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È giunto il giorno fatidico. Mercoledì 17 gennaio il presidente americano Donald Trump annuncerà il Premio Fake News, incoronando la testata, cartacea o televisiva che sia, più “corrotta” del 2017. Anzi, ci potrebbe essere più di un trofeo da alzare. Quando aveva annunciato la premiazione per lunedì 8 gennaio, poi posticipata, Trump aveva infatti dichiarato che fra le materie sottoposte al (suo) giudizio avrebbe incluso “la disonestà e il cattivo giornalismo in diverse categorie da parte dei Fake News media”. Per aiutare il presidente nella scelta, il sito ufficiale della campagna elettorale DonaldJTrump.com ha sottoposto gli elettori a un sondaggio non esattamente imparziale per “incoronare il re delle fake news”. Tre affermazioni del 2017 da parte di Abc, Cnn e Time, da votare secondo quattro opzioni: “Fake news”, “Faker news”, “Fakest news”, “Other”.

LA CORSA VERSO IL PREMIO

Sembrerebbe un gioco, eppure Trump fa sul serio, tanto da aver ribadito su twitter il 7 gennaio che “l’interesse e l’importanza di questi premi è molto più grande di quanto chiunque ha previsto”. Così in queste settimane celebrità del mondo dell’enterteinment statunitense, dalla tv alla carta stampata, si sono affrettate a mettersi in fila per accaparrarsi l’ambito riconoscimento. A cominciare da Stephen Colbert, conduttore del popolarissimo Late Show, che non ha perso tempo, pubblicando davanti ai suoi 17 milioni di followers un vero e proprio manifesto adibito per la candidatura, sottoponendo “alla considerazione del sig. presidente” il suo palmarès, fra cui figurano il premio “scimmiottaggio delle citazioni di George Soros”, quello per “il bottone più piccolo” e la coppa “corruzione”.

All’appello di Colbert hanno fatto seguito altri due pezzi da 90 del piccolo schermo americano: Trevor Noah, conduttore del Daily Show per Comedy Central, e la star Jimmy Kimmel. C’è in palio anche una cena di lusso. Ad offrirla sarà José Andrès, chef portoricano pluristellato che non ha mai digerito l’approdo di Trump allo studio ovale, tanto da aver disdetto la costruzione di un suo ristorante nell’hotel del Tycoon a Washington dopo il discorso anti-ispanico di Trump per annunciare la sua candidatura.

TRUMP COME STALIN E MAO: PAROLA DI UN REPUBBLICANO

C’è invece chi non ha preso con leggerezza l’iniziativa di Trump. La stilettata più forte non arriva dai democratici, ma in casa repubblicana. Mercoledì il senatore repubblicano dell’Arizona Jeff Flake, di certo non nuovo alle critiche contro il presidente, tanto da aver rinunciato a candidarsi alle prossime elezioni, terrà un discorso di fuoco al Senato contro i Fake media awards di Trump. Sabato scorso ha dato alla stampa un’anticipazione che già ha fatto molto discutere. Secondo Flake definire, come fa Trump, il sistema mediatico “il nemico del popolo” è degno di “Joseph Stalin, ma anche di Mao”. Neanche Kruschev, ha accusato Flake, si spingeva a tanto: “non penso che dovremmo usare una frase che è stata rifiutata da un dittatore sovietico”. Meno violenti, ma altrettanto sdegnati, due ex consiglieri speciali di Obama, Norman Eisen e Walter Shaub, che hanno invitato i dipendenti alla Casa Bianca ad astenersi dalla bizzarra premiazione di Trump, perché, scrive Politico, il Codice Etico di Capitol Hill vieta loro categoricamente di usare la loro posizione “per il supporto di qualsiasi prodotto, servizio o azienda”.

I CONCORRENTI

I candidati sono molti. Un pronostico si può fare con un primo scanner dei tweets al veleno di Trump contro i media americani. Su tutti spicca senza dubbio il New York Times, un’ossessione quasi quotidiana del presidente, che da anni lo ha ribattezzato un quotidiano “fallito”. Dalle predizioni sicure (forse un po’ affrettate) della vittoria di Hillary Clinton nella corsa alle urne, passando per il racconto del Russiagate e agli op-ed contro le riforme su immigrazione, tasse, sanità, lo storico quotidiano di New York, che di recente ha visto un cambio di vertice, con l’editore Arthur Gregg Sulzberger che ha ceduto il timone a suo figlio (omonimo), si è conquistato il titolo di quotidiano più odiato del presidente.

Seguono, nel mondo della carta stampata, il Washington Post e la rivista Time, che, pur avendolo nominato uomo dell’anno nel 2016, ha dedicato servizi non proprio lusinghieri nei confronti di Trump. Ancora più facile immaginare chi alzerà la coppa Trump per le (presunte) fake news nel mondo televisivo: non c’è dubbio, si tratta della CNN, il colosso dell’enterteinment statunitense con base ad Atlanta. A più riprese, da quando è nello studio ovale, Trump ha invitato i suoi followers al boicottaggio dell’emittente televisiva, che in questi mesi ha seguito con particolare attenzione, suscitando l’ira del presidente, l’inchiesta sulle accuse di interferenze russe nelle elezioni presidenziali.

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