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Dopo che Israele ha rotto il delicato equilibrio attorno al cessate il fuoco con Hamas, tornando alle operazioni nella Striscia di Gaza perché l’organizzazione palestinese non avrebbe rispettato le implementazioni della tregua, il caos regionale è velocemente tornato a ri-esplodere. Era evidente che lo stop ai combattimenti fosse una condizione momentanea, anche per questo per primi gli Stati Uniti – che avevano mediato il cessate il fuoco in uno degli ultimi passaggi dell’amministrazione Biden, con il sostegno degli uomini di Donald Trump – spingevano per implementare gli step successivi. Sarebbero serviti a rendere meno tattica la tregua, meno vincolata all’effettivo scambio di prigionieri e ostaggi (catturati nell’atto che ha dichiarato l’inizio della stagione di guerra, l’assalto di Hamas del 7 ottobre 2023). L’obiettivo era dare un senso strategico al percorso di de-conflicting, senso che però a quanto pare non rientra né negli interessi israeliani – difficilmente disposti a concedere l’elemento conclusivo di tale percorso, la cosiddetta “soluzione a due stati”, soprattutto nel campo dei radicali che sostengono il governo – né in quelli del gruppo palestinese e dei suoi dante causa, in primis l’Iran.

E così, nel giro di pochi giorni non sono solo riprese le operazioni nella Striscia, ma la regione è tornata indietro di qualche mese, quando gli Houthi attaccavano dallo Yemen, Israele sconfinava con operazioni in Siria, dal Libano piovevano missili sullo Stato ebraico. Da qui: Tel Aviv ha fatto sapere questa mattina di aver intercettato tre missili provenienti dal territorio libanese, dove opera Hezbollah, protagonista di un fronte della guerra regionale contro Israele – tecnicamente messo anche questo in pausa, ma evidentemente all’interno del gruppo sciita libanese c’è qualcuno che ha interesse a riaccendere i combattimenti, al procedere con la destabilizzazione, a seminare il caos. Mentre Israele procede con operazioni di terra tra le colline di Hamames, è tornato anche ad attaccare in Siria: nella serata di venerdì c’è stato un raid a Palmira, città simbolo dell’impegno russo pro-Assad, che teoricamente è controllata dai rivoluzionari che hanno vinto la guerra civile, ma che potrebbe ancora contenere installazioni dei gruppi filo-iraniani che hanno difeso il regime negli anni passati – gruppi antisemiti e anti-occidentali. Intanto, più a sud, in Yemen, gli americani sono al settimo giorno consecutivo di raid contro le postazioni degli Houthi, che hanno riaperto il loro fronte di guerra cercando di bersagliare direttamente Israele – in attesa di lanciare nuovi attacchi contro i navigli occidentali che scorrono lungo il corridoio euro-asiatico del Mar Rosso.

È un quadro destabilizzato. L’attività dei gruppi contro Israele – che risponde con il supporto americano – incrocia la dimensione superiore che riguarda l’Iran. Queste forze locali fanno infatti tutte parte del cosiddetto “Asse della Resistenza”, che ha vari livelli di connessione con Teheran. Per ora la Repubblica islamica non si muove direttamente, ma la tensione tornata alta non lascia chiaramente niente di definitivo. Per l’Iran il problema è anche gestire un equilibrio complicatissimo con il Golfo, in primis con l’Arabia Saudita – che nei prossimi giorni ospiterà i delicatissimi colloqui sull’invasione su larga scala russa dell’Ucraina – e gli Emirati (che intanto scommettono su Trump e sulla sua lettura transazionale della politica internazionale). La normalizzazione di Teheran con i regni sunniti è ancora in piedi per interessi reciproci, ma lo scarrellamento a una nuova, probabilmente più complicata, crisi regionale potrebbe anche alterare clamorosamente il tavolo.

Intanto, gli Stati Uniti si portano avanti con le manovre muscolari, preparando i piani per inviare una seconda portaerei in Medio Oriente dopo gli ordini del capo del Pentagono di estendere il dispiegamento della Harry Truman. Sarà probabilmente la Carl Vinson a essere re-indirizzata dall’impegno nell’Indo-Pacifico. Ossia, Washington si trova di nuovo nella posizione di dover modificare la propria attività strategica di primo contenimento cinese, per via delle intemperie di una regione da cui prospetta da un ventennio una rimodulazione al ribasso del proprio impegno.

La tregua tra Israele e Hamas è saltata e torna il caos regionale

Torna la guerra nella Striscia, gli attacchi degli Houthi, i bombardamenti in Siria, i missili dal Libano; gli Usa muovono le portaerei, il Medio Oriente torna indietro di qualche mese e sale la tensione regionale

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Di Vittorio Rizzi

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