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Giornata nera, quella appena trascorsa. Non tanto per l’ennesima caduta degli indici di borsa. Che non fa più notizia, ma è solo il manifestarsi quotidiano di una sorta di ordinaria follia. Ma per le previsioni dei principali istituti: tutte in negativo, almeno per quanto riguarda le maggiori economie.

Pollice verso da parte di Banca d’Italia. L’economia del Bel Paese, nel 2018, crescerà molto meno del previsto. Si fermerà, secondo le ultime proiezioni allo 0,9 per cento. Poco più di un niente. Con uno scarto rispetto a quanto indicato, solo sei mesi fa dalla stessa banca, di 0,2 punti di Pil. Che sembrano quisquiglie, ma rappresentano pur sempre una caduta relativa di oltre il 18 per cento. Dato che peggiora sensibilmente (meno 25 per cento) se riferito al programmatico del governo, che la Nota di aggiornamento del Def quotava all’1,2 per cento.

Ancora più problematico il confronto relativo all’intero quadriennio (2018 –2021) caratterizzato da una divergenza ancora maggiore. Per la Banca d’Italia, il tasso di crescita è previsto “piatto”: 1 per cento nei tre anni, salvo una leggera maggiore crescita (1,1 per cento) nel 2020. Ben più consistente l’ottimismo governativo, con un tasso di crescita media solo leggermente inferiore all’1,5 per cento all’anno per l’intero periodo. Il che dimostra, stando almeno a quanto dicono i tecnici di Via Nazionale, che la “manovra del popolo”, dipinta da Di Maio come oro zecchino, vale forse meno di una palanca di ottone.

Il realismo è nelle cose. Come risulta evidente dalle osservazioni che accompagnano la previsione. Il suo fondamento analitico prende in considerazione l’effetto espansivo della manovra originaria. Quella non ancora rivista a seguito delle pressioni europee. Contempla di conseguenza il maggior deficit ipotizzato – quello al 2,4 per cento – il cui effetto espansivo (per 0,3 punti di Pil) era già stato ipotizzato dall’Istat. L’aggiunta riguarda gli effetti indesiderati, che l’Istituto di statistica non prendeva in considerazione. Soprattutto la risalita dei tassi di interesse, almeno nel biennio 2019–2020. Dovuti in parte alla fine del quantitative easing, ma soprattutto agli andamenti dello spread.

Il riflesso delle maggiori difficoltà di finanziamento, sarebbe immediato, dando origine ad una brusca frenata degli investimenti. Unica voce del quadro macroeconomico in forte contenimento (da una crescita annua del 4,4 per cento nel 2018 si scenderebbe all’1 per cento nel 2021, dopo essere passati allo 0,8 per cento l’anno prima), mentre i consumi crescerebbero “in linea con il prodotto”. C’è solo da dubitare di quel pizzico di ottimismo, inglobato nello scenario di base, circa l’andamento del prezzo del petrolio. Se ne prevede un notevole contenimento rispetto al 2018. Sennonché proprio in questi giorni l’accordo realizzato tra tutti i Paesi produttori prevede un notevole taglio della produzione giornaliera. Il che non è proprio un buon viatico.

Comunque sia l’Italia, da questo punto di vista, continua a vivere tra l’incudine ed il martello. Se i prezzi del petrolio rispetteranno le previsioni dello scenario, l’inflazione risulterà ben più contenuta: al di sotto di una media annua dell’1,3 percento. Segnale di perdurante deflazione. Se i prezzi del petrolio, invece, aumenteranno vi sarà ovviamente un aumento dei prezzi, ma anche qualche complicazione in più sul fronte delle esportazioni, che rimangono il solo vero motore dell’economia italiana. Salvo la battuta d’arresto del 2018, cresceranno molto di più delle importazioni, contribuendo a far aumentare l’avanzo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti. Assisteremo, pertanto, ad una quota maggiore di risparmio interno non utilizzato, ma destinato a prendere la via dell’estero. Se tutto ciò appare razionale?! C’è solo da aggiungere che l’eventuale contenimento del deficit, imposto da Bruxelles, renderà tutto più difficile. Insomma: piove sul bagnato.

Se questo è il possibile quadro futuro dell’economia italiana, all’estero non stanno poi un granché meglio. Ferme rimanendo tutte le differenze più note. In Francia, che aveva chiuso il terzo trimestre in positivo, le proteste dei gilet gialli hanno avvelenato il clima. L’anno chiuderà molto peggio rispetto a quando aveva iniziato. Previsioni ancora non se ne fanno, ma a giudicare dal sentiment del mercato (grado di fiducia dei diversi operatori economici) l’effetto, in negativo, sarà notevole. Come mostra del resto la picchiata dell’euro nei confronti del dollaro. A pesare il clima di guerra commerciale, la Brexit e le difficoltà del settore automobilistico, dopo l’exploit dei due anni passati. Fattori che in parte sono stati il preludio delle sommosse.

La stessa Germania, la grande corazzata dell’Eurozona, non è esente da una più generale turbolenza. Le ultime previsioni parlano di un ridimensionamento delle sue prospettive di crescita. Nel 2018 crescerà solo dell’1,5 per cento, contro un ipotesi del 2. E, più o meno la stessa cosa, avverrà negli anni successivi. Del resto se i Paesi più popolosi del resto dell’Eurozona vedono contrarre i propri consumi, non si capisce chi potrà comprare Mercedes o Bmw. È il paradosso di un sistema fortemente interconnesso. La crisi di un segmento si riflette su altri. Che a sua volta aggrava la spinta iniziale, dando avvio ad una piccola (grande) spirale. La morale finale è facile da scoprire. In natura non esiste solo il pericolo di un contagio finanziario. Quello dell’economia reale può essere ancor più doloroso.

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