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Le leggi elettorali non sono strumenti neutri ma contribuiscono in modo assai significativo al risultato finale.

Dovrebbero ragionarci su anche in casa M5S, mentre invece sembrano non capire l’importanza della questione (nelle due pagine d’intervista di oggi al Fatto Quotidiano di Davide Casaleggio non si spende una riga sul tema delle elezioni europee, regionali e comunali in corso di svolgimento quest’anno, se non per dire che sarebbe meglio aumentare gli emolumenti dei consiglieri comunali).

Accade infatti in queste ore in Sardegna quanto già verificatosi in Abruzzo (condizione che vedremo spesso ripetersi di qui in avanti): un centro-destra pieno di tensioni ma capace di presentarsi unito di fronte agli elettori vince con consensi tra il 40 e il 50 %, mentre la sinistra si piazza al secondo posto e il M5S al terzo.

Siccome però per regioni e comuni si vota ad elezione diretta del sindaco e del governatore, ecco che la maggioranza “relativa” di cui dispone (un po’ ovunque) l’alleanza Salvini-Berlusconi-Meloni diventa maggioranza “assoluta”, relegando tutti gli altri all’opposizione.

È un chiaro effetto della legge elettorale, che possiamo vedere “a contrario” nel voto per il Parlamento del marzo 2018: il governo giallo-verde esiste solo ed esclusivamente perché figlio di un voto espresso con robusta iniezione di criterio proporzionale, senza la quale avremmo equilibri numerici assai diversi.

Il tema è di massima rilevanza e destinato ad avere non poche conseguenze a breve.

Da un lato infatti c’è una coalizione di destra che, a grandi linee, ricalca quelle ormai al governo in molti paesi d’Europa e del mondo (dal Brasile al Giappone, fino all’Australia e all’Argentina). È una coalizione tutt’altro che stabile, anche perché deve fare i conti con la difficile collocazione di un personaggi come Silvio Berlusconi in posizione subordinata: però è consolidata sul territorio e nel corso di quest’anno arriverà a governare la maggioranza delle regioni italiane (Sardegna compresa).

Di fronte ad essa c’è una sinistra alla ricerca di leadership e identità (Zingaretti sarà alla guida del Pd fra pochi giorni dopo un estenuate percorso interno), con assetti tutt’altro che ricostruiti e rancori profondi nel gruppo dirigente. Però rimane un’area elettoralmente significativa, non lontana dal 30 % di consensi pur con forti squilibri nella ripartizione territoriale (abbastanza solida al centro e più debole al nord e al sud).

Poi c’è il M5S, forte di una cavalcata vincente che dura ormai da alcuni anni, capace di aggiudicarsi in solitudine la guida di due grandi città (Roma e Torino, ma nel 2016) e titolare della spettacolare performance nelle urne dello scorso anno (32,7 %, staccando il secondo partito più votato, cioè il Pd, di 14 punti).

Nato come movimento di protesta dai toni micidiali (il Vaffa Day di Beppe Grillo è del 2007) il M5S è oggi al governo, posizione difficilissima da gestire partendo da quella impostazione. Ha un capo politico abile e “moderato” (soprattutto se confrontato a Grillo o Di Battista) ma sta pagando lo scotto del passaggio dai banchi dell’opposizione a quelli della maggioranza, nei quali occorre esercitarsi nell’arte del compromesso (vedi alla voce Ilva, Tap e, prossimamente, TAV). inevitabilmente ne paga il prezzo in termini di consenso, come bene testimoniato da sondaggi e risultati nelle elezioni locali.

Insomma il movimento è oggi terzo di tre nella classifica delle “famiglie” politiche nazionali.

Ora, poiché non è realistico pensare ad alleanze con il centro-destra (per come è oggi composto) dobbiamo ritenere il M5S alternativo ad esso, come peraltro ripetuto infinite volte dallo stesso Di Maio.

Quindi ecco verificarsi la situazione sotto gli occhi di tutti: non essendo capaci di mettersi d’accordo tra loro, i soggetti numero due e numero tre della classifica (cioè la sinistra e il M5S) regalano al primo tutte o quasi le vittorie, anche (o forse soprattutto) per effetto della legge elettorale in vigore nelle elezioni comunali e regionali.

Ecco perché votando M5S (anche in Sardegna) si fa un regalo gigantesco a Salvini (e pure al Cavaliere).

salvini, sea watch

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