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Si arricchisce di una ulteriore minaccia la controversia sul gas che vede protagoniste le aziende che si sono aggiudicate i blocchi della zona economica esclusiva a Cipro e il governo turco che avanza pretese illegittime su quei giacimenti. Dopo aver stoppato la nave dell’Eni con la presenza di due fregate militari contro la Saipem 12000, ecco la minaccia di Ankara contro la nave della Exxon giunta nel Mediterraneo orientale scortata dalla sesta flotta statunitense, composta da quattro navi e 2500 marines, compresa la portaerei Iwo.

QUI ANKARA

Mentre la sesta flotta sta giungendo nell’area in questione, il premier turco Binali Yildirim ha detto: “Fermeremo anche le esplorazioni Usa”. L’occasione era una conferenza stampa congiunta con Tufan Erhurman, alla guida il governo turco-cipriota, riconosciuto solo da Ankara e non dall’Onu perché frutto dell’invasione turca di Cipro del 1974. “Le attività provocatorie – ha aggiunto saranno affrontate con la risposta adeguata”. Parole che seguono le minacce di due consiglieri del presidente turco Erdogan, che negli utimi tre giorni hanno lanciato strali contro aziende private in questione e Stati di appartenenza, contribuendo all’escalation che a largo di Cipro (membro dell’Ue) si sta intrecciando alle nuove dinamiche dei gasdotti e dei giacimenti Leviathan e Zohr.

QUI EXXON

La nave della ExxonMobil, accompagnata nell’area dalla Sesta Flotta degli Stati Uniti al fine di evitare il bis del caso Eni, si trova nel Blocco 10 della zee alla ricerca di idrocarburi come da concessione del governo cipriota, regolarmente aggiudicata dal colosso statunitense. Secondo ExxonMobil al primo posto ad oggi viene la “sicurezza degli equipaggi delle proprie navi e delle altre unità commerciali impegnate nel Mediterraneo orientale”. Le parole della portavoce della compagnia petrolifera, Suann Guthrie, all’agenzia di stampa “Cyprus News Agency“, accompagnano l’arrivo nell’area del blocco 10 USS delle navi Iwo Jima (LHD-7) USS New York e USS Oak Hill.

“Il nostro piano – aggiunge – è perforare due pozzi di esplorazione a partire dalla seconda metà del 2018. Parte della preparazione è l’acquisizione dei rispettivi permessi, che comprendono la raccolta di dati ambientali utilizzando le navi da ricerca”.

TRATTATI A RISCHIO?

Ma il diritto internazionale e i trattati sono oggi in pericolo nel Mediterraneo orientale? Secondo il prof. Stelio Campanale, docente di Diritto degli scambi internazionali presso la Lum Jean Monnet di Casamassima, sì. “In particolare a causa delle aspirazioni egemoniche dell’attuale governo turco il quale ambisce ad acquisire un ruolo di potenza regionale, in particolare nella zona del mare Egeo, Mediterraneo Orientale e Medio Oriente (Siria ed Iraq nord-occidentale). Questo obiettivo, tuttavia, è antistorico e pressoché irragiungibile giacché il crollo dell’impero ottomano a seguito della fine della prima guerra mondiale, in cui essa era combatté come alleata degli Imperi prussiano ed austro-ungarico, fu anche conseguenza di un fortissimo sentimento panarabista ed anti ottomano che portò alla sollevazione di tutte le popolazioni arabe del medio oriente e della penisola arabica, a fianco degli inglesi – aggiunge – . I quali, nonostante il proclama alla jihad lanciato dai turchi sperando in una rivolta delle popolazioni mussulmane suddite dell’impero britannico, preferirono appoggiare le truppe britanniche in cambio della promessa di assicurare loro il governo sulle loro terre attraverso la nascita di stati nuovi ed indipendenti. Nacquero così dalle ceneri dell’impero ottomano in medio oriente l’Arabia saudita ed i vari emirati indipendenti, la Siria, il Libano, la Giordania, l’Iraq”.

LA NUOVA GEOPOLITICA TURCA

Le azioni turche, quindi, come nuovo biglietto da visita per una fase del tutto diversa della geopolitica che abbraccia non solo il quadrante del Mediterraneo orientale ma anche mediorientale, con un’azione che intende incidere sui confini di Siria ed Iraq. Secondo il prof. Camapanele vuol dire mettere in discussione l’accordo Sykes-Picot del 1916 con il quale si stabilirono i confini dei nuovi stati in Medio Oriente e le zone di influenza di Francia e Gran Bretagna.

“Alla stessa maniera, – sottolinea – l’attuale governo turco sta cercando (e la prosecuzione dell’occupazione militare di Cipro del nord e le continue provocazioni alla Grecia lo dimostrano) di infrangere l’assetto territoriale di quella parte del mondo, come concordato nel Trattato di Losanna del 24 luglio 1923 con cui si firmò, definitivamente, la pace tra la Turchia e le potenze vincitrici della prima guerra mondiale; il primo trattato di pace, Sevrès 1920, seppure firmato dal plenipotenziario del Sultano non fu ratificato dal Parlamento turco, oramai nelle mani dei Giovani Turchi di Kemal Ataturk. La Grecia, in base al Trattato di Sevrès, ebbe il controllo sul territorio di Smirne, che si sarebbe dovuto concludere dopo un quinquennio al termine del quale si sarebbe deciso con un referendum se la popolazione locale avrebbe preferito l’annessione alla Grecia oppure restare turca. La guerra scatenata da Ataturk, contrario a questa condizione del Trattato di pace di Sevrès, portò alla cosiddetta Catastrofe dell’Asia Minore come la definiscono i greci ed alla fine della presenza delle popolazioni cristiane in Turchia come conseguenza delle politiche di espatrio forzato”.

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