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C’è un riflesso quasi automatico nel dibattito europeo sulla competitività: di fronte al ritardo, la risposta è chiedere più risorse. Più investimenti, più fondi, più intervento pubblico. Il rapporto di Mario Draghi ha riacceso questa dinamica, ma ha anche messo in luce un rischio più sottile: che una diagnosi lucida venga tradotta in soluzioni rassicuranti, e proprio per questo inefficaci.

È su questa base che si fonda il webinar organizzato dall’European Centre for International Political Economy tenutosi il 18 marzo durante il quale, sotto la moderazione del direttore Oscar Guinea, si sono confrontate tra loro tre voci autorevoli del dibattito europeo: Judith Arnal, senior research fellow presso il Centre for European policy studies, Elcano e Fedea; Daniel Gros, director dell’Institute for European Policymaking presso l’Università Bocconi; e Fredrik Erixon, a sua volta direttore di Ecipe. Il punto di partenza è noto, un gap di investimenti stimato tra 1,2 e 1,3 trilioni di euro l’anno, ma il confronto ha rapidamente spostato l’attenzione oltre il dato, interrogando la qualità e la direzione di quegli investimenti.

A mettere in discussione la lettura più lineare è stato Gros, con un’osservazione che ribalta il senso comune. L’Europa, ha ricordato, non investe meno degli Stati Uniti. Negli ultimi due decenni, i livelli di investimento sono stati comparabili, talvolta persino superiori. Eppure, la crescita è rimasta più debole. “Se spingo più denaro nello stesso sistema, ottengo lo stesso risultato”. Il punto, dunque, non è la quantità di capitale, ma il modo in cui viene assorbito dal sistema economico.

È qui che il discorso si fa più strutturale. Arnal ha richiamato un elemento spesso trascurato nel dibattito pubblico: l’Europa non ha un problema di risparmio, anzi continua a esportarlo. Il vero nodo è la sua allocazione. Una quota significativa della ricchezza delle famiglie resta ancorata al real estate o immobilizzata nei depositi bancari, invece di alimentare investimenti produttivi. È il riflesso di un sistema finanziario ancora fortemente banco centrico, più efficiente nel sostenere attività tradizionali che nel finanziare l’innovazione.

Da qui la centralità del capitale di rischio. Senza strumenti capaci di accompagnare le imprese nelle fasi più incerte della crescita, l’Europa rischia di produrre innovazione senza trattenerne il valore. Le startup nascono, i brevetti si accumulano, ma il passaggio alla scala, quello decisivo, avviene spesso altrove, dove il capitale è più disponibile e il contesto più favorevole.

Questo squilibrio rimanda a un secondo livello del problema, che riguarda la struttura stessa dell’economia europea. Gros ha parlato esplicitamente di una trappola, quella delle tecnologie intermedie. L’Europa continua a investire prevalentemente in settori come automotive e manifattura avanzata, dove l’innovazione è incrementale e i tassi di crescita contenuti. Negli Stati Uniti, al contrario, una quota più ampia di risorse si dirige verso comparti ad alta tecnologia, caratterizzati da dinamiche molto più rapide.

Erixon ha dato concretezza a questa divergenza, indicando due ambiti emblematici, i servizi digitali e le biotecnologie. È qui che si concentra oggi il salto di produttività nelle economie avanzate, ed è qui che il ritardo europeo appare più evidente. Ma il punto, ha suggerito, non è solo settoriale. È anche, e soprattutto, ambientale, riguarda le condizioni in cui le imprese operano e prendono decisioni.

In questo senso, la regolazione diventa un fattore chiave. L’Unione europea ha costruito negli ultimi anni un impianto normativo ambizioso, in particolare nel digitale. Ma questa ambizione si traduce spesso in complessità, sovrapposizioni e incertezza applicativa. Non è solo una questione di quantità di regole, ma di qualità e coerenza. In un contesto tecnologico che evolve rapidamente, l’incertezza regolatoria può trasformarsi in un deterrente agli investimenti.

Il punto, emerso con chiarezza nel confronto, non è invocare meno regolazione, ma una regolazione diversa, più prevedibile, più uniforme, più attenta agli effetti sull’innovazione. Anche perché molte delle leve decisive restano nelle mani degli Stati membri. Come ha ricordato Arnal, immaginare che tutte le soluzioni possano arrivare da Bruxelles significa trascurare una parte sostanziale del problema.

Nel complesso, il dibattito restituisce un’immagine meno scontata della questione europea. Il rapporto Draghi ha colto nel segno nel descrivere le fragilità strutturali dell’economia continentale. Ma il rischio è che le risposte politiche si concentrino sugli strumenti più visibili, più spesa, più sostegno pubblico, più protezione, senza intervenire sui meccanismi profondi.

La sfida, in fondo, è tutta qui, non aumentare semplicemente il volume delle risorse, ma modificarne la traiettoria. Spostarle verso l’innovazione, verso la crescita dimensionale, verso quei settori che definiranno i prossimi equilibri economici. In caso contrario, l’Europa rischia di restare intrappolata in un paradosso sempre più evidente, muoversi molto, ma senza riuscire ad andare davvero lontano.

Draghi indica la strada ma l’Europa guarda altrove. Report Ecipe

Il dibattito sul rapporto Draghi continua a concentrarsi sulle risorse da mobilitare, ma il vero nodo è altrove. Tra allocazione inefficiente del capitale, trappola delle tecnologie intermedie e regolazione complessa, il problema europeo appare più strutturale che finanziario

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