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È un’estate calda per l’America dello Spazio, su cui il “fattore Trump” si sta facendo sentire all’insegna di due concetti chiave: militarizzazione e privatizzazione. Sul primo aspetto, pesa la crescente competizione extra-atmosferica, con cinesi e russi che si stanno impegnando non poco per aumentare le rispettive capacità. Il pallino del presidente è chiaro: occorre creare una Space Force, un nuovo braccio del Pentagono indipendente dalle altre Forze armate. Sul secondo punto, l’attenzione è tutta per il mantenimento dell’accesso alla Stazione spaziale internazionale (Iss), ad ora garantito dalla navicella russa Soyuz. L’attuale contratto scadrà alla fine del 2019, e gli astronauti americani rischiano di trovarsi a piedi per via dei ritardi che stanno subendo i due maggiori programmi (di SpaceX e Boeing) ideati per riconquistare l’agognata autonomia nel trasporto umano verso l’avamposto spaziale. Ma andiamo con ordine.

IL DIBATTITO SULLA SPACE FORCE

L’amministrazione Trump ha più volte proposto l’idea di una Forza militare specificatamente dedicata alle attività spaziali, indipendente dalle altre cinque Forze armate e alle dipendenze del Pentagono (qui le opinioni dei generali Mario Arpino e Roberto Vittori). Il supporto al Congresso per la proposta del presidente è sempre stato piuttosto trasversale, a fronte delle maggiori resistenze da parte delle strutture militari esistenti, del Pentagono e in particolare del dipartimento dell’Air Force. L’Usaf sarebbe, difatti, la più danneggiata dalla creazione di una nuova Forza spaziale, la quale nascerebbe con il contributo delle unità e dei fondi derivanti dalle altre. A perdere maggiormente sarebbe l’Aeronautica, attualmente la più impegnata sul fronte spaziale.

LE PROPOSTE E LA STERZATA DI TRUMP

Per cercare di superare tali perplessità, sono state avanzate proposte intermedie, tra cui la creazione di uno Space Corp all’interno dell’Usaf, ma dotato di ampia autonomia, o l’istituzione di uno Space Command alle dipendenze del Comando strategico Usa, uno dei nove comandi unificati degli Stati Uniti. A fine giugno, la sterzata di Trump, dritta verso l’idea originaria di una sesta Forza armata. Il presidente ha dato così mandato al Pentagono di studiare come inserire già nella richiesta di budget per il 2020 (attesa per i primi mesi del prossimo anno) la creazione di una Space Force. Nonostante le proprie rinomate contrarietà, il dipartimento della Difesa si è detto disponibile e un primo report è atteso nelle prossime settimane.

COSA PREVEDE IL BUDGET 2019

Intanto, nel National defense authorization act (Ndaa) recentemente approvato dal Congresso (con un maxi budget per il 2019 da 717 miliardi di dollari) è passata la linea dello Space Command, emersa a inizio maggio nella sottocommissione Strategic Forces del Senato. Inoltre, come ha notato su Breaking Defense il senior adviser del think tank Csis Mark Cancian, “il bill intraprende passi in direzione dell’autonomia spaziale prevedendo la creazione di un sistema alternativo per l’acquisizione di asset spaziali”, e “richiede un piano per aumentare la quantità e la qualità della struttura spaziale”. Non si parla ancora di Space Force dunque, ma la strada intrapresa sembra indicare che l’obiettivo finale è proprio questo.

L’ACCESSO ALL’ISS

Intanto, impazza il dibattito sul futuro dell’accesso alla Stazione spaziale internazionale (Iss). Ieri la Nasa ha rilasciato un aggiornamento della tabella di marca per i voli commerciali dedicati al trasporto di astronauti, ufficializzando ciò che si aspettavano in molti: un nuovo ritardo per le missioni dimostrative dei velivoli di SpaceX e Boeing. Secondo la schedule aggiornata, la navicella Dragon di Elon Musk effettuerà una missione dimostrativa senza equipaggio il prossimo novembre, tre mesi dopo rispetto a quanto previsto dall’Agenzia americana a inizio anno (già in ritardo rispetto ai piani iniziali). Slitta di conseguenza anche il volo dimostrativo con due astronauti a bordo, atteso per aprile 2019. Per la navicella CST-100 Starliner di Boieng un volo senza equipaggio è previsto “a fine 2018 o inizio 2019”, mentre con equipaggio a metà del prossimo anno.

