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Quale futuro per il sud? La domanda è stata posta al Meeting di Rimini nel corso di un dibattito promosso dall’Intergruppo parlamentare per la Sussidiarietà, a cui hanno partecipato diversi esponenti dell’intero spettro parlamentare italiano. “L’obiettivo è quello di tornare alla politica con la maiuscola, che lavori per il bene comune e riprenda quel senso di comunità nazionale, di intenti e di valori, che nelle difficoltà sa unirsi per ripartire”, ha spiegato durante l’incontro Barbara Saltamartini, presidente della Commissione Attività Produttive, Commercio e Turismo della Camera dei Deputati. A margine dell’evento, ha approfondito il tema in questa conversazione con Formiche.net.

Durante il dibattito promosso al Meeting di Rimini dall’Intergruppo parlamentare per la Sussidiarietà, a cui lei ha preso parte, si è cercato di approfondire il tema del rilancio del Mezzogiorno. Come e da dove far ripartire il sud?

La vera sfida che ha la politica italiana oggi, rispetto al sud, è arginare questo fenomeno silenzioso ma drammatico che è l’esodo dei giovani che vanno via dal meridione per cercare fortuna altrove. Negli ultimi sette/otto anni, secondo i dati Svimez, i giovani che dal sud Italia sono andati fuori regione o direttamente all’estero sono più di ottocentomila. Un numero importantissimo, perché più partono i giovani e più c’è un depauperamento sociale, culturale ed economico del territorio, perciò occorre invertire la rotta.

In che modo?

Creando lavoro. L’unico modo è fare una politica seria negli investimenti pubblici e privati, evitando da un lato di dotarsi dell’alibi che la politica italiana ha avuto sui fondi europei di coesione, quello di sperare di poter risolvere solo con questi l’intero tema del sud. Peraltro con un approccio molto assistenzialistico e con fondi spesso male utilizzati. Dall’altro lato, bisogna incentivare gli investimenti privati, e questo si può fare solo se si crea una rete di infrastrutture viarie, ferroviarie e tecnologiche, grazie a cui attrarre investimenti stranieri in Italia.

Un’accusa rivolta al governo è quella di avere un atteggiamento anti-impresa.

Un’accusa mossa ancora prima che il governo possa effettivamente mettere in campo, con la prima legge di stabilità, le iniziative più importanti a favore dell’impresa, prima fra tutti il tema dell’alleggerimento della pressione fiscale. Noi puntiamo alla flat tax, ma in questo caso ovviamente si parla di una flat tax graduale, altrimenti non potremmo lavorare da subito, visto le poche risorse che abbiamo. Ma c’è anche il tema del credito d’imposta, e di trovare, sempre rispetto al sud, investimenti in conto capitale che facciano passare questo dato dall’attuale 29 per cento al 34 per cento, nell’area del sud Italia e del Mezzogiorno. Ma soprattutto c’è la volontà di sostenere le Pmi, vera grande ricchezza del nostro Paese, il settanta per cento del tessuto produttivo italiano, attraverso una tassazione unica, semplice e basilare. E di farlo attraverso l’alleggerimento del cuneo fiscale, oltre che della possibilità del cumulo d’imposta ma con un sistema diverso di fondi di garanzia con le banche. Il nostro è un tessuto di Pmi, e c’è grande difficoltà di accesso al credito.

Ce la farete?

Le misure sono tante e non si possono fare tutte e subito, ma con la determinazione del vice premier Salvini, che sta mettendo in campo nelle prime fasi di stesura della legge di stabilità, si va in questa direzione. Altra cosa importante per le Pmi del sistema italiano è questo grande piano di infrastrutture annunciato dal governo, e che sarà per metà messa in sicurezza delle strutture che hanno necessità, e per l’altra metà il completamento delle altre strutture importantissime come il Terzo valico, la Pedemontana o il Tap in Puglia. Poi c’è il grande tema porti.

Su questo il sottosegretario Geraci ha parlato in un’intervista del possibile interesse cinese verso Trieste.

Noi dobbiamo evitare di perdere importanti investimenti esteri. Su Taranto ci siamo fatti sfuggire l’opportunità cedendo al Pireo la possibilità di diventare oggi il nostro principale competitor. Ciò detto, occorre valutare bene che tipo di investimenti arrivano nei nostri territori e anche con quali finalità. Si tratta di far rimanere quello che è italiano rendendo l’Italia competitiva in un sistema globale, ed evitando di svendere asset strategici o realtà imprenditoriali, fiori all’occhiello del nostro sistema industriale, a stranieri, sperando di ricavarne qualche soldo per il debito pubblico. Quella politica, attuata fino ad oggi dal Pd, per la Lega è fallimentare.

Il ministro Savona, in un intervento al Sole 24 Ore, ha indicato l’ambizione del governo, anche su questa manovra, di immaginare una crescita del Pil del 2 per cento. Le sembra realistico e che cosa possono fare il governo e il Parlamento per rendere più facile la crescita del nostro Paese?

È realistica nel momento in cui riusciremo a mettere in campo le iniziative che ci siamo detti. Per esempio anche semplicemente fare ripartire un piano di infrastrutture significa dare un grande impulso alla crescita del Pil, e io mi auguro che si possa mettere in campo questa iniziativa. Quello che poi a mio giudizio bisogna fare è investire nel capitale umano. Si cresce e si genera Pil se anche il sistema di educazione e di formazione è in grado di poter far competere i giovani in un sistema molto più ampio di quello italiano. In tal senso, i poli universitari devono sviluppare al meglio la possibilità di educazione, anche recuperando quella sincerità verso le famiglie e i giovani, invitandoli a investire in determinati percorsi formativi perché è lì che si può trovare lavoro serio e ben remunerato, piuttosto che in altri settori.

Nel dibattito al Meeting si è parlato di aprire le università del sud al Mediterraneo per farne una piattaforma culturale che parta dall’innovazione e dal rilancio delle stesse università.

Il tema dell’innovazione è fondamentale e lo è ancora di più se le nostre università fossero in grado di attrarre studenti che arrivano dal sud del Mediterraneo, e che anziché andare a Parigi se ne vadano nelle nostre università. Penso a Bari, Napoli, Catania, centri che hanno effettivamente una capacità attrattiva: credo che sia una grande risorsa del nostro sistema Paese. È però indubbio che per fare questo servono investimenti in università e ricerca, ma siamo fiduciosi, anche perché il neo ministro all’Istruzione è riuscito a trovare fondi nel cassetto rimasti finora inutilizzati, e siamo convinti che con questi potremmo migliorare il nostro sistema universitario.

Industria 4.0 è un progetto archiviato o c’è ancora da lavorare?

Credo ci sia ancora molto da lavorarci perché industria 4.0 ha finalmente riaperto il tema dell’industria, vera grande questione nazionale, ma ha anche dei grandi limiti, soprattutto territoriali. Perché al centro-sud una rete di innovazione e tecnologia ancora non è partita, il 5G o le grandi linee di comunicazione a banda larga sono limitate e c’è una dimensione imprenditoriale ancora troppo piccola, che difficilmente si mette insieme per creare quella sinergia necessaria ad attrarre le risorse. Occorre perciò ragionare su un secondo tempo, e questo proporrò alla Commissione attività produttive, una indagine per capire cosa è necessario fare.

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