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La fragilità di un progetto è nelle piccole cose. E l’Europa reduce della grande crisi e alle porte (forse) di una nuova recessione non fa eccezione. Si prenda il caso del fisco. Nel tempo ci si è abituati a sentire questa o quell’azienda che sceglie come sede legale l’Irlanda o il Lussemburgo: si pagano meno tasse e aumenta la quota di utili, aumentando la presenza industriale grazie a quelle imprese che decidono di spostare non solo la sede ma anche le linee di produzione. Adesso sembra essere arrivato il turno dell’Ungheria targata Viktor Mihály Orbán. Il Paese che fino a 27 anni fa si trovava al di là della cortina di ferro, ha negli ultimi anni rivoluzionato il proprio impianto fiscale, seguendo una filo rosso: spostare il carico fiscale dalle imprese, dalle attività industriali, alle persone. Tradotto, meno tasse su chi produce reddito e più tasse su chi consuma.

I cardini del sistema ungherese sono essenzialmente due. Un’Ires (imposta sui redditi delle società) al 9% e un Irpef (l’imposta sulle persone fisiche) al 15%, sulla falsariga della flat tax di stampo leghista. In questo modo gli utili delle imprese sono tassati al minimo, visto che, tanto per fare un paragone, in Italia l’aliquota Ires è al 24%. Fare impresa in Ungheria, dunque, sembra convenire e non stupisce che ogni settimana fioriscano nel Paese balcanico nuove realtà industriali, molte delle quali a capitale italiano. Il particolare regime fiscale dell’Ungheria è stato messo sotto la lente della Commissione europea il 7 marzo dello scorso anno. L’Ungheria, con altri sei Paesi (Lussemburgo, Belgio, Olanda, Malta, Cipro e Irlanda), viene accusata di aggressività fiscale a scapito degli altri Stati dell’Unione europea anche se molte imprese sono arrivate qui prima della riforma fiscale che nel 1997 portò la tassazione sulle società al 18%.

C’è un ultimo elemento da evidenziare per comprendere il sistema fiscale messo in piedi da Budapest. E cioè che per bilanciare la bassa imposizione fiscale su imprese e persone fisiche, l’Ungheria ha scelto di aumentare le imposte sui consumi. L’Iva è generalmente al 27%, la più alta d’Europa, anche se esistono aliquote al 18% e al 5% (come ad esempio per le nuove costruzioni). Ora, la domanda è: non sarà che alla fine l’Ungheria stia facendo della concorrenza sleale, una specie di dumping fiscale? E comunque, un tale modello così sbilanciato sui consumi a favore delle imprese, sarebbe replicabile in Italia?

Formiche.net ha chiesto il parere di Vincenzo De Luca responsabile Fisco per Confcommercio. “Certamente non è sbagliato parlare di concorrenza sleale nel caso dell’Ungheria, ma questo è purtroppo permesso e legittimo. Perché se è vero che l’Iva è in un certo senso l’unica tassa armonizzata a livello europeo, non lo è per la tassazione sui redditi alle imprese. Cioè la determinazione delle basi imponibili in Europa non è uniforme e ogni Paese, in virtù della sua autonomia può fare come gli pare”, spiega De Luca. “Il punto è proprio questo, non c’è uniformità nel determinare la base imponibile, quella cioè che il fisco può aggredire.  E questo è un problema dell’Europa, che non si è dotata di un quadro di regole certe e uguali”.

“Sull’Iva”, spiega De Luca, “l’aliquota è prerogativa dello Stato ma le basi imponibili sono uguali. In ogni caso, pensare a un’Iva al 27% in Italia sarebbe follia perché significherebbe affossare definitivamente la domanda interna. Non dobbiamo mai dimenticarci che da qui al 2020 ci sono in gioco 51 miliardi di clausole di salvaguardia che rischiano di portare la nostra Iva al 26,5%”. Ma il modello Ungheria è pensabile in Italia? “Personalmente non lo credo ma non perché un simile sistema tutto a carico dei consumi sarebbe un danno al Paese ma perché ogni volta che ho sentito parlare di spostare il peso fiscale dalle imprese alle persone, puntualmente non si è mai avverato. Tutto qui”.

Il fisco di Orban che piace alle imprese. Ma l'Italia non è l'Ungheria

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