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Poco dopo il suo rientro da Pechino, venerdì Jake Sullivan, consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, ha riunito alla Casa Bianca gli omologhi di Francia, Germania e Regno Unito, oltre a quello dell’Ucraina, per parlare della situazione in Ucraina. Presenti, con il consigliere del presidente americano Joe Biden: Emmanuel Bonne, consigliere diplomatico del presidente francese Emmanuel Macron; Jens Plötner, consigliere per la politica estera e di sicurezza del cancelliere tedesco Olaf Scholz; Tim Barrow, consigliere per la sicurezza nazionale del primo ministro britannico Keir Starmer; Andriy Yermak, capo dell’Ufficio del presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Sul tavolo della riunione in formato Quad transatlantico ci sono stati “l’incrollabile sostegno degli Stati Uniti all’Ucraina” e le misure che i partner intendono adottare “per rafforzare le forze ucraine sul campo di battaglia, anche attraverso la fornitura di artiglieria, difesa aerea e altre capacità critiche”, come si legge in una nota della Casa Bianca.

Assente l’Italia. Assente anche dal comunicato del giorno dopo diffuso dal presidente ucraino Zelensky che, parlando della visita a Washington di alcuni alti funzionari della sua amministrazione, ha dichiarato: “Mi rivolgo agli Stati Uniti, al Regno Unito, alla Francia e alla Germania: abbiamo bisogno dei mezzi per proteggere pienamente ed efficacemente l’Ucraina e il suo popolo. Abbiamo bisogno di autorizzazioni per le capacità a lungo raggio, così come per i vostri proiettili e missili a lungo raggio. Queste decisioni vitali non possono essere rimandate: sono le azioni che possono avere l’impatto più significativo sul corso degli eventi”.

Il formato di queste riunioni varia spesso. A volte Quad, a volte Quint. L’Italia a volte c’è, a volte no. Molto, praticamente tutto, dipende dalle scelte in politica estera e di difesa prese a Roma. Negli ultimi giorni la politica italiana sembra essersi compattata su una questione: negare all’Ucraina, a differenza del resto dei Paesi dell’Unione europea e della Nato (eccezion fatta per l’Ungheria), il diritto di colpire il territorio russo da cui provengono gli attacchi della Russia di Vladimir Putin da oltre due anni e mezzo. Come ha spiegato domenica al Messaggero Antonio Tajani, vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri, il governo sostiene “senza se e senza ma l’Ucraina perché vogliamo arrivare a una pace giusta, che significa integrità territoriale e libertà” ma “né la Nato né l’Italia sono in guerra con la Russia e le armi italiane devono essere usate nel territorio ucraino”.

Ha osservato Stefano Folli ieri su Repubblica che “la breve stagione in cui Roma parlava il linguaggio della lealtà atlantica e della solidarietà all’Ucraina sfregiata sembra essersi conclusa”. Essa, spiega l’editorialista, “coincise con la fase in cui Giorgia Meloni, da poco presidente del Consiglio, e cioè nel 2022, aveva necessità di accreditarsi a Washington, superando di slancio le diffidenze americane verso la giovane leader di una formazione di destra un tempo lontana dai valori fondativi della comunità occidentale. L’Ucraina serviva allo scopo, ma oggi l’obiettivo sembra raggiunto”. Con un Joe Biden dimezzato e l’eventuale ritorno di Donald Trump, il fervore pro Kyiv del governo italiano “si è parecchio affievolito e intanto sono riemerse nel dibattito pubblico parecchie pulsioni filo-Putin o forse solo genericamente pacifiste, magari con l’intento di compiacere la predicazione del Papa”, prosegue Folli.

Inoltre, non è passato inosservato il messaggio inviato dagli Stati Uniti la scorsa settimana, con il Tesoro che per la prima volta ha messo sotto sanzioni dei cittadini italiani per violazione delle sanzioni contro la Russia. Nel mirino sono finite le sospette triangolazioni con Mosca su prodotti vietati. Il messaggio agli alleati è chiaro: nessuno è immune, neppure un Paese del G7. Quello all’Italia anche, e sembra riguardare le recenti ambiguità.

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