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C’è aria di crisi “spaziale” tra Stati Uniti e Russia, tanto che persino l’ambiziosa missione congiunta di esplorazione verso Venere sarebbe a rischio. Ha sorpreso nei giorni scorsi la cancellazione, da parte del numero uno della Nasa Jim Bridenstine, dell’invito rivolo al collega russo Dmitry Rogozin, capo dell’agenzia spaziale di Mosca, Roscosmos (in foto i due a ottobre, presso il cosmodromo russo di Baikonur). Che lo spazio extra-atmosferico sia terreno della competizione globale non è certo una novità, eppure che essa si estenda anche all’ambito prettamente scientifico è raro. D’altra parte, il più grande progetto esplorativo degli ultimi decenni, ovvero la Stazione spaziale internazionale (Iss), è frutto della cooperazione ininterrotta tra Usa e Russia, al sicuro anche quando sulla Terra le cose non sono andate benissimo.

COSA È SUCCESSO

Il viaggio di Rogozin negli Stati Uniti era previsto per febbraio. Dopo alcune rimostranze provenienti dal Congresso, la Nasa aveva comunicato la scorsa settimana che la visita sarebbe stata posticipata. Poi, è stato lo stesso Bridenstine a optare per la via più radicale: la cancellazione completa dell’invito. “Abbiamo ascoltato il suggerimento di numerosi senatori secondo cui non sarebbe stata una buona idea”, ha spiegato il capo della Nasa al Washington Post. “Ho voluto essere accondiscendente rispetto agli interessi dei senatori, e così ho rescisso l’invito”, ha aggiunto. Il problema, sollevato tra gli altri con decisione dalla senatrice repubblicana Jeanne Shaheen, è la presenza di Rogozin (che allora era vice primo ministro) nella lista delle persone russe sanzionate dall’amministrazione Obama nel 2014, in risposta alla crisi ucraina.

LE PRESSIONI DI CAPITOL HILL

L’attuale vertice di Roscosmos sarebbe “uno degli architetti della campagna aggressiva della Russia nei confronti dei suoi vicini – ha spiegato la senatrice – e l’invito a lui rivolo mina gli stessi obiettivi di sicurezza nazionale degli Stati Unti”. Rogozin, ha rimarcato, “ha un record comprovato di scelte a favore conflittualità e a danno della cooperazione”. Tra queste prove, c’è il tweet che Rogozin cinguettò quando le sanzioni Usa arrivarono a colpire l’industria russa di settore: “Suggerisco che gli Stati Uniti trasportino i propri astronauti sulla Stazione spaziale internazionale con un trampolino”, disse riferendosi al fatto che la navicella russa Soyuz sarebbe rimasta per anni l’unica via d’accesso per l’uomo all’avamposto extra-atmosferico (e lo è tutt’ora).

LA REAZIONE DI MOSCA

In ogno caso, le risposte russe alla cancellazione dell’invito da parte della Nasa non si sono fatte attendere. Frants Klintsevich membro del Consiglio federale (la camera alta del Parlamento russo) ha accusato “l’establishment politico statunitense” di mantenere “un’impostazione russofobica”. Il parlamentare Yury Shvytkin ha definito la decisione di Bridenstine “un passo distruttivo” nel complicato rapporto tra Usa e Russia, mentre il capo dell’Istituto di ricerche spaziali dell’Accademia russa di scienze Lev Zelyony ha tirato in ballo il rischio di incrinare la collaborazione per l’ambiziosa missione di esplorazione di Venere. Infine, a esprimersi è stato lo stesso Rogozin, chiedendo al collega Bridestine di spiegare il perché dell’invito cancellato.

