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Lo spettro che si aggira nei Paesi sviluppati all’inizio di questo XXl secolo è il nazionalismo. Si parla di sovranismo,  ma si tratta solo del vecchio nazionalismo passato al restyling. I leader di Giappone, Cina, Russia, Turchia, Ungheria, Polonia, Slovenia, Stati Uniti, con modalità diverse, hanno vinto impugnando la bandiera della nazione. In Austria, Danimarca, Olanda  i nazionalisti sono al governo in alleanza con le destre tradizionali, che non raramente, per non essere surclassate, hanno adottato le parole d’ordine dei loro alleati-competitori. I grandi Paesi, Cina e Stati Uniti ad esempio, ne fanno il presupposto per rafforzare la propria leadership nel mondo. Nei Paesi medio piccoli, invece,  il nazionalismo è prevalentemente uno strumento di battaglia politica interna.

In ogni caso, la cultura nazionalista diventa più ampia del consenso elettorale dei suoi sostenitori.  Il nazionalismo ha le proprie radici nel primato della sovranità nazionale. Ha perciò bisogno di ventilare l’esistenza di una minaccia per il Paese. Questa minaccia è determinata da un nemico e da un pericolo. Il nemico, in genere è l’immigrato, mentre il pericolo riguarda gli spazi vitali dei cittadini più deboli: lavoro, servizi e sicurezza. In Europa ai nemici tradizionali di ogni nazionalismo: l’immigrato, l’ebreo, lo zingaro, si aggiunge l’Unione europea.  In Italia, la Lega sembra aver trovato una stabile collocazione in questo milieu internazionale. Sono piovute le critiche sul partito diretto da Matteo Salvini, ma è miope chiudersi nella colpevolizzazione della Lega; tutto il mondo avanzato è attraversato da un modernismo reazionario che nel nazionalismo trova la propria ragion d’essere. Occorre decifrare e combattere questa interpretazione del mondo prima di avversare coloro che la portano avanti.

Il nazionalismo, nell’afasia di chi dovrebbe combatterlo, appare una ragionevole soluzione alle preoccupazioni del cittadino comune perché gli fa scoprire un’appartenenza ideale e una possibile soluzione pratica ai propri problemi. Di fronte alle incertezze del globalismo e al bon ton dei multilateralisti, la brutale semplicità dei nazionalisti sembra rivelare che il re è nudo e che solo gli egoistici interessi delle élite hanno sinora impedito di risolvere vi problemi dei ceti meno protetti.

Il nazionalismo si nutre di emozioni, mentre la visione interdipendente del mondo è frutto della ragione. La ragione dovrebbe prevalere, ma l’interdipendenza si è portata dietro la globalizzazione e la globalizzazione ha prodotto sinora migliaia di vincitori e miliardi di sconfitti. A questi ultimi la ragione non dà risposte. Il nazionalismo appare perciò l’alternativa ragionevole a quello che si presenta come un inevitabile destino di emarginazione dei più deboli.  Se non nasce un’efficace politica contro  le ingiustizie sociali, il nazionalismo è destinato a crescere.

Non possiamo essere indifferenti perché la crescita dei nazionalismi non ha mai portato né pace né benessere; contrastare culturalmente il nazionalismo costituisce un dovere per chi ritiene che pace e benessere siano possibili in un mondo che non si chiuda dentro i confini delle nazioni. Il nazionalismo italiano, a differenza da quanto avviene in altri Paesi, sembra aver accantonato il concetto di patria. Nei primi giorni dopo le elezioni si sono impropriamente richiamati il concetto di popolo, “Il popolo ha deciso il vincitore delle elezioni”, e il concetto di Stato “Lo Stato siamo noi”; mai si è richiamato il concetto di patria. L’abbandono del concetto di patria è forse determinato dalle radici culturali della Lega che non danno  una visione unitaria dell’Italia e la dividono tra due appartenenze, quella del nord e quella del sud.

George W. Bush, nel discorso di insediamento del gennaio 2001, spiegò così le ragioni dell’identità del suo Paese: “L’America non è mai stata unita per ragioni di nascita, di sangue e di territorio. Noi siamo legati da valori di fondo, che ci muovono al di sopra della nostra quotidianità, ci sollevano al di sopra dei nostri interessi, ci insegnano cosa vuol dire essere cittadini.  Ogni ragazzo deve essere educato a questi princìpi. Ogni cittadino deve sostenerli.  E ogni immigrato, attraverso la condivisione di questi ideali, rende il nostro Paese più, non meno americano”.  Questo è il moderno concetto di patria, capace di superare i nazionalismi, che tutti dovremmo fare nostro.

 (Articolo pubblicato sul numero 138 della rivista Formiche)

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