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Non sempre la quiete dopo la tempesta è un buon segno. Eccetto qualche strepitio isolato che continua a provenire dalle cancellerie europee, gli ultimi ad aver fatto infuriare il segretario del Carroccio Matteo Salvini sono il ministro dell’economia francese Bruno Le Maire e il ministro degli Esteri lussemburghese Jean Asselborn, l’Europa sembra sottovalutare l’impatto dirompente che il nascente governo italiano può avere sull’Eurozona. Con un lungo post il German Marshall Fund (Gmf), l’autorevole think tank statunitense impegnato a tenere vivi i rapporti transatlantici con il Vecchio Continente, richiama Bruxelles alla realtà, mettendola in guardia da una pericolosa “normalizzazione della rabbia italiana”. Invece che cogliere nelle elezioni del 4 marzo “una fantastica occasione di riscatto per l’Europa”, le élites europee si sono limitate a lanciare moniti verso Roma, è il caso dei commissari Valdis Dombrovskis, Jyrki Katainen e Dimitris Avramopoulos. Così, scrive la responsabile del programma europeo Chiara Rosselli, la comunità politica ha fatto “l’esatto opposto di imparare la lezione, ha normalizzato il vento di cambiamento italiano e ha cambiato i toni, passando dal “disastro incombente in Italia” a “un altro giorno qualsiasi nella politica italiana”.

Esclusa dai tavoli decisionali europei e dall’asse Parigi-Berlino impegnato (con scarso successo) nelle riforme dell’Ue, l’Italia ha visto crescere il rigetto, già diffuso, dei palazzi di Bruxelles. Il programma politico messo nero su bianco da Lega e Cinque Stelle riassume in sé tutta l’insoddisfazione italiana per le politiche europee, risultando ibrido nelle forme e nei contenuti: da sinistra provengono suggestioni come il reddito di cittadinanza, la riforma del sistema bancario e pensionistico, da destra alcune linee programmatiche di politica estera quali una maggiore vicinanza al gruppo di Visegrad e all’Ungheria di Viktor Orban. Difficile, se non impossibile, tener fede alla maggior parte delle promesse elettorali senza violare apertamente i vincoli europei. Una bomba ad orologeria per la tenuta dell’Eurozona: “Con un rapporto debito/Pil del 132%, le finanze pubbliche della terza economia europea sono del tutto precarie e l’Italia è decisamente troppo grande per essere salvata dal Meccanismo Europeo di Stabilità”. Un rischio che non può essere ignorato: “A differenza della Grecia o del Portogallo, un collasso dell’economia italiana può uccidere l’Eurozona”.

Invece che spingere sull’acceleratore delle riforme, trovando un modo per conciliare le richieste francesi con le resistenze tedesche e le istanze italiane, Bruxelles tira il freno a mano, bloccata dal timore che una modifica dello status quo aggravi la crisi dando nuova linfa ai movimenti populisti in Europa. Un errore imperdonabile, ammonisce il German Marshall Fund. “Il più grande rischio è che l’inerzia della politica italiana offra di nuovo una scusa ai partners nordeuropei per continuare su un percorso di minimi aggiustamenti del progetto europeo”.

Nessuno nasconde le difficoltà di mettere insieme le richieste di 17 Paesi della zona euro. Ma un terreno comune da cui iniziare si può, anzi si deve trovare al più presto per ammansire il risentimento italiano ed evitare che attecchisca in altri Stati membri. Una riforma che bilanci la disciplina fiscale e il risk sharing non può non comportare qualche sacrificio. Conferire a Bruxelles una capacità fiscale, eventualmente inserendo una tassa sulla digitalizzazione, può sembrare una dolorosa perdita di sovranità. Ma è l’unica via per trovare le risorse necessarie a finanziare progetti ambiziosi come “un nuovo, rafforzato Piano Juncker per gli investimenti”, un pilastro sociale europeo più solido, con l’introduzione di “un regime di assicurazione europeo contro la disoccupazione”, che potrebbe accontentare in parte le richieste del governo gialloverde, e poi “un sistema europeo di assicurazione dei depositi stabile e credibile”.

Non è tutto. Affrontare con urgenza la riforma del sistema di Dublino sull’immigrazione, scrive Chiara Rosselli, dirigendosi verso una “co-gestione e un co-finanziamento dei confini esterni”, può togliere alibi e argomenti alla Lega di Salvini. E infine una modifica delle regole che sottendono i summit europei, aumentandone la trasparenza e la democrazia, è auspicabile per tutti, non solo per il Movimento Cinque Stelle. È bene aprire le porte di riunioni cruciali per i cittadini europei come l’Eurogruppo, ponendole sotto un più stretto controllo del Parlamento europeo, l’unico organo che prevede un’elezione diretta.

Le elezioni del 4 marzo in Italia, conclude il Gmf, siano carburante per le riforme europee, non un alibi per galleggiare. “A prescindere dal percorso che si prenderà, la costruzione di un nuovo compromesso politico su un piano così delicato richiederà un enorme sforzo diplomatico da parte di Francia e Germania, che dovranno assicurarsi che i partners italiani si sentano coinvolti nel processo decisionale europeo”.

Ecco come l'Europa può rispondere al populismo italiano. Report Gmf

Non sempre la quiete dopo la tempesta è un buon segno. Eccetto qualche strepitio isolato che continua a provenire dalle cancellerie europee, gli ultimi ad aver fatto infuriare il segretario del Carroccio Matteo Salvini sono il ministro dell’economia francese Bruno Le Maire e il ministro degli Esteri lussemburghese Jean Asselborn, l’Europa sembra sottovalutare l’impatto dirompente che il nascente governo italiano…

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