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È servito Boko Haram, uno dei più fiorenti e pericolosi gruppi terroristici al mondo, a mettere insieme in Africa fianco a fianco Cina e Stati Uniti in un momento in cui le relazioni bilaterali stanno toccando il fondo. È il sito specializzato Defense News a raccontare in esclusiva come, dietro le quinte, Washington e Pechino continuino a lavorare su dossier sensibili. Occasione dell’inedito allineamento strategico un’operazione congiunta di esperti e militari americani, cinesi, inglesi, norvegesi e, altro fatto eccezionale, russi, per trasportare dalla Nigeria all’aeroporto cinese di Shijiazhuang un carico di uranio arricchito evitando che finisse nelle mani dei terroristi. Iniziata a ottobre, nel bel mezzo dell’escalation commerciale fra la Casa Bianca e la Città Proibita, l’operazione si è protratta fino al 4 dicembre, due giorni prima dell’arresto a Vancouver della n.2 di Huawei Meng Wanzhou che ha ripiombato i rapporti fra le due sponde del Pacifico in un terreno minato.

L’URANIO ALTAMENTE ARRICCHITO

Il sito oggetto dell’operazione è il Nigerian research reactor 1 (Nirr-1), classificato dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Iaea) come reattore sperimentale o di ricerca, più propriamente Miniature neutron source reactor (Mnsr). Nello specifico, il reattore era pensato per ricerca scientifica, analisi per attivazione neutronica e training. Grazie al supporto tecnico della China National Nuclear Corporation (Cnnc), la Nigeria ha aperto il sito nell’Università Ahmadu Bello di Kaduna nel 2004. Il progetto prevedeva il ricorso all’uranio altamente arricchito (Heu al 90%, particolarmente appetibile per chi intenda fabbricare un’arma nucleare), stoccato nella quantità di 1 chilogrammo all’interno del reattore.

IL PROGRAMMA INTERNAZIONALE

In linea con gli sforni internazionali per il contrasto alla proliferazione nucleare, anche il sito di Kaduna è rientrato nel programma coordinato dall’Iaea per la conversione degli 11 reattori africani da uranio altamente arricchito all’uranio a basso arricchimeno (Leu), sotto la soglia del 20%, inutilizzabile per armamenti. Proprio per la particolarità delle condizioni di sicurezza, il Nirr-1 è stato tuttavia l’ultimo a vivere tale passaggio, tra l’altro avvenuto con un’operazione al cardiopalma, condensata in poche ore per evitare rischi e aggressioni. Difatti, seppur in quantità troppo basse per un’arma nucleare in senso proprio, l’uranio arricchito sarebbe potuto essere utilizzato per bombe sporche. Nel cuore del Paese, la città di Kaduna si dimostrava un luogo non sicurissimo: al centro delle vie commerciali e al di fuori della regione nordorientale (quella in cui è più attivo Boko Haram, ma in cui è anche più alta l’attenzione delle Forze armate nigeriane) il sito era considerato vulnerabile.

L’OPERAZIONE INTERNAZIONALE

Da qui, l’operazione internazionale, con un costo complessivo di 5,5 milioni di dollari, di cui 4,3 coperti dagli Stati Uniti, 900mila dollari dal Regno Unito e il resto dalla Norvegia. Pur non partecipando ai costi, la Cina è stata tra i protagonisti del progetto, accettando di ricevere l’uranio arricchito. Il trasporto è stato invece eseguito con un aereo cargo russo, l’Antonov An-124, dotato per l’occasione dallo speciale container TUK-145/C, anch’esso di fabbricazione russa. Una collaborazione internazionale che sorprende, tra Washington, Mosca e Pechino, soprattutto nei mesi in cui le distanze tra le tre sono apparse aumentare. Dopo il ritardo di qualche giorno per capire come adattarsi al coprifuoco che incombeva sulla città di Kaduna, gli specialisti Usa sono arrivati sul sito il 22 ottobre. Tempo a disposizione: 24 ore, pochissimo per le sostituire il contenuto del reattore.

UN CASO ISOLATO?

L’operazione congiunta in Nigeria non sorprende gli addetti ai lavori. Il campo della cooperazione per la non proliferazione nucleare, tanto più quando si tratta di sottrarre a pericolosi attori non statali la disponibilità di materiali radioattivi, è uno dei pochi su cui Cina e Stati Uniti hanno aumentato gli sforzi negli ultimi dieci anni. Un impegno sigillato alla Casa Bianca due anni fa alla presenza dell’allora presidente Barack Obama, quando delegazione cinese e americana avevano firmato un comunicato sulla cooperazione nucleare in cui promettevano di “lavorare assieme all’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (Iaea) per supportare il prima possibile la conversione dei reattori MNSR in Ghana e Nigeria”. Benché l’Iaea abbia benedetto il blitz internazionale a Kaduna, “dimostrazione della determinazione e degli sforzi comuni di diversi governi e organizzazioni nella prevenzione della proliferazione nucleare”, gli esperti rimangono scettici sulla ripetibilità dell’esperimento. Non solo perché il caso Huawei da inizio dicembre ha ostruito anche i canali dietro le quinte fra Washington e Pechino. A pesare sulla cooperazione internazionale c’è la nuova strategia nazionale americana per l’Africa svelata dal consigliere per la Sicurezza Nazionale John Bolton un mese fa, che condanna “le pratiche predatorie” del Dragone nel continente e di fatto ufficializza il già chiaro disimpegno dell’amministrazione Trump nella regione: “Gli Stati Uniti non offriranno più sostegno indiscriminato per l’intero continente”.

dazi, armistizio, cinese

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Di Stefano Pioppi e Francesco Bechis

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