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Il neo-governo britannico guidato da Boris Johnson aveva soltanto un seggio di vantaggio rispetto alle opposizioni, ma da poche ore non ce l’ha più. L’esecutivo del Regno Unito è attualmente senza maggioranza parlamentare, perché il conservatore Phillip Lee è passato ai LibDem. La riapertura dei lavori dell’assemblea dopo la pausa estiva e a seguito della “prorogation” (la sospensione dei lavori accordata dalla regina la scorsa settimana) è iniziata col botto, mentre alcune votazioni importanti sono previste in questi giorni.

Già stasera. Le opposizioni e alcuni ribelli Tory proveranno ad approvare una legge per obbligare il governo a chiedere all’Ue un altro, ulteriore rinvio alla data di Brexit, fissata al 31 ottobre. E vogliono, oggi, fare in modo che i tempi per la discussione e l’approvazione della legge possano essere dettati dal parlamento e non dal governo, così da poterla portare in aula già domani.

Il premier Johnson ha già detto di essere contrario, di voler guidare il Paese fuori dall’Unione entro il 31 ottobre anche a costo di non chiudere nessun accordo con Bruxelles. Ossia lo scenario “no-deal”, ragion per cui ha richiesto legittimamente il blocco del lavoro dei parlamentari: evitare ritardi e prolungamenti. Il parlamento sarà chiuso dal 13 settembre al 13 ottobre, il 17 ottobre ci sarà l’ultimo Consiglio europeo prima della Brexit, gli spazi di manovra delle opposizioni sono strettissimi, per questo nel giro di poche ore sono calendarizzati appuntamenti importanti.

Johnson ha già fatto sapere di essere disposto a convocare nuove elezioni in caso in cui finisca sotto in parlamento sulla questione, ma pare che i laburisti di Jeremy Corbyn vogliano in questo momento la legge anti-no-deal, piuttosto che andare al voto (sebbene Corbyn abbia, come spesso già successo, una linea non chiara: in un comunicato ha fatto capire di volere entrambi gli scenari).

D’altronde l’uscita e il no-deal, ossia l’approccio cosiddetto “hard Brexit”, il pugno duro per portare il negoziato sotto stress, è stato un marker della sua azione politica, quella che l’ha portato al ruolo di leadership del partito dopo le dimissioni di Theresa May e quello che gli ha fatto incontrare i pieni consensi del presidente americano Donald Trump.

Da notare che sostanzialmente il punto è capovolto: il pallino è in mano all’Unione europea, che ha concesso più volte di far slittare la data dell’uscita britannica per permettere a Londra di votare un piano di accordo per il futuro. Ora queste deroghe sembrano essere finite e sebbene il Parlamento inglese possa votare una legge per imporre al governo nuovi negoziati, non è detto che Bruxelles accetti.

Il gruppo dei conservatori ribelli, una quindicina, è determinante. È guidato da Philip Hammond, un esponente del Partito Conservatore molto forte ed ex Cancelliere dello Scacchiere. Johnson ha avuto incontri con loro, ma a quanto pare non ci sono evoluzioni. Sono convinti che il no-deal non sia una strada perseguibile e per questo sono disposti a votare una legge che chieda all’Ue una proroga.

Il faccia a faccia tra Hammond e Johnson di stamane è andato piuttosto male. Il primo sarebbe uscito furioso dalla riunione accusando il governo di avere una sola strategia sulla Brexit: aspettare il 31 ottobre e tirare fuori il Regno Unito dall’Europa senza un accordo. L’altro ha già minacciato di espellere i ribelli dal partito.

Johnson parla di “momento positivo” nei negoziati, ma funzionari dell’Ue da settimane dicono che tutto è in stallo, fermo ai termini concordati con i rappresentanti dell’esecutivo May: un programma già bocciato tre volte dal parlamento inglese, che aveva portato la premier alla resa, con le dimissioni. Da notare che quello raggiunto con May è stato l’unico genere di accordo disponibile dalla data del referendum, giugno del 2017. A quanto noto finora, Bruxelles non ha intenzione di riaprire i negoziati.

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