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Riusciranno i nuovi piani individuali di risparmio a sostenere l’economia investendo il denaro degli italiani? Sotto il profilo squisitamente tecnico la risposta è sì. Anzi ni. L’idea di incentivare forme di risparmio che investano sul tessuto produttivo del Paese sostituendo in parte il credito bancario è in linea con le necessità del sistema economico nazionale. Ma, dopo lo shock provocato dalle recenti crisi bancarie, i risparmiatori si fidano poco delle novità. Soprattutto poi se anche Bankitalia rileva “rischi” nella nuova versione dei Piani individuali di risparmio (Pir2). Quelli cioè che, sulla base del decreto 30 aprile 2019, avranno il vincolo di investire 3,5% delle somme raccolte fra i risparmiatori in piccole e medie imprese quotate sul listino Aim e un altro 3,5% in venture capital, e che inoltre, sulla falsariga della precedente versione, dovranno puntare il 70% del capitale in strumenti finanziari emessi da aziende italiane o europee con struttura stabilmente presente nel Paese.

L’OBIETTIVO DEL LEGISLATORE

Con i Pir2 il legislatore ha voluto fortemente invogliare i risparmiatori ad investire in aziende italiane, quotate e non quotate, piccole e medie imprese e persino start-up. In cambio, mantenendo 5 anni l’investimento, ha concesso ai risparmiatori la detassazione di eventuali profitti. In questo modo, l’esecutivo sta tentando di risolvere uno spinoso problema: finanziare le imprese rendendole meno dipendenti dal settore bancario. Soprattutto perché il sistema creditizio è ancora debole, e, nonostante i tassi d’interesse bassi, le banche sempre meno alle aziende (-5% nel 2018, Dati Unimpresa). Per non parlare del fatto che sullo fondo c’è il rischio di un nuovo credit crunch con effetti negativi sull’economia reale. Basti pensare che, come riferisce la Banca d’Italia, le imprese italiane, soprattutto le più piccole, sono dipendenti dal sistema creditizio nazionale con un’incidenza dei prestiti bancari del 66% sul totale dei debiti finanziari. Il dato è tanto più rilevante se si paragona con la media europea (50%), con gli Stati Uniti (40%) o con il Regno Unito (40%).

Inoltre sono ancora troppo poche le imprese che decidono di quotarsi a Piazza Affari che ha il valore di mercato più basso del Vecchio continente: “La capitalizzazione della nostra Borsa è appena il 35,7% del Pil contro il 61,5% della Germania, il 67,8% della Spagna e il 106,5% della Francia – ricorda una recente nota di Sergio Zocchi, amministratore delegato di October Italia, piattaforma online di finanziamento alle imprese senza intermediazione bancaria -. Se consideriamo le società non finanziarie, siamo al 25% del Pil contro il 60% tedesco, il 70% di Francia e Gran Bretagna e addirittura il 125% degli Stati Uniti: appena 632 miliardi di euro di cui solo cui il 10% destinati alle 310 pmi. Anche l’incidenza dei debiti di mercato, ossia delle obbligazioni, rimane ben al di sotto della media europea. Il nostro Paese, infatti, si attesta su 144 miliardi di euro, pari al 16% del totale dei debiti esterni delle imprese, percentuale in linea con quella della Germania ma inferiore alla media Ue (23%) e soprattutto alla Francia (37%), come confermano i dati Bnl”.

COME NASCONO I PIR

Di qui i motivi che hanno spinto il governo Gentiloni a lanciare i Pir e l’attuale esecutivo ad ampliarne la portata aggiungendo, nel decreto crescita, agevolazioni fiscali anche per i fondi Eltif, strumenti di investimento simili ai Pir, ma con una maggiore diversificazione e decorrelazione rispetto ai mercati. Finora il meccanismo dei Pir ha funzionato bene raggiungendo ben 11 miliardi di raccolta nel 2017 cui se ne sono aggiunti altri 4 nell’anno successivo. Ora però, con le nuove regole dei Pir2, le cose sono cambiate: si stima che nel 2019 la raccolta non raggiungerà il miliardo. Alla base di questa improvvisa battuta d’arresto c’è la lunga gestazione delle regole dei Pir2 con un diffuso clima di incertezza. Ma non solo. C’è anche la decisione del legislatore di destinare parte degli investimenti a venture capital e start-up, tema che preoccupa i risparmiatori per via di un maggior rischio correlato a queste categorie di asset. Con il risultato che il governo rischia di mancare l’obiettivo finale di incentivare la diversificazione delle fondi di finanziamento delle pmi italiane. A meno che l’esecutivo non opti per un progetto di più ampio respiro finalizzato a ricostituire la fiducia dei risparmiatori. Un piano decisamente ambizioso che passa non tanto per l’educazione finanziaria quanto per una governance trasparente, un sistema di controlli più efficace ed immediato e la certezza delle pene per chi “tosa” il parco buoi dei risparmiatori. In poche parole, un progetto che metta le fondamenta per un modello più anglosassone.

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