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Sulla vicenda della donna e del bambino lasciati annegare nel Mediterraneo, come dichiarato dal fondatore della Ong Open Arms, in seguito al soccorso prestato ad una imbarcazione carica di 158 persone, il Viminale ha parlato di fake news. La stessa cosa hanno fatto Guardia Costiera e Marina Militare libiche, con la seconda a sostenere la possibilità che alcune persone siano morte prima dell’arrivo delle motovedette. Di questo, Formiche.net ne ha parlato con Oliviero Forti, responsabile per le politiche migratorie e la protezione internazionale di Caritas Italiana, che ha affermato come “l’incapacità evidente nel gestire i flussi” ponga, a suo avviso, la necessità di “ripristinare quanto prima un’operazione europea di soccorso e salvataggio in mare”.

“La questione di fondo è fare una seria politica internazionale che porti innanzitutto alla pacificazione della Libia e a ristabilire un piano di sicurezza collettiva”, dice Forti. Ma “non c’è una ricetta risolutiva nell’immediato”, e la “chiusura dei porti è una negazione dei diritti umani”, oltre che il segno di “una politica di cortissimo respiro”. Mentre al governo, Forti consiglia “innanzitutto di non inseguire la cronaca quotidiana”, poi di “mantenere attivo il dispositivo di ricerca e soccorso in mare” e infine di “fare lo sforzo di mettere intorno a un tavolo società civile e istituzioni per pianificare insieme interventi che sono ormai necessari”.

Lei di questa vicenda che idea si è fatto?

La questione è più grande rispetto alla semplificazione di un caso drammatico: siamo di fronte a un fatto verificato, una morte in mare per cause addebitate, da testimoni oculari, alla Guardia costiera libica. Attendiamo dal ministero una smentita, come promesso, ma che al momento non è arrivata. Chiaramente ci sono delle precise responsabilità che pongono un grande tema, quello dell’incapacità evidente di gestire questi flussi se non attraverso un’esternalizzazione delle frontiere, affidandosi cioè a un governo come quello libico e a una Guardia costiera già nel passato dimostratasi incapace e non all’altezza. Questo ci porta a dire che deve essere ripristinata quanto prima un’operazione europea di soccorso e salvataggio in mare, come Mare Nostrum al suo tempo, dando la possibilità alle Ong di operare per evitare altre drammatiche morti.

Secondo i più critici l’Italia finanzia la Guardia costiera libica con l’obiettivo di lasciare ad altri, mi passi il termine, il lavoro sporco. La linea del Viminale dice che “ridurre partenze e sbarchi significa ridurre i morti”.

Di fatto, noi stiamo finanziando con mezzi e formazione la Guardia costiera libica: lo sta facendo l’attuale governo come già nel passato governi di sinistra o di destra. L’intento è quello di ridurre i flussi e ci stanno riuscendo. Però bisogna intendersi: se questo significa costringere le persone nelle carceri libiche o ancora peggio vedere aumentare i morti in mare, che è quanto sta accadendo, è un’operazione che non ha alcun senso. Se fossimo certi che la Guardia libica rispetti i diritti umani e che lavori per salvare queste persone, creando le migliori condizioni per la loro permanenza sul territorio libico, noi saremmo i primi a collaborare. Ma oggi non ci sono queste condizioni, e ogni giorno vediamo aumentare i morti in mare e le sofferenze nelle carceri libiche.

Qual è l’alternativa, per esempio in Libia? 

In Libia non ci sono le condizioni minime per fare nulla, perché c’è un conflitto in corso e un governo provvisorio che ormai da anni vive un contrasto interno. La questione di fondo è fare una seria politica internazionale che porti innanzitutto alla pacificazione di questo Paese, e a ristabilire un piano di sicurezza collettiva, sia per i libici che per i migranti, dopodiché si può tentare di fare un qualche ragionamento. Oggi la priorità è quella di salvare queste persone che cercano di arrivare in Italia, poi lavorare nel lungo periodo per ridurre i flussi nei paesi d’origine, perché non c’è una ricetta nell’immediato. Penso a qualche decennio, in quanto non è possibile fermare i flussi migratori in uno o due anni, se non a questo prezzo.

La chiusura dei porti ha rimesso in discussione il principio del soccorso in mare?

È evidente. La chiusura dei porti è una negazione dello Stato rispetto al tema dei diritti umani, ha un alto valore simbolico, che però è quello che il nostro ministero dell’Interno ha voluto raggiungere, cioè di far percepire all’opinione pubblica che attraverso un’azione forte e risolutiva, come chiudere i porti, si sarebbe risolto il problema. Sono politiche di cortissimo respiro che durano il tempo in cui vengono messe in piedi: la pressione aumenta verso l’Italia, nonostante i morti. L’idea poi che si possa responsabilizzare l’Europa non sembra così efficace, e l’esito del Consiglio europeo di qualche settimana fa, che qualcuno ha pensato fosse la svolta, non ha prodotto nulla. L’apertura di qualche Paese di accogliere 50 profughi, come nell’ultimo sbarco, è un granello nel deserto, perché parliamo di flussi di migliaia di persone. Tutto questo può tranquillizzare l’opinione pubblica per qualche giorno, ma le cose continuano dentro un clima ormai avvelenato. E l’aspetto che più preoccupa è che non c’è un’idea o una strategia.

Il ministro degli Affari esteri Moavero Milanesi ha mandato una lettera a Mogherini dicendo che l’Italia non ritiene più applicabili le disposizioni della missione Eunavformed Sophia. L’Austria ha detto che non accoglierà nessuno dei migranti sbarcati a Pozzallo. Che prova sta dando l’Europa?

L’Italia è lo specchio di un’Europa che è in uno stato confusionale totale, che ha tentato di ridettare alcune linee con l’agenda europea nel 2015, ma che ha poi visto i singoli Paesi, in particolare del blocco di Visegrad, andare in senso totalmente opposto, senza mettere in campo strumenti punitivi. C’è un’Europa con armi spuntate che non riesce a contenere sovranismi e nazionalismi che da un lato vanno nel senso dell’approccio italiano, e da un lato gli si contrappongono, con le frontiere chiuse ad est. Una politica dello scaricabarile dove a pagare sono i migranti.

Cosa si sentirebbe di dire all’attuale governo e al premier Conte?

Innanzitutto di non inseguire la cronaca quotidiana, legata all’arrivo di un’imbarcazione o di un’altra. Poi di mantenere attivo il dispositivo di ricerca e soccorso in mare, perché la nostra prima preoccupazione è salvare vite umane, attraverso la Marina, la Guardia costiera o le Ong. E dall’altro di fare uno sforzo di mettere intorno a un tavolo, come fatto dal precedente governo, la società civile e le istituzioni, per pianificare insieme interventi che sono ormai necessari. Oggi il governo non può immaginare di affrontare tutto senza il supporto e l’appoggio delle varie organizzazioni, che con la loro competenza hanno garantito la tenuta del sistema. In passato non abbiamo mai assistito ad alcuna debacle, a parte alcuni fatti legati a realtà criminali, e oggi il 90 per cento delle accoglienze sono garantite dal privato sociale, come anche dalla Chiesa.

La Libia, i migranti, il governo e il privato sociale. La voce della Caritas italiana

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di maio salvini

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