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Dopo tre ore e mezza di confronto al Mise tra sindacati, governo e Mittal, per l’Ilva di Taranto ancora un nulla di fatto. Lo dimostrano le parole di Di Maio al termine del vertice iniziato all’ora di pranzo e finito intorno alle 16.30 ma anche gli umori dei sindacalisti riuniti attorno al tavolo e usciti con un’alzata di spalle da Via Veneto.

A Formiche.net  viene raccontato un incontro teso, a tratti drammatico, con le parti più volte tentate di alzarsi e sbattere la porta. In mezzo uno scontro durissimo tra alcune sigle e lo stesso ministro, visto come l’artefice di tale impasse. Per Taranto si mette male perché quello che doveva a tutti gli effetti essere una rilancio dell’acciaieria più grande d’Europa si sta trasformando sempre più in un labirinto da cui sembra impossibile uscire anche perché non si vede il filo di Arianna.

Il tavolo è imploso su questo numero: 4mila. Sono i lavoratori che Arcelor Mittal vorrebbe tagliare una volta completata la bonifica dell’area ed entrata a regime la produzione di acciaio. I sindacati non ne vogliono sentir parlare, facendo leva su questa prospettiva: se Mittal dice nel piano industriale che nel medio termine aumenta la produttività a Taranto, che senso ha mandare a casa 4mila persone se poi possono essere garantite da maggiori ricavi?

La trattativa, già in salita, pare si sia avvitata subito su se stessa, costringendo tutti quanti ad alzare bandiera bianca. Ma il vero ostacolo sta da un’altra parte. La scorsa settimana, come documentato da Formiche.net, il gruppo franco-indiano ha presentato l’attesa proposta migliorativa, che doveva fungere da integrazione al piano industriale già sul tavolo dell’ex ministro Carlo Calenda. A dispetto delle oltre 40 pagine però, sull’occupazione Mittal si impegnava a ribadire la precedente proposta di 4mila esuberi. Questo significa che i potenziali acquirenti non ne vogliono sapere di rivedere il target dei tagli.

Di Maio ha amesso come il tavolo di oggi sull’Ilva “è stato fatto per provare a far ripartire il dialogo: il piano di Arcelor Mittal però non è soddisfacente e i sindacati hanno sempre detto che non ci sono le condizioni per far ripartire la trattativa se l’azienda non batte un colpo”. In questo senso il capo dei Cinque Stelle, che per conto del governo sta gestendo l’intero dossier, si è dato una seconda, forse ultima, possibilità. Quella di rivedere Mittal in settimana qualora i vertici della società intendessero rivede le proprie posizioni.

Il fatto è che l’opzione flop è realistica. E allora intanto lo stesso Di Maio ha fatto partire la richiesta, in partenza già domani, per un parere lampo dell’Avvocatura dello Stato sulla gara indetta oltre un anno fa. Se si dovessero certificare le irregolarità menzionate dall’Anac, il governo legastellato potrebbe decidere di annullare tutto e rovesciare il fallimento del rilancio sul precedente governo, estensore della gara che ha portato Mittal a un passo dall’Ilva.

L’unica certezza almeno per il momento è, oltre alla sensazione di essere giunti sull’orlo del burrone (l’acciaiaria avrebbe cassa fino al 15 settembre, poi qualcuno dovrà metterci dei soldi per non chiudere e spegnere gli altoforni) che il clima è avvelenato a dire poco. I sindacati sono usciti parecchio indispettiti dal ministero, perché volevano l’accordo e non l’hanno ottenuto. La colpa agli occhi loro è anche del governo.

Marco Bentivogli, leader della Fim-Cisl e tra i sindacalisti più addentro la trattativa su Ilva, ne ha per tutti. Soprattutto per Di Maio. “La posizione dell’azienda sugli esuberi è immutata ed è inaccettabile, il governo non scioglie ancora i nodi di sua competenza. Per questo la distanza verso l’accordo si allontana anche rispetto all’avvio della trattativa ormai 15 mesi fa”.

Bentivogli ha ribadito che “è il governo che deve garantire le condizioni di partenza messe in campo dal precedente esecutivo a partire dai 250 milioni per le politiche di incentivo all’esodo, che a quanto pare sono scesi a 200. Invece Di Maio ha risposto che la trattativa è tra azienda e sindacati e che può ripartire anche in parallelo alla procedura per l’annullamento della gara. La sostanza è che, mentre il ministro verifica se annullare la gara, fa ripartire la trattativa su condizioni di partenza più arretrate rispetto al governo precedente”.

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