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Il tempo è scaduto. Il presidente della Repubblica non intende lasciare il Paese desolato di fronte allo spettacolo della inconcludenza di forze politiche afflitte dal male dell’autoreferenzialità. L’accelerazione per l’assegnazione di un incarico è nelle cose. Che si prenda poche ore o pochi giorni, poco importa. Il terzo giro di consultazioni non ci sarà. Sergio Mattarella si ritroverà quindi nelle stanze del Quirinale insieme ai suoi più stretti, e validi, collaboratori avendo un dilemma non banale davanti a se. Non avendo i partiti fatto alcun passo in avanti, non c’è una soluzione che può assicurare l’esito positivo. Il Capo dello Stato dovrà fare un tentativo (e poi eventualmente un altro se il primo fallisse). Da chi partire però?

La Costituzione non indica un metodo particolare ed assegna al Colle una ragionevole discrezionalità. Trattandosi di dover trovare il numero di voti parlamentari sufficienti per avere la maggioranza ed ottenere la fiducia, sul piano razionale non sarebbe un controsenso partire da chi più è vicino al traguardo. Da questo punto di vista, è evidente che la prima mossa toccherebbe al centrodestra. La coalizione ha già dichiarato di essere pronta ad assumersi la responsabilità e che indicherà una figura “scelta dalla Lega” (non Salvini, o almeno non necessariamente). La persona che maggiormente potrebbe raccogliere consensi è quella di Giancarlo Giorgetti, numero due del partito, fedele collaboratore del leader e deputato di lungo corso ben apprezzato dai colleghi, avversari inclusi. Giorgetti potrebbe persino ottenere l’appoggio (esterno?) di larghi settori del Pd. Si andrebbe quindi, se ci saranno le condizioni, nella direzione di un “governissimo” (copyright Di Maio) che Salvini farebbe fatica a digerire ma che difficilmente potrebbe sabotare avendo conquistato Palazzo Chigi sia pure attraverso il suo più stretto collaboratore (insieme a Lorenzo Fontana).

Il Movimento 5 Stelle resterebbe all’opposizione e griderebbe all’inciucio contro il cambiamento. Se la sentirà l’inquilino del Quirinale di lasciare fuori il primo partito italiano, che peraltro ha dato prova (quasi sorprendentemente) di una invidiabile postura istituzionale? La seconda alternativa sarebbe infatti di affidare l’incarico di esplorazione al giovane leader della formazione grillina. Di Maio a quel punto si troverebbe di fronte al bivio secco: dentro o fuori. A quel punto il tentativo di intesa nei confronti della Lega (e del Pd) sarebbe ancora più forte, senza però certezza che sia altrettanto efficace. Da parte sua Mattarella potrebbe dare un segnale forte di riconoscimento a quella voglia di cambiamento che è passata dal Vaffa di Grillo all’atlantismo di Di Maio. Un azzardo, forse, ma popolare in questo momento.

Va detto peraltro che, se i giri di consultazioni sono stati due, nulle impedisce che anche gli incarichi esplorativi siano due se il primo andasse a vuoto. Dopo aver lasciato le barche dei leader in mare aperto, ora il Presidente della Repubblica deve mostrare, ai cittadini anzitutto, che c’è un porto cui approdare. Dopo una lunga e accesa campagna elettorale, l’Italia chiede un governo. A Mattarella l’arduo compito di sciogliere la matassa che gli altri si sono peritati di aggrovigliare. Giorgetti o Di Maio o un terzo ancora? Fra poco, speriamo, scopriremo chi sarà l’esploratore e se saprà trovare la rotta per il porto finale.

mattarella

Esploratore cercasi. Giorgetti o Di Maio? Il dilemma di Mattarella

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