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L’escalation delle politiche sui dazi commerciali tra Stati Uniti e Unione europea, avviata a seguito delle decisioni assunte dell’amministrazione Trump, e il mancato raggiungimento fino ad ora di una soluzione condivisa, rischia di generare numerosi contraccolpi sull’economia dei due blocchi, con un duplice effetto negativo, sia sull’economia reale, andando a colpire imprese, lavoratori, e più in generale il potere di acquisto dei cittadini europei e statunitensi, e sui mercati finanziari, con effetti indiretti sull’economia reale ed effetti diretti sulla capacità di finanziamento delle imprese e sul risparmio privato.

Se si parte dalla premessa che in un’economia globale sempre più multipolare la cooperazione in area Atlantica tra Unione europea, Regno Unito e Stati Uniti d’America è condizione essenziale per lo sviluppo di ordinate relazioni commerciali ed economiche e per l’avvio di una nuova fase di stabilità e di crescita nel panorama globale, un’attenta analisi del fenomeno può spiegare come un punto di incontro sarebbe possibile a metà strada garantendo un soddisfacimento equilibrato delle reciproche esigenze.

L’introduzione dei dazi da parte dell’amministrazione Usa, che per il commercio con i Paesi Ue riguardano acciaio e alluminio con la previsione di estenderli anche al settore auto, istituiti sulla base della sezione 232 del Trade Expansion Act del 1962, rappresentano di fatto una risposta al persistente deficit della bilancia commerciale americana che ammonta, secondo l’Observatory of Economic Complexity, a 800 miliardi di dollari, di cui 314 miliardi nei confronti della Cina e 147 miliardi nei confronti dell’Ue.

Da tempo gli Usa stanno cercando di tenere sotto controllo lo squilibrio della bilancia commerciale, e le attuali misure rappresentano solo una delle risposte messe in campo e che si vanno ad aggiungere ai dazi antidumping, per quei prodotti stranieri che vengono immessi nel mercato statunitense ad un prezzo più basso di quello applicato sul mercato domestico di provenienza, e i dazi compensativi, che vanno a contrastare le misure a favore dell’export messe in campo da Paesi esteri per favorire la penetrazione del mercato Usa.

Finora l’attenzione dell’istituto di vigilanza sulla correttezza negli scambi commerciali, l’US International Trade Commission, si era focalizzata principalmente sugli scambi da e verso il mercato Cinese. Le recenti posizioni dell’amministrazione Trump denotano un cambio di paradigma, con l’ampliamento dell’attenzione focalizzata a rimettere in equilibrio la bilancia commerciale anche con l’Unione Europea. Ed è anche in questa direzione che si può leggere la posizione sfavorevole dell’amministrazione USA al proseguimento delle trattative per la Transatlantic Trade and Investment Partnership con l’Ue.

Il cambio di attenzione nei confronti del commercio con l’Ue è evidentemente una risposta a due fenomeni causa del persistente squilibrio della bilancia commerciale statunitense: da una parte la presenza di dazi diretti e indiretti applicati dall’Ue sui prodotti provenienti dagli Usa e dall’altra la politica mercantilista tedesca e il surplus commerciale di questi ultimi.

È infatti rilevabile come, secondo i dati del Wto, nel 2017 l’Ue abbia applicato dazi su prodotti Usa, considerando i beni effettivamente scambiati, pari a circa il 4% con picchi del 10% sulle automobili, del 7,5% sull’alluminio e oltre il 10% su alcuni prodotti alimentari.

A questo bisogna aggiungere le cosiddette barriere non doganali dovute a standard di qualità, norme sanitarie, norme di sicurezza, come nel caso di quanto previsto dalla PAC, la Politica Agricola Comune, ad esempio nel caso dei prodotti bio.

Un effetto di quanto sopra esposto è il surplus commerciale europeo trainato dai prodotti tedeschi. Di 147 miliardi di dollari di deficit commerciale nei confronti dell’Ue quasi 53 miliardi sono determinati dagli scambi con la Germania con ben 15 miliardi ascrivibili al solo mercato automobilistico.

Appare evidente come in una situazione così delineata un incremento dei dazi non rappresenti una soluzione ma rischierebbe di generare sia in USA che in Ue inflazione e perdita di competitività in alcuni settori e crisi della produzione in altri.

Sarebbe pertanto auspicabile che i tre blocchi dell’area atlantica, considerando il Regno Unito come blocco a sé stante per effetto di Brexit, trovassero una soluzione condivisa, una nuova partnership, e lavorassero insieme per modificare le regole del WTO e contrastare in maniera congiunta il dumping di alcuni Paesi terzi.

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Di Mario Angiolillo

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