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La separazione della rete in Italia prende corpo con il progetto di Tim di affidare la gestione dei cavi in rame e fibra a una società, controllata dallo stesso ex monopolista. Ieri l’Agcom ha dato il via libera preliminare allo spin off della rete, imprimendo all’operazione una prima direzione certa. Un crocevia importante nella nuova era Tim del post Vivendi, dopo il ribaltone al vertice architettato dal fondo Usa Elliott (qui uno degli ultimi approfondimenti  di Formiche.net), ai danni dei francesi capeggiati da Vincent Bollorè. Un’era nuova anche per la politica però e, giova ricordare, che l’intero progetto da oggi in poi dovrà trovare necessariamente la sponda del governo a Lega-Cinque Stelle, e non più del Pd.

Un tema, lo spin off della rete, finito direttamente al centro del dibattito organizzato questa mattina presso il Tempio di Adriano, in occasione della relazione annuale dell’Organo di vigilanza sulla parità di accesso alla rete, istituito dieci anni fa. Tanti gli esponenti del mondo tlc presenti, tra gli altri, oltre al presidente dell’Organo, Maurizio Mensi, hanno preso parte all’evento Giulio Napolitano, docente e numero uno della vigilanza sulla rete dal 2009 al 2012, il presidente dell’Agcom Angelo Marcello Cardani e il ceo di Tim, Amos Genish (nella foto) e Roberto Viola, della commissione Ue. In prima fila, ad ascoltare i relatori, anche l’ex presidente dell’Antitrust, Antonio Catricalà.

La societarizzazione della rete è stata ovviamente oggetto di un passaggio della relazione di Mensi, il quale ha sottolineato l’esigenza di garantire una parità di trattamento sia tra operatori sia con gli utenti, anche a spin off avvenuto. “Il progetto prevede la creazione di un’entità legale controllata al 100% da Tim che è destinata ad essere l’unica interfaccia per i servizi di accesso alla rete a tutti gli operatori, Tim compresa. Questa operazione darà certamente all’Italia un modello innovativo di separazione della rete in Europa”.

Tuttavia, ha proseguito Mensi, “questa operazione richiederà una rinnovata attività di vigilanza tesa innanzitutto a verificare l’effettivo conseguimento degli obiettivi ma anche ad evitare il verificarsi di fenomeni di carattere discriminatorio tra i diversi operatori retail che accederanno alla rete”. Tutto questo non ha evitato all’Organo di vigilanza di benedire la separazione della rete che “rappresenta senz’altro un’opportunità unica per superare le principali problematiche, connesse al pieno rispetto del principio di non discriminazione”.

Amos Genish però sa benissimo, e qui arriva la politica, che a Palazzo Chigi non c’è più Paolo Gentiloni e al governo non c’è più quel Pd promotore della prima ora della separazione. Ma soprattutto al ministero dello Sviluppo, il dicastero di diretta competenza sul dossier, non c’è più Carlo Calenda che certo non era un avversario del progetto, nonostante abbia fortemente sponsorizzato l’ingresso dello Stato a mezzo Cdp nell’ex Telecom.

Con Luigi Di Maio e Giuseppe Conte, insomma, potrebbero esserci dei problemi. Potrebbero, perché non sta scritto da nessuna parte che Salvini e Di Maio vogliano mettere davvero i bastoni tra le ruote a Tim. Ma è altrettanto vero che nel cassetto dei sogni dei due leader c’è sempre stata una società della rete pubblica o a maggioranza pubblica (con il Movimento al governo ci sarà l’obiettivo chiaro della rete pubblica e la massima attenzione e tutela ai lavoratori”, recitava un post sul blog delle Stelle due mesi fa). E difficilmente Tim vorrà cedere il comando della cosiddetta Netco, l’entità societaria post spin off.

Il manager israeliano non si è fatto trovare impreparato all’appuntamento a Piazza di Pietra. “Il progetto per la separazione della rete, che forgerà una nuova società in Italia e un nuovo business per noi, è un’opportunità per Tim e deve essere trattata come tale.  Noi in Tim ci siamo assunti la nostra responsabilità e vogliamo continuare a dialogare con i regolatori per una strategia win-win, dove si vince tutti”.

Non si può certo dire che però Genish abbia peccato di scarso ottimismo nell’immaginare il futuro, obbligato, confronto con Di Maio sul progetto rete. “Certo, lo incontrerò presto. Conto di iniziare un dialogo sul settore delle tlc, sul quadro regolatorio e sull’evoluzione di Tim in questo mercato. E francamente sono sicuro che avremo un dialogo molto produttivo, come è stato con il ministro precedente”.

Nell’attesa di un confronto diretto con il nuovo esecutivo, c’è qualcosa che però potrebbe minare il progetto stesso di separazione. E cioè il calo dei prezzi delle tariffe. Per ammissione dello stesso Genish, “siamo un po’ preoccupati dal costante calo dei prezzi annuali all’ingrosso di accesso che a noi non sempre sembra tenga conto del costo effettivo e del rischio: una situazione che può minare la sostenibilità di Netco, cioè la società della rete” che nei piani di Genish dovrebbe partire a gennaio 2019.

Insomma, tirando le somme, l’operazione rete sta entrando nel vivo, anche se le bucce di banana su cui scivolare non mancano. Qualunque cosa succede, valgono le parole congiunte di Napolitano e Cardani, in perfetta assonanza nel definire la separazione “qualcosa di veramente importante per il Paese”.

 

 

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