ecco il colpo di scena. Alla Cina non basta mantenere un piede dentro Panama, vuole la maggioranza del pacchetto. In altre parole, il Dragone non ha nessuna intenzione di permettere il passaggio di mano da Ck a BlackRock. E la testa di legno utile alla causa cinese è proprio Cosco. Ed è stato lo stesso gigante delle spedizioni statale cinese, naturalmente imbeccato da Pechino, a chiedere una quota di maggioranza nell’accordo per la cessione degli scali. Attenzione, la mossa potrebbe addirittura far saltare il banco.

Come rivelato dal Financial Times, infatti, più volte in questi giorni BlackRock e la Mediterranean Shipping Company della famiglia Aponte sono stati vicini ad abbandonare le trattative per i porti panamensi. E questo per un motivo molto semplice, la continua a insistente ingerenza cinese nei negoziati. Il fondo americano non sembra voler insomma uscire dalla partita con un ruolo di socio minoritario, con la maggioranza in mano a Cosco. La Cina continua a muovere le sue pedine, sabotando una possibile intesa finale tra Usa e Ck Hutchinson. Molto più di una vendita.

Bluff cinese su Panama. Ora il Dragone vuole tutto il Canale

Da quando la cessione dei due porti agli estremi del Canale dalla cinese Ck Hutchinson al fondo americano BlackRock è diventata uno scontro dal retrogusto geopolitico, Pechino le ha provate tutte pur di sabotare l’accordo. Ora la nuova pedina è Cosco, a cui la Cina vuole dare il controllo degli scali. E qualcuno rischia di perdere la pazienza

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