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Nessuno può negare che, ancora oggi, la Cina detenga il monopolio delle terre rare. Tra raffinazione ed estrazione dei minerali, il Dragone vanta una quota che oscilla tra il 70 e il 90% del mercato globale delle materie prime strategiche. Certo, il vento sta cambiando. Gli Stati Uniti si stanno lentamente sganciando dalle catene cinesi e lo stesso, seppur in modo un po’ più goffo, sta facendo l’Europa. E il Brasile, secondo Paese al mondo per giacimenti di terre rare, è la nuova terra di frontiera. Ma la Cina è e rimane comunque l’ingrosso mondiale. C’è però un buco nero nella gigantesca industria cinese. Un buco nero che risponde al nome di brevetto.

Il problema è stato sollevato dai ricercatori dell’Accademia cinese per le scienze, la cui rivista ufficiale, meglio conosciuta come bollettino, racconta come  la Cina “non è in una posizione di leadership nel padroneggiare le tecnologie chiave in determinati settori, in quanto i brevetti chiave alla base dei materiali funzionali avanzati a base di terre rare rimangono in gran parte controllati da Giappone e Stati Uniti”. In sostanza, è la tesi di fondo, il grosso dei brevetti che popolano il mercato delle terre rare, specialmente quelli legati ai minerali di alta qualità, non sono cinesi, bensì di Paesi che con il Dragone non hanno proprio una grande sintonia.

“Nel settore dei magneti permanenti, il Giappone ha mantenuto un vantaggio tecnologico complessivo nella maggior parte dei brevetti chiave. La Cina è risultata superiore ai concorrenti solo in diverse tecnologie relative alle leghe, pur rimanendo indietro rispetto a Tokyo e Stati Uniti nei materiali per magneti permanenti, nella lavorazione delle polveri metalliche, nelle leghe a base di cobalto, nei metodi di sinterizzazione e nelle tecnologie dei nuclei dei rotori”, si legge nello studio. “Il divario era ancora più marcato nel settore dei materiali catalitici, dove gli Stati Uniti erano in testa praticamente in tutte le tecnologie chiave individuate, mentre la Cina non mostra un vantaggio evidente rispetto agli altri principali concorrenti”.

Insomma, “la Cina fornisce oltre il 70% dei prodotti a base di terre rare a livello mondiale, ma il suo sistema brevettuale internazionale rimane insufficiente e la quota di brevetti di alto valore è relativamente bassa”. Motivo per il quale i risultati suggeriscono che il predominio nelle materie prime non si traduce automaticamente in leadership nelle tecnologie che creano i prodotti di maggior valore. Tradotto, alcuni Paesi hanno oggi una netta supremazia rispetto a Pechino, con la possibilità di lavorare al meglio alcuni minerali, sviluppandone potenzialità che il Dragone può solo immaginare. E questo vale, soprattutto, per la Cina.

La Cina inciampa sui brevetti e mostra crepe nella partita sulle terre rare. Ecco perché

Se è vero che il Dragone è pressoché monopolista nella raffinazione e nell’estrazione di minerali strategici, il grosso dei brevetti che tengono in piedi il mercato delle materie prime è appannaggio di Stati Uniti e Giappone. Un vantaggio non da poco

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