CHI È DMITRY ROGOZIN

La crisi diplomatica con l’omologo americano è solo l’ultimo difficile dossier per il capo di Roscosmos, arrivato al vertice dell’agenzia spaziale lo scorso maggio. Prima, per ben sette anni, Rogozin era stato il numero due del premier Dmitry Medvedev con delega specifica all’industria nazionale. In precedenza, aveva operato come ambasciatore russo presso la Nato, nonché come rappresentante speciale per le questioni attinenti la difesa missilistica. Giunto a Roscosmos, Rogozin ha avuto subito pane per i suoi denti. A luglio, ha dovuto affrontare il dossier Kudryavtsev, scienziato della sua agenzia arrestato dai servizi segreti (l’Fsb) con l’accusa di spionaggio per aver “condiviso con l’intelligence di un Paese della Nato” i segreti legati alla ricerca sulla missilistica ipersonica (tema particolarmente caro a Vladimir Putin e su cui gli Usa sembrano in leggero ritardo).

ARIA DI CRISI

Poi, tra agosto e settembre, è arrivata la questione del buco sulla Stazione spaziale: un foro di due millimetri sulla Soyuz MS-09, attraccata al modulo Rassvet realizzato dalla Russia, che rischiava di creare non pochi problemi agli astronauti a bordo. Dopo i sospetti iniziali che attribuivano la responsabilità a un detrito spaziale, una prima indagine riscontrava l’origine del problema nell’errore di un tecnico durante la fase (a Terra) di allestimento della navicella, inopportunamente riempito con un toppa evidentemente non risolutiva. Il naturale imbarazzo si era ben presto tramutato nell’accusa di “sabotaggio” rivolta da Rogozin a non meglio identificati competitor, con esternazioni che non hanno certo aiutato il successivo clima con i colleghi della Nasa. Infine, a ottobre, il fallimento del lancio della Soyuz MS10 diretta verso l’Iss, che ha costretto i tre passeggeri a un atterraggio d’emergenza a meno di tre minuti dalla partenza.

IL CAPITOLO TRASPORTO

E proprio il capitolo dell’accesso alla Stazione spaziale è tra i temi più delicati del rapporto tra Mosca e Washington in ambito spaziale. Dopo la dismissione dello Space Shuttle, gli americani sono stati costretti ad acquistare posti sulla Soyuz, unica via di attracco all’avamposto spaziale. Il tema è urgente per gli Usa. L’attuale accordo con i russi copre infatti i voli fino al 2019, anno in cui sarebbero dovute entrare in servizio le navicelle di SpaceX (Dragon V2) e Boeing (CST-100-Starliner) salvo i ritardi continui dei due programmi. L’avanzamento delle tabelle di marcia ha addirittura costretto gli esperti statunitensi a prevedere l’ipotesi di utilizzare già i voli di test per il trasporto di astronauti, un’opportunità che costringerebbe a rivedere i regolamenti in materia. A novembre, Space X aveva fissato il primo volo senza equipaggio al 7 gennaio 2019, salvo poi lo slittamento della Nasa per febbraio a causa dell’effetto dello shutdown governativo sulle attività della Nasa. Per un volo con equipaggio occorrerà attendere giugno. Per quanto riguarda la navicella di Boeing, il primo test senza equipaggio a bordo è per ora previsto per marzo, mentre ad agosto 2019 si prevede quello con uomini a bordo.

L’EFFETTO SPACE FORCE

Infine, da è non sottovalutare il capitolo della militarizzazione dello spazio. La Strategia di sicurezza nazionale (Nss) dell’amministrazione Trump ha confermato lo Spazio extra-atmosferico quale terreno di competizione globale. È stato proprio il presidente a ordinare al Pentagono di mettersi a lavoro per l’istituzione di una Space Force, una Forza armata indipendente e specificatamente dedicata alle attività militari oltre l’atmosfera. Nonostante le reticenze iniziali (il tema è stato tra quelli di maggior discussione con il generale James Mattis, poi ritiratosi con la spinta dello stesso Trump) il dipartimento della Difesa è stato costretto ad accogliere le direttive presidenziali, e si appresta ora a presentare un progetto di legge sul tema. L’obiettivo dichiarato è fronteggiare l’attivismo di Pechino e Mosca, dimostratesi particolarmente ambiziose in questo campo.

Crisi spaziale tra Washington e Mosca? Perché la Nasa ha cancellato l'invito al numero uno di Roscosmos

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