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Come hanno sempre sostenuto i fautori delle analisi costi-benefici (detta Abc, che si riferisce al calcolo dei benefici sociali come progetti pubblici, dighe, autostrade, ndr), questo strumento non sostituisce le decisioni politiche. Ritengo solo che non si può non farle e questo per ragioni di trasparenza democratica, prima che tecniche. Ma l’amministrazione passata ci ha lasciato con solo 132 miliardi di scelte strettamente politiche e nessuna valutazione (nemmeno finanziaria, o con stime di traffico, si badi, altro che Abc!). Se dunque di scelte politiche si tratta e di così bassa qualità tecnica, perché un governo subentrante di diverso orientamento politico dovrebbe accettarle senza accurate verifiche? Da una “shopping list” ad un’altra?

L’Abc ha molti difetti, teorici e pratici, ma è un linguaggio internazionalmente accettato (dalla Commissione europea, la Banca mondiale, l’Ocse.) Perché semplicemente è uno strumento che rende più trasparenti le scelte, al contrario di altri. Riduce, non elimina l’opera. Non basta affermare che la tale opera “giova all’ambiente” o “aiuta il commercio internazionale” o “crea occupazione”. Bisogna provare a misurarne gli effetti, e confrontarle con scelte alternative. Questo aiuta anche il dibattito democratico, che altrimenti diventa del tutto ideologico.

Nei trasporti a livello mondiale è in corso una vera rivoluzione tecnologica (motori puliti, informatizzazione della domanda, guida sempre più assistita fino all’automazione). L’Italia sembra scarsamente presente in questa corsa, ma si è ancora in tempo, se le risorse sono concentrate con intelligenza in questa direzione. Le infrastrutture fisiche rappresentano invece tecnologie mature, difficilmente apribili alla concorrenza, con impatti diretti occupazionali scarsi e temporanei. La scarsa “apribilità” alla concorrenza poi le rende molto gradite, in tutto il mondo, alla sfera politica.

A volte anche per ragioni non commendevoli (voto di scambio ecc). L’analisi costi-benefici misura il risultato sociale degli investimenti (il surplus), non quelli strettamente economici. Se esiste un obiettivo e condiviso di crescita economica, sarebbero necessari strumenti di valutazione ben più stringenti, mirati a valutare gli impatti sul Pil delle scelte, cioè solo i benefici strettamente attinenti alla sfera produttiva e anche i ritorni finanziari diretti avrebbero ben diverso peso nelle valutazioni. Molte infrastrutture attualmente sotto esame, in tal senso, non potrebbero nemmeno essere prese in considerazione.

Vi spiego perché l'analisi costi-benefici sulle grandi opere è giusta. Il commento di Marco Ponti

Di Marco Ponti

Come hanno sempre sostenuto i fautori delle analisi costi-benefici (detta Abc, che si riferisce al calcolo dei benefici sociali come progetti pubblici, dighe, autostrade, ndr), questo strumento non sostituisce le decisioni politiche. Ritengo solo che non si può non farle e questo per ragioni di trasparenza democratica, prima che tecniche. Ma l’amministrazione passata ci ha lasciato con solo 132 miliardi di…

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