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Nell’ultima seduta plenaria della Knesset (parlamento israeliano) è stata approvata la discussa legge sullo Stato nazione. Degli 11 commi della legge, il comma 4 e il comma 7 hanno sollevato un dibattito interno e causato le critiche di Bruxelles.

La legge dichiara che Israele, patria storica del popolo ebraico, è lo Stato in cui gli ebrei esclusivamente esercitano il diritto all’autodeterminazione nazionale (comma 1); definisce la bandiera e l’inno (comma 2); stabilisce che Gerusalemme unita è la capitale dello Stato (comma 3); rafforza il legame di Israele con le comunità ebraiche nella diaspora cui è aperta l’immigrazione incondizionata (comma 5); stabilisce il calendario ebraico come calendario ufficiale accanto a quello gregoriano (comma 6); garantisce le festività ebraiche come ufficiali con il diritto delle minoranze di festeggiare le festività religiose delle diverse tradizioni, nominando alcune giornate di festa nazionali (commi 8-11).

Il testo è ampiamente dichiarativo e non cambia nella sostanza ciò che le leggi fondamentali (leggi di valore costituzionale) hanno già definito. I commi 4 e 8 sono invece i più problematici.

La legge definisce l’ebraico come lingua ufficiale dello stato, declassando l’arabo a lingua a statuto speciale il cui uso “sarà definito dalla legge”. L’arabo è stato fino ad oggi lingua ufficiale di Israele assieme all’ebraico, anche se la lingua principale è sempre stata l’ebraico. Nelle scuole è d’obbligo l’insegnamento dell’arabo, anche se gli studenti per la maggior parte non lo imparano. In un tribunale israeliano in cui il giudice, gli avvocati e le parti siano arabi comunque si preferisce l’uso dell’ebraico – tranne nelle corti islamiche, dove si usa esclusivamente l’arabo. Il declassamento non ha grandi effetti pratici: continueranno a esistere le scuole arabe, i tribunali islamici, e l’arabo continuerà ad essere usato negli uffici pubblici quando impiegati e cittadini decidano di comunicare in arabo. Lo stesso fenomeno si può osservare per altre lingue ampiamente diffuse in Israele, come l’inglese, il russo, il francese e l’amharico – che non hanno mai avuto status speciale in Israele. Non è raro in varie città israeliane trovare cartelli in quattro o cinque lingue (oltre alla terna comune ebraico-arabo-inglese, si aggiungono il russo e l’amharico). La comunità russa ha canali di informazione e una sistema scolastico aggiuntivo a quello ufficiale in russo. L’amharico, il persiano e il francese hanno spazi d’uso pubblici più ristretti per le minori comunità di parlanti.

L’altro comma che ha suscitato forti critiche e un ampio dibattito è il comma 8, che nella precedente versione prevedeva la possibilità di creare comunità residenziali a identità religiosa o nazionale omogenea. I consiglieri giuridici della Knesset e del governo si sono battuti perché il testo fosse cambiato, in quanto avrebbe creato una base giuridica per la discriminazione su base etnica o religiosa. Il testo è stato cambiato in una dichiarazione generale secondo cui “la creazione di comunità ebraiche (l’insediamento di comunità ebraiche) è un valore nazionale che lo Stato riconosce e difende, creando le basi per il suo sviluppo”.

La pratica delle comunità residenziali omogenee è tipica di alcune zone residenziali e cittadine, in particolare tra le comunità ebraiche religiose e quelle cristiane (cioè i pochi villaggi esclusivamente cristiani nel nord di Israele, che tentano di mantenere la loro esclusività). Così anche i kibbutzim (le cooperative agricole) tentano di mantenere la loro identità molto laica di fronte a potenziali residenti religiosi. Il testo è stato anzitutto interpretato come un tentativo di permettere l’esclusione di cittadini arabi nelle zone dove vivono esclusivamente ebrei, destando le accuse di razzismo. A questa formulazione si sono opposti anche il presidente dello Stato e esponenti del destra laica. Il testo approvato in legge appare ampiamente dichiarativo e secondo gli avvocati di governo e Knesset non potrà essere utilizzato per politiche discriminatorie.

La Lista Comune dei partiti arabi ha urlato alla seduta parlamentare “apartheid”, e parte della sinistra israeliana ha accusato la legge di esser razzista. Il testo precedente prevedeva un comma che definisse anche l’uso ufficiale del diritto ebraico come diritto dello Stato, ora usato come ispirazione interpretativa e applicato dai tribunali rabbinici. La destra laica, assieme alla sinistra si è opposta a una simile iniziativa e il comma è stato espunto dalla legge.

Bruxelles ha criticato la legge sullo Stato-nazione come un passo che allontana la soluzione del conflitto con i due Stati.

Lo scopo della legge è sottolineare ciò che sin dal suo principio Israele dichiara, cioè di esser lo Stato-nazione del popolo ebraico. Alla luce del crescente dibattito sulla legittimità della nascita e dell’esistenza di Israele in quanto Stato ebraico e democratico, la legge, formulata da esponenti della destra laica e della destra religiosa, vuole dichiarare che l’esercizio di autodeterminazione nazionale in Israele è riservato al popolo ebraico esclusivamente. La legge così com’è stata approvata, non intacca i diritti individuali e collettivi riconosciuti alle minoranze linguistiche, religiose e culturali, se non escludendo il diritto all’autodeterminazione nazionale palestinese in quella che oggi è Israele. È qui che verte il dibattito: non si tratterebbe di levare diritti alle minoranze ma di definirle come tali in una legge che esclude la possibilità di perseguire un’aspirazione nazionale, quella palestinese, se sostitutiva a quella ebraica nello Stato di Israele.

La critica di Bruxelles non sorprende se si tiene conto dei forti sentimenti che suscita qualsivoglia dibattito sulla nazionalità ebraica e sui diritti che ne conseguono. Non sembra per ora suscitare nessuna indignazione o preoccupazione la definizione nazionale palestinese o giordana, che pure si definisce esclusivamente araba e islamica pur riconoscendo uno status speciale alle minoranze cristiane. La preoccupazione di Israele non è tanto l’idea di uno Stato palestinese che sia il prodotto delle aspirazioni nazionali arabe palestinesi, quanto invece il sogno coltivato da non pochi che tale progetto nazionale ingurgiti anche Israele. L’idea cioè che a fianco di uno Stato-nazione palestinese esista una Israele che non sia Stato-nazione del popolo ebraico, bensì Stato multiculturale.

L’attenzione e l’interesse per il fenomeno della nazione ebraica e della statualità ebraica sono naturali se si pensa all’unicità del fenomeno nella storia. Ancor più interesse suscita un dibattito sulla nazionalità ebraica e il progetto nazionale israeliano in un’epoca in cui l’idea stessa di nazione attraversa un processo di ridefinizione, anche se non necessariamente legati al conflitto.

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