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Guardando la comunicazione dallo specchietto retrovisore, essa diventa quasi irriconoscibile per i moderni, se non nel modo in cui dà risposte a bisogni certamente aumentati ma che, nella loro radice, sono quelli di sempre: identità, riconoscimento, legame sociale e mobilitazione quasi compulsiva della nostra mente. Solo un’impostazione storico-comparativa consente di vedere quanto è cambiato il sistema e, di conseguenza, quanto siamo cambiati tutti. Per far capire la radicalità di questo percorso gli studiosi parlano di nuovo paradigma, ma siamo ancora a definizioni accademiche.

Un passo semantico più deciso lo ha fatto qualche anno fa Mauro Magatti parlando di “rivoluzione permanente nella comunicazione”. Sembrava una definizione pertinente, ma oggi sembra acqua fresca rispetto alla portata innovativa imposta dalla rivoluzione digitale e da Internet. Per capirla fino in fondo, occorre ricorrere a una dichiarazione attribuita all’ex manager di Facebook Chamath Palihapitiya: “Facebook sta facendo a pezzi la nostra società”. Già di per sé, questa frase la dice lunga sul senso di onnipotenza dei signori dell’over the top, ma invece di lamentarci prendiamo atto che il nostro problema è qui. Per usare in funzione rassicurante il latino, hic est rhodus. Se questo è il nodo a cui siamo di fronte, per afferrarlo più  lucidamente occorre scomporlo in interrogativi e dunque in proposizioni più semplici.

Il primo riguarda un cambiamento significativo nella postura della comunicazione e dei media, allontanatasi sempre più da una forma di contiguità con la dimensione istituzionale e politica delle società contemporanee. È stata un’alleanza che ha dominato buona parte del secondo Novecento, nutrita di collateralismo, ma anche di una certa capacità di gestire con equilibrio il mix innovazione/rassicurazione.

Per semplificare, potremmo dire ancora che era una comunicazione abbastanza alleata della società, e dunque votata alla mediazione e non al suo contrario. Dobbiamo prendere atto che quella comunicazione è finita. Per cogliere i cambiamenti, e non farci abbacinare da come essa si presentava quando era una variante del suffragio universale delle società moderne, bisogna cominciare a inseguirli almeno in tre direzioni.

La prima registra l’assunzione di centralità da parte delle persone. Non sono più le reti, le appartenenze o i corpi intermedi a essere gli elementi che elaboravano contenuti e tendenze e li distribuivano ai soggetti. Il centro di questo nuovo sistema è l’individuo e la sua percezione di sentirsi autonomo e onnipotente di fronte agli schermi. Il secondo nodo, posto qui in polemica con una letteratura che esalta il fondamentalismo delle macchine, è la rincorsa compulsiva delle tecnologie all’accumulazione. In tale contesto, solo pochi soggetti a dimensione globale riescono davvero a lucrare ingenti risorse sul bisogno di comunicazione, mentre il resto del sistema mediale è affaticato da una crisi di scarsa redditività per le imprese comunicative che non rivendono le informazioni tracciabili sui pubblici.

La formazione degli imperi economici e pubblicitari costruiti sulla profilazione delle persone e dei loro consumi/comportamenti fa capire bene qual è l’economia politica della disintermediazione, mette a nudo interrogativi sul rapporto tecnologia/democrazia, ma anche qualche adagio rassicurante del passato. Si pensi a quanto studiosi e osservatori ci hanno fatto credere che l’exploit delle tecnologie comunicative fosse l’avvio aurorale di un’equivalenza comunicazione e bene comune.

Osservando serenamente le vite dei contemporanei si capisce che questo bene non è più comune; acutizzando lo sguardo sulle vite giovanili, e sull’economia dell’attenzione che i tempi sugli schermi rivestono in quella delicata fascia d’età, si capisce che se non si introduce una qualunque cultura regolatrice, il bene comune diventerà una citazione buona per i libri. Al passato.

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