IL TEST DI BOEING

Se per SpaceX mancano i dettagli sulla ragioni di tale slittamento, per Boeing è stata la stessa azienda a spiegare l’origine dei ritardi: un guasto al motore riscontrato durante il test di giugno. Il problema avrebbe riguardato alcune valvole che hanno determinato una perdita di propellente, un guasto su cui il costruttore è a lavoro e che comunque non ha causato danni all’attrezzatura.

OBIETTIVO 2020

I ritardi stanno alimentando i timori della comunità spaziale americana, spaventata dall’ipotesi di non poter condurre astronauti statunitensi a bordo dell’Iss dopo il 2019. L’attuale accordo con i russi copre infatti i voli fino al 2019, anno in cui sarebbero dovute entrare in servizio le navicelle di SpaceX e Boeing secondo i piani iniziali. Ora, la possibilità che ci riescano è allo “zero per cento”, come hacertificato a inizio luglio il report del Government Accountability Office (Goa), precedente tra l’altro alla comunicazione dei nuovi ritardi. “Se la Nasa non sviluppa opzioni per assicurare l’accesso all’Iss nel caso di ulteriori ritardi del programma Commercial crew – scriveva il Goa – non sarà possibile garantire il raggiungimento degli obiettivi politici statunitensi”. Tale ipotesi era già stata paventata a febbraio dall’agenzia spaziale americana. Allora, l’associate administrator per l’Esplorazione umana Bill Gerstenmair aveva presentato un piano B: utilizzare i voli di prova con equipaggio per la rotazione degli astronauti diretti all’Iss. Tutto questo è in fase di valutazione, chiarisce la Nasa, ma potrebbe permettere di non rinnovare l’accordo per la Soyuz qualora, tanto per la Dragon, quanto per la CST-100 Starliner, non arrivasse la certificazione necessaria.

IL RITORNO AI LANCI DI ASTRONAUTI DAL SUOLO AMERICANO

Intanto però, è atteso per oggi, venerdì 3 agosto, l’annuncio della Nasa su coloro che saliranno a bordo delle navicelle in questione per i test con equipaggio. In ogni caso, saranno i primi astronauti a partire dal suolo americano dopo la dismissione dello Space Shuttle nel 2011. Ciò ha un valore fortemente simbolico, poiché permetterà agli Stati Uniti di tornare alla piena autonomia nell’accesso umano allo spazio, un “made in America” (tanto caro a Trump) applicato all’extra-atmosfera. La Dragon è infatti pensata per raggiungere lo spazio a bordo del lanciatore Falcon 9 di SpaceX, mentre la Starliner partirà invece a bordo dell’Atlas V dell’americana United Launch Alliance.

L’EFFETTO TRUMP

Su tutti questi temi si sta facendo sentire l’effetto Trump, particolarmente attento proprio alla militarizzazione dello spazio extra-atmosferico e al maggior coinvolgimento dei privati per tutti i servizi concernenti l’Iss, nell’intenzione di privatizzarla completamente dal 2025. Da notare che proprio sulla collaborazione tra pubblico e privato, cifra stilistica della nuova economia dello spazio, gli Stati Uniti hanno trovato nell’Italia un interlocutore di primo livello, come testimoniato dal recente viaggio a Washington del premier Giuseppe Conte. Accanto a Trump, il presidente del Consiglio ha ricordato la collaborazione tra Nasa e Agenzia spaziale italiana (Asi), su cui (ci ha spiegato il presidente Roberto Battiston) sta pesando l’esperienza che l’Italia ha acquisito nelle partnership pubblico-private grazie al Piano nazionale space economy. Nel frattempo, negli Stati Uniti è il National Space Council (Nsc) ha gestire le redini del dibattito, un comitato interministeriale che il presidente ha voluto reistituire a livello di vice presidente per garantirsi un controllo diretto sulle politiche spaziali nazionali. Ad oggi, il Consiglio si è riunito tre volte (a ottobre 2017, a febbraio e poi a giugno) e in tutti e tre i casi sono arrivate indicazioni importanti, comprese quelle sulla Space Force e sulla privatizzazione dell’Iss. Il prossimo incontro è previsto per ottobre.

luna

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