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Se si confrontasse il discorso con cui il presidente Xi Jinping incalzò i leader presenti alla prima conferenza internazionale sulla Belt & Road due anni fa con quello tenuto sempre dal capo di stato cinese ieri, si resterebbe stupiti dal cambio di tono.

Nel 2017, la retorica trionfalistica celebrava il progetto con cui la Cina si stava lanciando a cavallo dell’Eurasia, ossia di mezzo mondo, un piano infrastrutturale dall’enorme peso geopolitico, come “il progetto del secolo”. Ieri, invece Xi ha incentrato la sua presentazione del forum di Pechino – durata un quarto d’ora in meno della precedente, aspetto che per il passo protocollare con cui i cinesi gestiscono le proprie esposizioni pubbliche ha un valore – sulla difensiva.

Il Dragone ha un problema di immagine: la Belt & Road Initiative, Bri, ha subito in questi due anni (in cui l’applicazione è venuta alla luce) attacchi di ogni genere perché viene considerata un proxy con cui la Cina diffonde, attraverso la trappola del debito e dei ricatti politici, la propria influenza. E il travagliato processo d’adesione italiana al progetto – primo paese del G7 – ha attirato ancora più riflettori, anche perché s’è portato dietro le critiche esplicite (seguite alle martellanti pressioni) statunitensi.

Costruiremo un “futuro condiviso”, ha detto Xi che domani vedrà brevemente il premier italiano Giuseppe Conte cui spetta un posto di riguardo tra i 37 leader del forum e i quasi cinquemila delegati internazionali. perché guida il paese che ha dato peso politico all’iniziativa cinese con la propria adesione.

A Conte, dicono fonti dal posto, è stato riservata una sedia d’onore durante cena dei capi di Stato e di governo di ieri sera: il posto a fianco al premier cinese Li Keqiang con cui avrà un faccia a faccia domenica (e durante la serata di gala, Conte avrebbe intrattenuto una breve conversazione riservata con il russo Vladimir Putin ospite d’eccezione dell’evento, simbolo dell’avvicinamento sino-russo, che a luglio sarà in visita a Roma).

Faremo tutto “con trasparenza, con tolleranza zero verso la corruzione”, seguendo “standard finanziari internazionali di alta qualità”. La sottolineatura sul lato corruzione, la prosecuzione sul fronte della Nuova Via della Seta di una retorica propagandistica molto diffusa a Pechino, segno distintivo della presidenza Xi, che ha portato a passi forti, simbolici, come l’arresto dell’ex direttore dell’Interpol cinese accusato di essere un corrotto.

Lo “sviluppo [sarà] coordinato” ha detto Xi che difficilmente in questa fase – con alcuni paesi che hanno iniziato a rivedere i termini della propria partecipazione alla Bri per via del conto da pagare – poteva dire altrimenti. Poi ha assicurato che il ministero delle Finanze cinese si occuperà di fare uno screening preventivo della situazione economica dei vari paesi prima di procedere con gli investimenti.

Era una “necessità”, scrive secco il Financial Times. Non sfugge agli osservatori la dimensione difensiva, simil-vittimistica, della propaganda di Xi. Il tono dimesso, quasi soporifero dicono in forma discreta i presenti, è servito a mostrare il Dragone mansueto riguardo al grande piano.

“Come avrebbe potuto dire altrimenti? È stato bombardato dagli Stati Uniti, è sotto pressione, ma contemporaneamente deve continuare a vendere il suo prodotto a più clienti possibile. Se crescono le preoccupazioni, gli stati potrebbero iniziare a ripensare sulle adesioni. Le rassicurazioni, in questa fase, sono funzionali al progetto”, ci dice un osservatore da Pechino in forma riservata.

Ciliegina finale è stata la sottolineatura della sostenibilità ambientale del progetto infrastrutturale, connessioni pulite, perché il tema del verde è inattaccabile – e serve anche a rassicurare l’Unione europea e una buona fetta di Comunità internazionale che ha subito l’uscita americana dal grande protocollo di Parigi. Una piccola, indiretta, stilettata a Washington centro delle posizioni anti-Bri.

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