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Gli Stati Uniti sono pronti a uscire dal trattato relativo ai missili nucleari a raggio intermedio, quello che pose fine alla crisi degli euromissili e sancì la fine di decenni di tensioni tra le due superpotenze. La questione non è nuova, e negli ultimi anni ha visto alternarsi accuse da entrambe le parti. Eppure, finora né Washington né Mosca si erano dette pronte a uscire dall’accordo. L’annuncio è arrivato direttamente dal presidente Donald Trump, che ai giornalisti riuniti a Elko (in Nevada) per seguire la campagna in vista delle elezioni di midterm, ha attribuito tutte le responsabilità della scelta all’assertività sul fronte missilistico di Russia e Cina.

BOTTA E RISPOSTA

“Finché qualcuno viola questo accordo, non saremo gli unici a rispettarlo”, ha detto il tycoon. “La Russia ha violato l’accordo, lo violano da molti anni, non so perché il presidente Obama non ha negoziato o ritirato, e non lasceremo che violino un accordo nucleare”. Mosca, ha rimarcato Trump, “non ha aderito all’accordo, quindi abbiamo intenzione di chiudere l’accordo e svilupperemo le armi. La reazione del Cremlino non si è fatta attendere. Il vice ministro degli Esteri Sergei Ryabkov ha definito “molto pericoloso” l’eventuale ritiro russo, aggiungendo che la decisione presa da Washington sarà “condannata” dalla comunità internazionale.

VERSO LA RINEGOZIAZIONE

L’impressione è che Trump abbia messo in moto il suo spirito da business man per arrivare a una rinegoziazione dell’accordo. Come per la Corea del Nord, la strategia del dialogo parte dall’alzare la posta in gioco. Non a caso, il presidente lascia la porta aperta: “Se diventassimo intelligenti e se gli altri diventassero intelligenti e dicessero ‘non sviluppiamo queste orribili armi nucleari’, ne sarei estremamente felice”. D’altronde, in tal senso erano andate anche le recenti dichiarazioni della rappresentante statunitense alla Nato Kay Bailey Hutchison, che aveva spiegato come gli Stati Uniti siano pronti a contromisure (compresa l’eliminazione dei missili russi) nel caso in cui Mosca non interrompa lo sviluppo di armamenti a raggio intermedio capaci di portare testate nucleari.

IL TRATTATO

Il riferimento normativo è il trattato Inf (Intermediate-Range Nuclear Forces), siglato nel 1987 dai presidenti di Stati Uniti e Unione Sovietica, che proibisce esplicitamente il dispiegamento a terra di missili con un raggio fra 500 e 5.500 chilometri. L’accusa statunitense, anche se né la Hutchison né Trump hanno fatto riferimento a un sistema in particolare, riguarda con ogni probabilità l’SSC-8, un missile da crociera con raggio intermedio in fase di sviluppo da parte della Russia. Sullo stesso vettore si erano d’altronde rovesciate le accuse del capo del Pentagono, James Mattis, a novembre del 2017. Grazie alle capacità dei rappresentanti Usa, sin da allora la questione fu trasferita all’interno della Nato. Anche nell’ultima ministeriale difesa, il segretario generale Jens Stoltenberg ha esplicitamente fatto riferimento alla presunta violazione russa del trattato Inf, esprimendo tutta “la preoccupazione” dell’Alleanza Atlantica. “Siamo preoccupati perché la Russia non rispetta i trattati internazionali sui missili a medio raggio”, aveva detto. “Non ha fornito risposte credibili sul nuovo missile – aveva aggiunto – ed è quindi urgente che Mosca affronti queste preoccupazioni in modo sostanziale e trasparente”.

LE ACCUSE DI MOSCA

Ora Trump ci ha messo il carico da novanta. Eppure, il dibattito sull’Inf ha avuto una presenza intermittente negli ultimi anni. Già nel 2016, era stato l’allora presidente Barack Obama a denunciare formalmente la Russia di violazione degli accordi. Nello stesso anno però, simili accuse erano arrivati da Mosca contro le manovre americane in Europa orientale, ribadite anche nei mesi scorsi dal Cremlino. Oggetto delle rimostranze russe era (e resta) il dispiegamento del sistema di difesa missilistica Aegis Ashore in Romania (proprio nel 2016) e in Polonia (che sarebbe dovuto entrare in operatività quest’anno, ma che sembra slittare al 2020). Secondo i russi, oltre ai tradizionali intercettori, il sistema sarebbe in grado di lanciare anche i Tomahawk, armamenti della stessa categoria di quelli proibiti nel trattato del 1987. Sebbene il Pentagono abbia sempre negato questa ipotesi, il National defense authorization act (Ndaa) per l’anno fiscale 2018 autorizzava proprio il dipartimento della Difesa a iniziare un programma di ricerca e sviluppo su un nuovo missile di raggio intermedio per il lancio da terra (paragonabile all’SSC-8 russo, e come questo, vietato nell’Inf Treaty). “Il nostro sforzo è portare la Russia al rispetto dell’accordo, non di abbandonare il trattato”, si giustificava Mattis. Sebbene con altri termini, il concetto di Trump sembra lo stesso. Certo, dall’altra parte non ha Kim Jong-Un ma Vladimir Putin, un osso che ha già dimostrato di essere molto più duro.

putin venezuela russia

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