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L’espulsione di Ivan Petrovich Gorbachev e Mikhail Vasilyevich Astakhov, lo scorso 9 luglio, potrebbe aver mostrato soltanto la parte più visibile dell’apparato informativo russo presente in Italia. A sostenerlo è un’inchiesta del Riformista, firmata da Massimiliano Coccia, che ricostruisce nomi, incarichi e presunti ambiti operativi di alcuni funzionari russi accreditati nel nostro Paese.

Il punto di partenza non è controverso. Gorbachev e Astakhov, rispettivamente addetto e vice addetto navale dell’ambasciata russa a Roma, sono stati espulsi dal governo italiano dopo l’indagine che ha portato all’arresto di due ex appartenenti all’intelligence italiana, accusati di avere fornito informazioni riservate alla Russia. La Farnesina ha parlato ufficialmente di «attività illegali» individuate grazie a una segnalazione dell’Aisi e di condotte incompatibili con la Convenzione di Vienna.

È attorno a questo episodio che il Riformista, però, allarga l’inquadratura. Secondo la documentazione esaminata dal quotidiano, all’interno della rappresentanza russa opererebbero altri funzionari riconducibili ai diversi apparati di sicurezza di Mosca. L’inchiesta indica Igor Alexeyevich Anikeyev e Igor Albertovich Ovechkin, entrambi consiglieri d’ambasciata, come figure legate all’Fsb. Il loro interesse, secondo la ricostruzione, riguarderebbe soprattutto gli apparati italiani, le tecnologie militari e le infrastrutture collegate alla Nato. Si tratta, è bene precisarlo, di attribuzioni contenute nell’inchiesta giornalistica e non, allo stato, di identificazioni rese pubbliche dalle autorità italiane.

Un altro livello sarebbe quello della costruzione di relazioni. Anton Andreyevich Demin e Dmitry Yuryevich Morozenkov, rispettivamente secondo e terzo segretario dell’ambasciata secondo quanto riportato dal giornale, sarebbero riconducibili a Svr e Gru. L’attenzione sarebbe rivolta alle associazioni culturali russe, al mondo imprenditoriale e a interlocutori italiani potenzialmente in grado di offrire accesso a informazioni, reti professionali e ambienti istituzionali. Anche qui il discrimine è importante: la normale attività diplomatica passa inevitabilmente attraverso relazioni di questo tipo; ciò che interessa al controspionaggio è l’eventuale utilizzo di quei rapporti per finalità diverse da quelle dichiarate.

Più delicato è il capitolo relativo alle infrastrutture. Il Riformista riferisce di attività di raccolta informativa sulle vulnerabilità digitali e del possibile interesse per il reclutamento di cittadini dell’Europa orientale utilizzabili per operazioni clandestine o sabotaggi. Sono elementi che il quotidiano attribuisce alla propria documentazione e che non risultano, sulla base delle informazioni pubbliche disponibili, oggetto di analoghe comunicazioni ufficiali da parte del governo italiano. È proprio su questo terreno che la distinzione tra intelligence, preparazione operativa e semplice raccolta informativa diventa decisiva.

La ricostruzione arriva anche alla Santa Sede. Il nome indicato è quello di Konstantin Alexeyevich Nemudrov, attaché presso la rappresentanza russa in Vaticano e figlio di Alexey Nemudrov. Quest’ultimo era addetto navale e aeronautico dell’ambasciata russa a Roma e venne espulso dall’Italia nel 2021 dopo il caso Walter Biot, insieme a Dmitri Ostroukhov. Quella parte della vicenda è documentata: Nemudrov padre era uno dei due funzionari allontanati dopo l’arresto del capitano di fregata italiano, poi condannato per la cessione di documenti classificati.

Diverso è il giudizio sul figlio: secondo una fonte citata dal Riformista, avrebbe in parte proseguito l’attività del padre concentrandosi sulle dinamiche della Santa Sede, segnale che indica come il Vaticano rappresenti un osservatorio diplomatico di particolare valore, soprattutto per i contatti mantenuti dalla Santa Sede sul dossier ucraino e per il suo ruolo nelle iniziative umanitarie.

La questione, del resto, supera i singoli nomi. L’impiego della copertura diplomatica per attività di intelligence appartiene da tempo alla prassi dei servizi e costituisce uno dei terreni più complessi per il controspionaggio, proprio perché si muove nello spazio ambiguo garantito dalle funzioni ufficiali e dalle immunità. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, quell’equilibrio è diventato molto più fragile. Nell’aprile del 2022 l’Italia espulse trenta diplomatici russi per ragioni di sicurezza nazionale, nel quadro di una più ampia risposta europea alla presenza degli apparati di Mosca nelle rappresentanze diplomatiche del continente.

Quanto accaduto il 9 luglio 2026 aggiunge un elemento ulteriore. In questo caso non si è trattato di un provvedimento politico assunto nel contesto di un’iniziativa internazionale, ma dell’esito di un’attività di controspionaggio partita dall’Aisi e approdata a un’indagine giudiziaria. Un passaggio che ha portato le autorità italiane a indicare due funzionari dell’ambasciata russa e ad allontanarli dal Paese. Qui acquista peso la ricostruzione del Riformista. Se le attribuzioni contenute nell’inchiesta dovessero trovare ulteriori riscontri, il caso dei due addetti militari apparirebbe meno come un episodio isolato e più come l’emersione di un dispositivo informativo articolato su più livelli: istituzioni, difesa, tecnologia, reti economiche e ambienti diplomatici. Per Roma, dunque, la questione non riguarda soltanto quanti uomini dei servizi russi possano operare sotto copertura diplomatica, ma quali settori dello Stato e della società italiana siano oggi considerati da Mosca sufficientemente rilevanti da giustificare un investimento informativo continuativo.

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L’inchiesta del Riformista ricostruisce una presenza dell’intelligence russa in Italia che andrebbe oltre i due addetti militari espulsi a luglio. Difesa, tecnologia, relazioni economiche, infrastrutture e Vaticano sono gli ambiti indicati. Ma tra fatti accertati e informazioni attribuite alle fonti dell’inchiesta la distinzione resta essenziale

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