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In un Vecchio continente ancora indeciso e diviso su come affrontare gli allarmi statunitensi circa le insidie poste dalle tecnologie cinesi (5G su tutte), è la Polonia che si sta ritagliando il ruolo di guida del fronte anti-Pechino su questo tema.
Varsavia – attraverso il proprio ministro dell’Interno Joachim Brudzinski – ha chiesto agli alleati in seno alla Nato di escludere il colosso di Shenzhen e altri produttori di hardware cinesi dai loro sistemi di telecomunicazione.

LA POSIZIONE DI VARSAVIA

La tensione tra i due Paesi è salita in questi giorni, dopo l’arresto per spionaggio di un uomo di affari cinese – un dirigente locale di Huawei – e di un cittadino polacco, un esperto di sicurezza informatica che secondo i media locali avrebbe lavorato per l’Agenzia per la Sicurezza interna (e sarebbe stato anche un consulente della filiale polacca del gruppo francese di telecomunicazioni Orange).
Huawei non è stata fino al momento accusata di alcun illecito, perché le azioni del suo dipendente (ora allontanato) non avrebbero alcun legame con la compagnia. Ciononostante il caso ha ulteriormente elevato gli attriti, con la Polonia che ha auspicato una posizione e una soluzione comune tra Unione Europea (che sta rafforzando le regole sugli investimenti esteri nel tentativo di bloccare le acquisizioni cinesi di tecnologie critiche) e area Nato sulla questione cinese.

GLI ATTRITI CON PECHINO

Tuttavia, come prevedibile, le parole di Brudzinski, motivate da timori per la sicurezza nazionale e collettiva, non sono piaciute alla Cina, che è passata al contrattacco. Varsavia – ha scritto oggi in un editoriale il Global Times, tabloid pubblicato dal Quotidiano del Popolo, organo ufficiale del Partito Comunista Cinese – “deve pagare” per il danno arrecato a Huawei con l’arresto del suo direttore vendite nel Paese, Wang Weijing, di cui il gruppo di Shenzhen ha successivamente annunciato il licenziamento, prendendo le distanze dal caso. “Il modo in cui (la Polonia, ndr) ha gestito la questione”, ha evidenziato la testata, ha già danneggiato la reputazione” della compagnia. Non solo. Il Paese europeo, ha rimarcato il GT, si sarebbe mostrato “complice” degli Stati Uniti, che da tempo avvertono gli alleati europei di presunti rischi di sicurezza informatica provenienti da una partnership con Huawei per lo sviluppo del 5G (un dossier sul quale è invece decisamente più compatto il fronte anglofono dei cosiddetti Five Eyes). A preoccupare Pechino, infatti, è non tanto (e non solo) Varsavia, ma piuttosto la crescente adesione di diversi Paesi occidentali alla linea tracciata da Washington.

IL FRONTE ANTI-HUAWEI

Dopo Stati Uniti, Australia, Giappone e Nuova Zelanda, molti Paesi – anche in ambito Nato – stanno prendendo in considerazione la possibilità di estromettere il colosso di Shenzhen da alcuni ambiti tecnologici, in particolare lo strategico 5G. Preoccupazioni a riguardo, ricorda oggi il Wall Street Journal, sono state espresse in misure diverse in Regno Unito, Francia, Germania e Norvegia, per citarne alcuni.

LE ULTIME NOVITÀ

Non sono le uniche novità che riguardano Huawei. Una divisione del colosso cinese delle telecomunicazioni che ha sede nella Silicon Valley non sarebbe – secondo documenti ottenuti e diffusi sempre dal Wsj – nelle condizioni di inviare in patria alcune tecnologie.
La divisione coinvolta, ha raccontato nei giorni passati Formiche.net, si chiama Futurewei Technologies e ha un centro di ricerca e sviluppo a Santa Clara (California) dove lavorano circa 700 unità tra ingegneri e scienziati. A questa realtà il dipartimento americano del Commercio non avrebbe rinnovato una licenza per effettuare esportazioni. E, come accaduto spesso di recente, stando ai file la giustificazione fornita dall’amministrazione Trump già lo scorso giugno è che Washington intende così tutelare la sua sicurezza nazionale. La mossa sarebbe stata contestata da Futurewei – che continua comunque le sue attività, anche perché la maggior parte dei suoi prodotti non richiede una licenza per lasciare il suolo americano -, ma nel frattempo le sue esportazioni sono state vietate.
Oltre alle questioni di sicurezza, resta in piedi, come detto, anche un altro delicatissimo fronte che vede opposti Stati Uniti e Huawei. Si tratta dell’arresto in Canada (su richiesta degli Usa, che ne chiedono l’estradizione) di Meng Wanzhou, numero due e direttrice finanziaria della telco, nonché figlia del fondatore Ren Zhengfei, ritenuto vicinissimo ai vertici del partito comunista cinese. La donna è stata fermata con l’accusata di aver violato sanzioni Usa legate all’Iran e alla Siria, e documenti ottenuti e diffusi da Reuters sosterrebbero questa tesi, che viene comunque smentita categoricamente dalla società.
Ad ogni modo l’arresto di “Lady Huawei” avvenuto l’1 dicembre per mano del Canada non è sceso giù alla Cina, che ha risposto fermando oltre 10 cittadini canadesi tra i quali Michael Kovrig, un ex diplomatico, e Michael Spavor, un imprenditore con forti legami con la Corea del Nord. E sebbene questi arresti sarebbero ufficialmente frutto di timori per “la sicurezza nazionale”, gli addetti ai lavori evidenziano come resti il sospetto che siano una reazione alla detenzione di Meng.
Che Pechino viva questa situazione come un affronto lo ha chiarito nuovamente l’ambasciatore cinese a Ottawa, Lu Shaye, che in una lettera pubblicata dal Hill Times ha accusato proprio il Canada di “egoismo occidentale” e “supremazia bianca” per la reazione all’arresto dei suoi cittadini, per i quali chiede un “doppio standard”. La medesima accusa che viene ora rivolta a Varsavia.

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