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È morto Richard Gardner. È stato ambasciatore degli Usa in Italia sotto la presidenza del democratico Jimmy Carter, dal 1977 al 1981. È stato un diplomatico che avuto un ruolo cruciale in anni difficili, quelli delle Brigate Rosse e del sequestro Moro, della crisi economica e del Pci che avanzava. Soprattutto, rispetto al rapimento dello statista democristiano ha svolto azioni riservatissime per conto dell’Amministrazione americana.

Nel gennaio 1978 l’ambasciatore americano vedeva male la situazione politica italiana dopo la caduta del terzo governo Andreotti. Il timore dell’amministrazione statunitense emerge dal contenuto di una serie di documenti da custodita negli archivi segreti del Foreign Office britannico.

In quei giorni anche Aldo Moro aveva capito che il rapporto con gli americani si era fatto difficile. Infatti, il presidente del consiglio nazionale della Dc nel mese di gennaio scrisse un articolo per il Giorno che, però, non fu mai pubblicato per “motivi di opportunità”. Nel “pezzo” si faceva riferimento allo scenario che si stava determinando in Europa, cioè alla possibilità dell’ingresso dei comunisti nel governo italiano, insieme alla forte presenza della sinistra in Portogallo, al ritorno della democrazia in Spagna, all’eventualità del formarsi di una maggioranza di sinistra in Francia.

Moro nel suo articolo interpretò le dichiarazioni ufficiali e quelle apparse sulla stampa come rivolte non tanto all’Italia, “lo Stato amico”, quanto all’Unione sovietica che definì “uno Stato terzo nel quadro di equilibri di potenza”. Negli atti resi pubblici dal National Archive inglese si raccontano le ansie e i retroscena sia dell’amministrazione americana che di quella britannica. Furono proprio gli Usa a esser presi dal panico dopo la crisi del terzo governo Andreotti.

(RICHARD GARDNER NELLE FOTO DI UMBERTO PIZZI)

Le relazioni tra Italia e Stati Uniti si fecero critiche tra il 12 e il 16 gennaio. Il 12 gennaio il dipartimento di Stato Usa, dopo aver richiamato a Washington l’ambasciatore Gardner, comunicò che l’atteggiamento del governo statunitense nei confronti dei partiti comunisti dell’Europa occidentale, compreso quello italiano, “non era in alcun modo mutato” e ammonì i “leader” democratici al dovere di “dimostrare fermezza nel resistere alle tentazioni di trovare soluzioni tra le forze non democratiche”.

Il 14 gennaio il presidente del consiglio Andreotti partecipò ad una riunione con i presidenti dei gruppi parlamentari di Dc, Pci, Psi, Psdi, Pri, Pli e prese atto che la maggioranza della “non sfiducia” era venuta meno. Il 16 gennaio il governo Andreotti si dimise e cominciarono le trattative per formare una maggioranza programmatica comprendente anche il Pci. Al termine delle consultazioni, il presidente della repubblica Giovanni Leone incaricò lo stesso Andreotti di formare un nuovo governo. Nell’articolo, mai andato in stampa, Moro precisò: “A noi tocca decidere, sulla base della nostra conoscenza, in piena autonomia, ma con grande equilibrio e senso della responsabilità”.

Riferendosi ai giudizi espressi dagli americani, il politico democristiano partì da considerazioni assai pacate: “È comprensibile e giusto, si osserva, che un paese indichi ad un altro, amico ed alleato, proprio in considerazione del particolare vincolo che li unisce, i pericoli che vede emergere all’orizzonte e le conseguenze che, in determinate circostanze, possono verificarsi. Queste valutazioni, in quanto riguardino l’opinione pubblica in generale e si esprimano per canali appropriati, sono ineccepibili”. Subito dopo obiettò: “Le cose sono un po’ diverse, se le valutazioni siano formulate in sede di governo (o dietro sigle trasparenti) e fatte conoscere senza vincolo di discrezione. In tal caso fattori esterni incidono in un dibattito in corso nelle sedi competenti ed influenzano, o almeno c’è sospetto, che influenzino le decisioni. In queste circostanze la non interferenza si risolve nella rinuncia a porre concreti impedimenti; del tutto naturale, del resto, in una grande potenza che è anche una grande democrazia. Siffatti giudizi dunque potrebbero turbare ed impacciare i sinceri amici dell’America, i quali sono tanti, forse più che non si pensi, nel nostro Paese. Di più, il rendere pubblici dei punti di vista, perché se ne tenga conto, non solo genera disagio, ma obiettivamente limita la libertà di manovra politica, della quale l’altrui valutazione finirebbe per apparire la ragione esclusiva o prevalente”.

(RICHARD GARDNER NELLE FOTO DI UMBERTO PIZZI)

Moro interpretò il monito Usa come rivolto all’antagonista sovietico: “Si può immaginare allora che, per un canale improprio, il destinatario sia, più che il governo o l’opinione pubblica del Paese amico, uno Stato terzo nel quadro di equilibri di potenza, ovviamente non solo militari, ma politici, da preservare a livello mondiale. E questa è una cosa che sarebbe da ingenui non comprendere, prima perché è un dato della realtà (e fuori dalla realtà non si fa politica), poi perché un assetto bilanciato è un fattore di pace, certo non sufficiente, ma essenziale”. Infine, il presidente Dc sottolineò il nesso tra questione comunista e quella nazionale: “Riscontriamo delle diversità non trascurabili ed escludiamo una sorta di generale alleanza politica con il Partito comunista, della quale mancano le condizioni. Ma vi è uno spazio nel quale, guardando agli interessi del paese, in una situazione che è indiscutibilmente eccezionale, in presenza del venir meno dei legami tradizionali dei partiti, è possibile raggiungere una positiva concordia sui programmi ed un grado di intesa tra le forze politiche e sociali, i quali consentano, con una soluzione equilibrata ed adatta al momento, di far fronte all’emergenza e di sperimentare un costruttivo rapporto tra i partiti molto differenziati, che la realtà della situazione obbliga a non ignorarsi ed a non paralizzarsi, provocando con ciò la paralisi, e forse peggio, dell’Italia”.

(RICHARD GARDNER NELLE FOTO DI UMBERTO PIZZI)

Ma da quanto si apprende dagli incartamenti non più segreti, Peter Jay, ambasciatore britannico a Washington, dopo esser stato sollecitato il 23 gennaio da Londra, aveva informato il premier James Callaghan e il ministro degli esteri David Owen sulle intenzioni degli americani: “L’amministrazione Usa si è decisa che una qualche azione era necessaria. Ecco il perché delle dichiarazioni. L’idea di condurre operazioni segrete per spaccare il Pci è stata una delle possibilità prese in considerazione durante gli incontri di vertice che si sono tenuti”. Il diplomatico pure annotò nel suo rapporto: “Fonti affidabili hanno confermato l’abbandono del piano ‘azioni segrete’. Non ci sono prove che altre agenzie se ne stiano occupando. Dal punto di vista politico, le difficoltà connesse ad un’azione del genere non hanno bisogno di spiegazioni. Nonostante le difficoltà l’amministrazione cercherà sicuramente nei prossimi mesi metodi per esprimere la sua influenza”.

L’ambasciatore Gardner è stato ricordato fino ad oggi per esser stato il primo diplomatico a concedere il visto di entrata negli Usa al comunista Giorgio Napolitano. Moro non era stato ancora rapito. Ma i moniti statunitensi verso la politica dell’attenzione della Dc al Pci erano già partiti.

Richard Gardner e Aldo Moro, perché e come ricordare l'ambasciatore Usa in Italia

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