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Il pressing diplomatico che il premier italiano Giuseppe Conte sta compiendo nei confronti degli Stati Uniti nel tentativo di coinvolgerli sul dossier libico – che ogni ora che passa s’aggrava, visto che via via aumenta la violenze dell’aggressione ordinata contro il progetto onusiano insediato a Tripoli da parte del signore della guerra dell’Est, Khalifa Haftar – potrebbe aver trovato un ostacolo: il conto. Oppure uno sblocco.

Secondo la Stampa, ieri il premier Conte – che s’è auto-intestato la gestione del dossier libico insieme ai servizi, per evitare confusioni e sovrapposizioni – ha telefonato a Donald Trump per chiedere aiuta sulla Libia, e l’americano ha risposto con un ok, ci siamo, ma a patto che voi riconosciate la leadership venezuelana a Juan Guaidó, l’autoproclamato presidente che sta cercando faticosamente di rovesciare il deleterio regime chavista di Nicolas Maduro.

L’amministrazione Trump ha dimostrato in diverse occasioni (sia con i partner che con i rivali) di essere particolarmente vocata a una gestione delle pratiche di politica estera con un’ottica da dealer: ossia, nel complessivo riequilibrio e ribilanciamento che Washington sta cercando per il suo impegno worldwide, a ogni concessione deve corrispondere un riconoscimento. La forma è l’impegno reciproco, come in un accordo.

La richiesta di Trump è contingentata – per certi versi annunciata dal senatore Lindesy Graham in un’intervista al CorSera giorni fa (in quel caso il terreno di scambio per la Libia era un impegno in Siria, ma anche su altri dossier di politica internazionale). La Casa Bianca chiede all’Italia di fare quello che finora non ha fatto, cercando un indeciso equilibrismo senza nessun genere di interesse, e marcando un’altra distanza abissale con gli allineamenti storici: quello lega-grillino di Roma è stato uno dei pochissimi governi Ue, e Nato, a non riconoscere Guaidó.

Trump, secondo le fonti citate dal giornale torinese, avrebbe garantito massima partecipazione sulla Libia – dove l’Italia ha interessi diretti di carattere strategico, per questo vuol risolvere la crisi e lanciare con forza la stabilizzazione del paese. Però il presidente americano avrebbe spiegato a Conte che la complementarietà su certe questioni esiste eccome: insomma, non si può pretendere aiuto da Washington e contemporaneamente sparare arringhe propagandistiche contro gli Stati Uniti – per esempio, due mesi fa, uno dei totem grillini, Alessandro Di Battista, a proposito della sua, e del suo partito, contrarietà al riconoscimento di Gauidó, disse che “l’Europa avrà un futuro se si sgancerà dagli americani”.

Ora Conte avrebbe la strada dettata: una presa di posizione statunitense sulla Libia potrebbe essere effettivamente un game changer, perché la mossa di Haftar ha pochi sponsor, e due dei principali – Emirati Arabi e in modo più sfumato Arabia Saudita – sono stretti alleati americani, che tutto vogliono in questo momento fuorché innervosire Washington. E perché, uno sbilanciamento di Trump sull’Italia potrebbe bloccare la competizione intra-Ue innescata con la Francia. Il conto che gli americani presentato a Roma è riconoscere la rivoluzione democratica venezuelana come legittima: un dossier su cui Trump e la sua amministrazione hanno investito molto capitale politico. (“Ormai nessun pasto è gratis”, la ricordo sempre questa perfetta fotografia che mi fece una fonte diplomatica descrivendo i rapporti con l’amministrazione Trump. Ndr).

Nei giorni scorsi, anticipando la richiesta diretta di Trump (forse sotto qualche suggerimenti discreto passato dalle ambasciate) Conte ha inviato il suo consigliere diplomatico, Pietro Benassi, a Caracas. Là il messo del premier italiano ha incontrato Gauidó in una mossa che era sembrata a sorpresa (finora Roma non s’era sbilanciata, come detto), ma che con le rivelazioni del contenuto della telefonata di cui parlano i giornalisti Francesca Paci e Ilario Lombardo sembra più chiara.

Trump avrebbe fissato un nuovo appuntamento telefonico tra una settimana per decidere con Roma una roadmap sulla Libia che a questo punto però va intersecata con la situazione sul campo. Le forze di Haftar martellano Tripoli, cercano di sfondare; i gruppi a difesa della capitale arrivati anche da Misurata non arretrato. Prima di negoziare qualsiasi cosa, i difensori di Tripoli vogliono il recupero dello “status quo ante”, che è anche la terminologia usata dal dipartimento di Stato in un comunicato di una decina di giorni fa: ossia significa chiedere ad Haftar di arretrare fino alle posizioni in cui si trovava prima dell’offensiva, considerando dunque nulle le (seppur poche) conquiste ottenute fin qui con l’aggressione. Il generale per il momento non vuole sentirne parlare.

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