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Allarme negli Usa per le elezioni di midterm. La preoccupazione che il prossimo appuntamento elettorale possa essere oggetto di interferenze straniere analoghe a quelle registrate alle presidenziali del 2016 è al momento, a detta del numero uno di Nsa e Cyber Command Paul Nakasone “la cosa più importante”. Le parole del generale che guida l’agenzia d’intelligence e il comando dei cyber guerrieri Usa sono arrivate, non a caso, quasi in concomitanza con uno degli eventi più attesi della giornata di ieri, ovvero l’audizione che alcuni colossi dei social media hanno tenuto al Congresso per discutere proprio delle azioni da intraprendere per rendere più sicuri e privi di infiltrazioni – sui loro siti – il dibattito e l’integrità del processo democratico statunitense.

UNA NUOVA STAGIONE

Accusati molte volte dalla classe politica di non fare abbastanza per contrastare disinformazione e tentativi di ingerenze (russe in primis) sulle loro piattaforme, i giganti tech hanno fanno nuovamente mea culpa, ma anche annunciato maggiore cooperazione tra pubblico e privato in quella che lo stesso Mark Zuckerberg ha definito una nuova “corsa agli armamenti”. Cyber, naturalmente.
Per questo, davanti alla commissione intelligence del Senato, Facebook e Twitter (assente, e per questo criticato, quello di Google), i top manager delle aziende tecnologiche americane più potenti al mondo hanno ribadito di aver imparato la lezione e di voler tenere alta la guardia.

L’AUDIZIONE

La direttrice operativa di Facebook Sheryl Sandberg e l’amministratore delegato di Twitter Jack Dorsey hanno ricordato la sfida enorme che si trova a fronteggiare il settore tech, che ha a sua volta lanciato un appello alla cooperazione, perché solo lavorando insieme sarà possibile vincere queste battaglie. “Siamo stati troppo lenti ad agire”, ha detto la numero 2 di Menlo Park, ma “i nostri nemici sono ben finanziati e noi stiamo investendo tantissimo per rafforzare i nostri sistemi”. La manager ha spiegato che il colosso fondato da Mark Zuckerberg è disponibile a una regolamentazione del settore più severa, a patto che sia “giusta”. Poco prima dell’audizione, anche il fondatore della compagnia Zuckerberg, ha spiegato il punto di vista aziendale in una lettera aperta pubblicata sul Washington Post. Facebook, ha scritto il ceo, “ha rafforzato le sue difese”, ma è – come detto – come “in una corsa agli armamenti”: per combattere le interferenze nelle elezioni servirà “un sforzo congiunto tra i settori pubblico e privato per proteggere la democrazia americana dalle influenze straniere”.
Sulla stessa lunghezza d’onda l’ad di Twitter. “Dobbiamo aumentare la nostra trasparenza e rafforzare la collaborazione tra di noi”, ha sottolineato Dorsey. “Non possiamo contrastare tutte le cose da soli”. Sono oltre dieci i cittadini e le entità russi incriminati finora negli Usa – a seguito dell’inchiesta sul cosiddetto Russiagate, condotta dal procuratore speciale Robert Mueller – con l’accusa di aver tentato di interferire nelle elezioni del 2016. Ma l’indagine promette di allargarsi.

APPROCCI DIFFERENTI

Dall’audizione sono emersi i differenti approcci che Facebook e Twitter – piattaforme molto diverse da tanti punti di vista – adottano per contrastare la disinformazione. Entrambe hanno detto di utilizzare tecnologie sempre più sofisticate e intelligenza artificiale per combattere gli abusi e di aver apportato numerose modifiche alle norme per il loro utilizzo. Ma mentre Facebook sta perseguendo la “non autenticità” e gli account falsi, Twitter si sta concentrando sull’analisi dei modelli di comportamento per trovare attività sospette. Tuttavia, i loro modelli di business – servizi gratuiti che si basano sull’attrazione di quanti più utenti possibili da tenere quanto più tempo possibile nel loro ecosistema – rimangono gli stessi e ciò rappresenta una sfida per entrambe, che dicono però di condividere anche la volontà di rendere più complesso condizionare le opinioni dei propri utenti.

L’INVERSIONE DI TENDENZA

Che qualcosa nell’atteggiamento dei giganti del Web fosse cambiato lo si è compreso già nelle ultime settimane, quando Google, Facebook e Twitter hanno messo fine a una maxi attività di influenza attribuita questa volta sia alla Russia, sia all’Iran. Sono stati chiusi 39 canali YouTube, sei blog su Blogger e 13 account sul social network Google+ (i video caricati sui canali – si è calcolato – hanno registrato 13mila e 466 visioni negli Usa), oltre a 652 pagine Facebook (legate a Mosca) e 284 account Twitter (riconducibili a Teheran).

FIDUCIA (E DENARO) IN GIOCO

Forse non si tratta di una redenzione (per ora non premiata dalla borsa Usa), ma le ragioni per un’inversione di rotta da parte dei big della Rete ci sono tutte. Un nuovo sondaggio di PewResearch sostiene che, a causa della crescente diffusione di contenuti d’odio o molesti e a seguito di recenti scandali – compreso il caso Cambridge Analityca – quasi tre quarti degli utenti americani di Facebook hanno cambiato il modo in cui utilizzano il social media. Mentre poco più di uno statunitense su 4 avrebbe addirittura cancellato il proprio account sull’ancora popolarissima piattaforma di Menlo Park.

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