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Un appoggio esterno del Pd a un governo Cinque Stelle? Nulla di impossibile secondo Aldo Giannuli, che dei pentastellati è fine conoscitore, e ultimamente anche critico severo. Intervistato da Formiche.net, il professore scorge in un governo Pd-M5S l’unica soluzione per sbloccare l’empasse post-voto, e per dare ai dem la chance di recuperare fiato prima delle elezioni europee del 2019. A suo parere non è l’ingovernabilità, già vissuta da altri Stati membri, che preoccupa l’Europa, ma la cessione di sovranità a Bruxelles, che con i Cinque Stelle e la Lega a palazzo Chigi rischia di diminuire drasticamente.

Professore, secondo lei il presidente Mattarella deve dare l’incarico a Luigi Di Maio?

È obbligatorio. Non credevo che la strategia di Di Maio, ovvero sfondare al centro, potesse funzionare. Mantengo tutte le mie riserve sui limiti di cultura politica del Movimento, sulla sua capacità di governare. Però mi sbagliavo, bisogna riconoscere che è riuscito a intercettare una parte importante dell’elettorato Pd. Detto questo qualsiasi governo si faccia oggi è un governo a termine, perché fra un anno si vota alle europee e si ridiscuterà la partita. La vittoria dei Cinque Stelle è netta, ma fragile. Primo perché, come ho detto, fra un anno con il voto europeo dovranno fare il tagliando. Secondo perché si trovano nella condizione di dover puntare al governo: se mancassero l’obiettivo, dopo una campagna elettorale tutta impostata sulla responsabilità di governo, pagherebbero un prezzo alto.

Insomma un gigante dai piedi di argilla.

Esattamente. Il Movimento è fragile perché vince una valanga di voti al Sud, ma rimane debole nella parte forte del Paese: in Lombardia e in Veneto non arriva al 20%, non è un dettaglio. Se i Cinque Stelle faranno, come credo, un governo con l’appoggio esterno del Pd, si scontreranno sullo scoglio della finanziaria, che dovranno votare facendo i conti con il pressing europeo, una situazione bancaria inquietante e la resistenza degli apparati. Ricordiamoci che i burocrati sono stati plasmati da chi è stato al governo, non è detto che siano dei servitori leali.

Dunque sarà più semplice trovare un accordo con il Pd che con la Lega di Salvini?

Un’alleanza con la Lega è fantascienza. Ora che Salvini ce l’ha fatta a diventare il capo del centrodestra non accetterebbe mai di fare il numero due di Di Maio, né tantomeno rinuncerebbe mai ai governi della Lombardia e del Veneto. Peraltro Cinque Stelle e Lega hanno un elettorato simile, se non coincidente. Viceversa il Pd è costretto a trovare un accordo. Ho sentito i commenti di esponenti come Cuperlo e Giachetti, che gridano “mai con i Cinque Stelle” perché devono ancora elaborare il lutto. Ma la verità è che il Pd ha bisogno di un anno di tregua per arrivare alle europee, se ci fossero le elezioni anticipate ne uscirebbe triturato. Dunque i dem devono considerare seriamente la possibilità di un appoggio esterno ai pentastellati.

Il segretario dem si è dimesso dalla guida del partito. Esiste un Pd senza Renzi e viceversa?

Certo, Renzi senza il Pd può benissimo diventare il direttore del Cottolengo (ride, ndr). Renzi ha tutte le sue responsabilità, non sarò certo io a difenderlo. Ma il risultato del Pd è frutto di una crisi strutturale che ha colpito tutto il centrosinistra in Europa, dove ormai in molti Stati non arriva nemmeno alla doppia cifra. Il compromesso fra sinistra socialdemocratica e neoliberismo ha funzionato finché non è arrivata la crisi, oggi non è più efficace.

Si aspettava una performance così deludente di Liberi e Uguali?

Liberi e Uguali nasce da una fusione a freddo di movimenti e gruppi privi di una base elettorale. D’Alema e Bersani prima hanno permesso che la propria base evaporasse, poi hanno fatto una scissione di sé stessi, con relative mogli, nipoti, autisti. LeU, lo dimostrano i risultati elettorali, ha preso quello spazio da 3% o poco più che qualche anno fa era occupato da Sinistra Arcobaleno. Questo significa che gli ex del Pd non hanno portato alcun voto: è impressionante constatare che a Gallipoli D’Alema ha fatto il 3,8%, e Bersani a Verona ha preso il 4%.

Dare a Pietro Grasso la leadership è stata una mossa sbagliata?

È stato un autogol clamoroso. Grasso era il pm più apprezzato da Marcello Dell’Utri, ha proposto la medaglia antimafia per Berlusconi. Poi ha fatto il capo dell’Antimafia grazie a una legge ad hoc per fregare Caselli. Per finire, ha ottemperato alla carica di presidente del Senato in modo scandaloso per far passare qualsiasi riforma proposta da Renzi.

Cosa dire invece dei risultati di Emma Bonino e del suo +Europa?

Stesso discorso, una bolla mediatica. Così come LeU si è presentato come la fotocopia del Pd, cosicché gli elettori hanno preferito scegliere l’originale, Emma Bonino ha provato a proporsi accanto al Pd come sinistra più europeista, ma nessuno le ha creduto.

A suo parere Bruxelles dovrebbe preoccuparsi più di un governo Cinque Stelle o di centrodestra a trazione leghista?

Se fossi a Bruxelles mi preoccuperei di come condizionare qualsiasi governo italiano, ed è esattamente quello che faranno. Salvini d’altronde ha aperto la conferenza stampa post voto rassicurando l’Europa, e i Cinque Stelle hanno abbandonato ormai da almeno un anno l’euroscetticismo delle origini. Quel che interessa a Bruxelles è piuttosto rafforzare il rapporto fra la tecnocrazia europea e gli apparati burocratici italiani per arginare eventuali deviazioni. Non esiste un discorso di ingovernabilità: il Belgio non ha avuto un governo per due anni, la Spagna ha avuto tre elezioni in un anno. Per l’Unione Europea governabilità non significa trovare un accordo il giorno dopo il voto, ma cedere quote di sovranità a livello sovranazionale.

Queste elezioni sanciscono la fine di Silvio Berlusconi come playmaker della politica italiana?

Un po’ mi dispiace, perché il Cavaliere è un pezzo della storia repubblicana. Però, insomma, ha sulle spalle 82 anni, una serie di ripetute crisi politiche e deve pensare alla sua salute. Ormai ha perso verve, la sua è stata una campagna politica spenta, a tratti noiosa. Il Berlusconi che pulisce con un fazzoletto la sedia di Marco Travaglio da Santoro alla vigilia delle elezioni è ormai lontano anni luce. E il suo movimento politico è ormai fatalmente, irrimediabilmente legato al suo destino.

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