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“Sebbene sia sacra a tutte e tre le religioni monoteistiche, oggi Gerusalemme sembra piuttosto l’equivalente moderno della Vienna del 1683: una città fortificata sulla frontiera della civiltà occidentale”, ha scritto Niall Ferguson nel libro Civilization. Non c’è commento più adatto in riferimento al trasferimento odierno dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme. Ferguson intende dire che, se cade Israele, è come se fosse caduta Vienna nel 1683, quando i musulmani arrivarono alle sue porte e ne furono respinti.

L’assalto a Israele – alla sua storia, ai suoi confini, alla sua esistenza, ai suoi cittadini – è oggi parte di un più vasto attacco all’Occidente, alla democrazia, alla tradizione morale e culturale cresciuta nella felice interazione di Gerusalemme, Atene e Roma. Per questo Israele è oggi la singola questione più importante che definisce il paesaggio morale e politico del nostro tempo. E Gerusalemme è il fronte più fragile ed esposto di questo assalto.

Nel 2016 e nel 2017, l’Unesco, l’agenzia Onu per la cultura, la scienza e l’educazione, ha lanciato un messaggio poderoso e terrificante, qualcosa che non aveva precedenti dalla Seconda guerra mondiale: la Città Vecchia di Gerusalemme, il cuore dell’Ebraismo da più di 3mila anni e la sede del Cristianesimo da 2mila anni, non è mai stata ebraica. Per questo la decisione americana di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele è importante, perché lancia al mondo arabo-islamico il messaggio che l’unicità di quella città santa non è negoziabile e che soltanto sotto la sovranità israeliana quella città ha goduto di tolleranza e rispetto per tutte e tre le religioni.

I cristiani dovrebbero essere grati a Israele per consentire non soltanto la fede cristiana a Gerusalemme, a Qumran, a Masada, a Beersheva, a Betlemme, sul fiume Giordano, a Gerico, a Cafarnao, Megiddo, Nazareth, a Tel Dan e in un centinaio di altri luoghi biblici in Israele, ma anche perché Israele è l’unico Paese mediorientale in cui i cristiani crescono di numero.

Dal 1948 al 1967, quando Gerusalemme fu divisa, non soltanto agli ebrei fu negato l’accesso ai loro luoghi santi, quel Muro del pianto che per duemila anni era stata l’unica traccia della millenaria presenza ebraica in quella terra. Non soltanto le tombe e le sinagoghe ebraiche furono distrutte. Ma anche i cristiani furono vessati dalle autorità giordane. C’erano dei limiti sul numero di pellegrini cristiani ammessi nella Città Vecchia e a Betlemme durante Natale e Pasqua. Le organizzazioni di beneficenza e le istituzioni religiose cristiane non potevano acquistare proprietà immobiliari a Gerusalemme o possedere proprietà vicino ai luoghi santi. E le scuole cristiane erano soggette a severi controlli. Dovevano insegnare in arabo, chiudere di venerdì, il giorno santo musulmano e insegnare a tutti gli studenti il Corano. Allo stesso tempo, non gli fu permesso di insegnare materiale religioso ai non cristiani.

Israele è l’unico custode di Gerusalemme che si sia dimostrato affidabile e responsabile. La storia insegna che il migliore destino di una città mista, città difficili da gestire come Gerusalemme, è quello di essere garantito soltanto dagli ebrei e per due motivi. Il primo è che il pluralismo religioso funziona soltanto in una democrazia ed Israele è l’unico Paese democratico del Medio Oriente. La seconda è che il rispetto delle minoranze non è esattamente oggi una qualità del mondo arabo-islamico.

Oggi Gerusalemme non è una città perfetta, ci sono tensioni e conflitti irrisolti, ma è almeno una delle poche del Medio Oriente da cui i cristiani non devono fuggire, come dalla irachena Mosul, come dall’egiziana Minya, come dalla siriana Maaloula. Gerusalemme è anche una delle poche città mediorientali dove le chiese non sono mai state profanate. Per questo i 70 anni di esistenza di Israele e i 50 anni in cui Gerusalemme è stata la sua capitale unita sono una lezione storica su come in Medio Oriente si possa e si debba esercitare la libertà religiosa.

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