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Dovremmo guardare di più a ciò che accade lassù, al Nord estremo. Perché fra i ghiacci artici che si stanno sciogliendo si stanno delineando nuove rotte commerciali assolutamente inedite che metteranno in relazione – e lo stanno già facendo – paesi finora lontanissimi. La Norvegia e la Cina, per esempio. Chi avrebbe mai pensato fino a un ventennio fa che una sperduta cittadina norvegese avrebbe dedicato un festival di cinque giorni al tema “La Cina più settentrionale del mondo”?

Proprio negli stessi giorni, in Norvegia si scatenava una polemica furiosa sui rischi di spionaggio rappresentati dalla Cina per il paese nord europeo, prendendo a pretesto il probabile ingresso nel 5G norvegese della Huawei cinese, operatore primario della digital silk road cinese. Peraltro il primo operatore norvegese di telefonia, Telenor, ha rapporti contrattuale con la Huawei sin dal 2009. E anche qui, abbiamo già visto quanto pesi l’Artico nella singolar tenzone che molte potenze stanno disputando per l’egemonia digitale.

Proprio nell’ottobre scorso i reali norvegesi, con seguito governativo, sono andati a trovare il presidente cinese Xi a Pechino, e pure se con qualche imbarazzo – le differenze culturali sono più persistenti dei ghiacci artici, evidentemente – la visita ha segnato un progresso importante nel rapporto bilaterale. Giocoforza chiedersi quale sia la ragione di questa improvvisa passione che ha rapito vicendevolmente i freddi vichinghi e gli enigmatici mandarini. Il commercio, certo. Ma c’è altro?

Un primo indizio di risposta lo possiamo trovare scorrendo un bell’intervento di Oystein Olsen, governatore della banca centrale norvegese che ci offre alcune informazioni molto interessanti sulla Norvegia e sulla Cina, che lette insieme alle cronache consentono di intravedere la fisionomia del puzzle.

Quel che bisogna sapere della Norvegia ha il pregio di entrare in una frase incastonata nell’intervento del governatore norvegese: “Abbiamo bisogno degli altri paesi più di quanto gli altri paesi ne abbiano di noi”. La Norvegia, infatti, è un’economia aperta che esporta molto, ma poche cose, e quindi ne importa altrettante, ma di diverso tipo.

Dal canto suo la Cina notoriamente esporta tante cose, ma soprattutto esporta moltissimi beni di tecnologia avanzata. Chi pensa che i cinesi esportino ancora solo cianfrusaglie ha perso il treno della storia.

E la Norvegia, pur avendo l’Ue come partner principale, ha una quota rilevante delle sue importazioni di provenienza cinese.

Quindi il commercio è di sicuro un potente incentivo allo sviluppo delle relazioni bilaterali. E abbiamo già visto che questo include anche partnership in settori strategici come le telecomunicazioni. Ma guardando più a fondo, possiamo provare a scorgere altre motivazioni, che hanno più a che fare con le vocazioni, presenti e soprattutto future, della Norvegia.

Negli ultimi cinquant’anni il paese ha potuto contare sulle materie prime energetiche come solido fondamento della sua economia. “I ricavi da questa industria hanno migliorato il benessere dei cittadini di oggi e di domani”, dice il governatore. Peraltro il settore è alle prese con una interessante trasformazione che questo grafico riassume egregiamente.

“Ma – avverte il nostro banchiere – dobbiamo essere preparati per quando l’industria non si espanderà più e inizierà a declinare. Avremo bisogno di crescere in altri settori”. Obiettivo ambizioso. Ma alcune classi dirigenti riescono persino a fare programmazioni di lungo termine. Incredibile vero?

“Le imprese devono guidare il cambiamento strutturale e l’innovazione, ma le autorità possono fornire condizioni operative favorevoli per promuovere un settore imprenditoriale innovativo e sostenibile”. E la Norvegia, fin da tempi non sospetti, ha dimostrato di essere in grado di riuscirci. “La storia – sottolinea – ha dimostrato che le imprese e l’industria norvegesi hanno una forte capacità di adattamento. Molti degli odierni operatori petroliferi hanno avuto una lunga storia in altri settori prima di entrare nel settore energetico. Un primo esempio è l’industria della costruzione navale, che negli anni ’70 ha subito un forte calo della domanda di navi. L’industria aveva risorse e abilità che potrebbero essere ri-orientate alla produzione di piattaforme e altri input”. Soprattutto, la Norvegia ha un asset che il tempo, a differenza del petrolio, non consuma: la posizione geografica. Ecco dove si trova Kirkenes, la cittadina sul mare di Barents che ha festeggiato la Cina.

Una posizione invidiabile. Vicino sia al confine russo che a quello finlandese, un altro paese che di recente ha visto fiorire una corrispondenza di amorosi sensicon la Cina che trova il suo viatico proprio nello sviluppo di piattaforme logistiche.

Norvegia e Finlandia insieme sono un’ottima porta d’ingresso del commercio cinese in Europa. La Norvegia dal mare, che potrebbe tornare ad essere l’autentica vocazione di questo paese, la Finlandia via terra. Peraltro nella seconda metà di quest’anno la Finlandia sarà di turno nella presidenza Ue e il primo ministro finlandese, in visita a Pechino nel gennaio scorso, ha dichiarato che approfitterà di questa occasione per provare a rafforzare i legami fra Europa e Cina. Il commercio, quindi, genera, come sempre ha fatto nella storia, legami politici che sono vitali per tutte le economie, come quella norvegese o cinese, che vivono degli scambi con l’estero.

La penetrazione commerciale cinese in Europa, quindi,potrà avvenire da sud, lungo i porti greci e spagnoli, per cominciare, e da nord, lungo le rotte artiche, tramite il corridoio scandinavo, somigliando così a una confortevole tenaglia. I problemi non sorgono mai quando la tenaglia avvolge. Ma quando stringe.

Twitter: @maitre_a_panZer

Il ponte scandinavo che unisce la Cina all'Europa

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