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“Non ho ancora messo piede nel mio ufficio”, ha detto il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, al primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, incontrato durante la tappa del suo viaggio lampo in Medio Oriente – domenica, Pompeo ha fatto una colazione di lavoro in Arabia Saudita (dove era arrivato il giorno precedente), continuato verso Israele e chiuso la giornata in Giordania.

Pompeo dice una cosa vera tanto ovvia, ma che porta con sé un messaggio: il segretario di Stato tre ore dopo il giuramento ufficiale, arrivato subito dopo che il Senato aveva diffuso il risultato finale sulla sua conferma, s’è imbarcato sull’informale “US Air Force 757” che lo attendeva sulla pista della Andrews Air Base ed è decollato per arrivare all’alba alla ministeriale Nato di Bruxelles – “Non è mai bene arrivare in ritardo al tuo primo giorno di lavoro”, ha scherzato con i giornalisti.

Il messaggio è chiaro: gli Stati Uniti ci sono, sono al fianco dei loro alleati. La fretta con cui è stato organizzato il mini-tour di Pompeo indica la forte volontà con cui Washington ha voluto sfruttare la prima opportunità disponibile – l’incontro tra ministri degli Esteri dei membri Nato – per mostrare il suo nuovo capo della diplomazia. Mandare Rex Tillerson, il predecessore, sarebbe passata come una scelta poco curata: Tillerson era da tempo in rotta completa con il presidente Donald Trump, che lo aveva già svuotato dei pochi poteri affidatigli, e guidava un dipartimento in cui la sopportazione verso il proprio capo era da tempo oltre il limite di saturazione.

Pompeo mentre viaggiava con i giornalisti a seguito (uno dei vari cambiamenti già avviati rispetto all’era Tillerson, che non voleva troppi reporter tra i piedi) ha spiegato che è sua intenzione riportare subito a pieno regime Foggy Bottom – “Questa è la mia missione, ricostruire lo spirito e portare la mia squadra sul campo”, ha detto – perché da lì passeranno tutte le decisioni di politica estera prese da presidenza e amministrazione (ed è come sottolineare che lui avrà la completa fiducia di Trump, e non sarà scavalcato come spesso successo a Tillerson).

Il viaggio tra Bruxelles, Riad, Gerusalemme e Amman – dove Pompeo ha incontrato i corpi diplomatici che rappresentano gli Stati Uniti nei vari Paesi – è stato zeppo di argomenti scottanti: il dossier sul nucleare iraniano e come controllare l’influenza di Teheran nella regione mediorientale (argomento centrale per israeliani e sauditi) su tutti; ma anche la Siria, la Russia, la gestione delle alleanze. Pompeo ha cominciato il suo incarico fuori ufficio e in mezzo ai problemi.

E ha già preso posizione su questioni delicate, per esempio da Bruxelles ha detto: “Un grande gruppo [di Paesi] spera che gli ucraini inizieranno a compiere azioni dopo le quali potranno essere invitati a far parte della Nato, l’Ucraina ha bisogno di fare un lungo cammino per raggiungere questo obiettivo”.

Il 27 aprile, a latere della ministeriale, avrebbe dovuto svolgersi anche l’incontro della Commissione Ucraina-Nato, ma l’Ungheria l’ha bloccato di nuovo: come già avvenuto in febbraio (e come potrebbe avvenire a luglio), Budapest ha fermato gli importanti incontri tra la delegazione permanente ucraina e i membri dell’alleanza perché ritiene impossibile dialogare con un partner che ha approvato una legge sull’istruzione che considera una minaccia per una minoranza ungherese che vive in Ucraina.

(Foto: Twitter, @USAmbIsrael, Mike Pompeo e l’ambasciatore americano in Israele David Friedman)

Le mosse di Pompeo per rilanciare la diplomazia americana

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