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Per essere una svolta lo è, ma da qui a parlare di convergenza tra Open-Fiber e Tim sulla società della rete (qui il focus di Formiche.net relativo all’incontro di ieri tra il ceo Tim, Amos Genish e il ministro Carlo Calenda), ce ne vuole. Perché, la domanda che circola in queste ore è se lo Stato, azionista al 50% di Open Fiber tramite la Cdp (il resto è in mano all’Enel, società quotata ma a controllo pubblico), batterà ciglio o meno una volta che Tim avrà completato lo scorporo.

Tanto per cominciare c’è un problema di infrastruttura, come viene fatto notare da ambienti di Open Fiber. La società per la banda larga presieduta da Franco Bassanini, ex numero uno della Cassa, sta portando avanti tutt’altro progetto, senza ombra di dubbio nuovo e diverso rispetto alla più datata rete in rame dell’ex Telecom. Deragliare da questo binario per trovare una sinergia con l’ex monopolista ora in mano francese vorrebbe dire nei fatti annientare un progetto che va avanti da svariati mesi, con dei risultati.

Mettiamo però che nel frattempo ci sia una sorta di tempesta perfetta. Del tipo, un governo favorevole alla fusione tra le due reti all’indomani del 4 marzo insieme a un vertice Enel che cambia idea (finora l’ad del gruppo elettrico Francesco Starace si è sempre dimostrato piuttosto freddo sulla possibilità di una convergenza tra le sue infrastrutture, non che Bassanini non abbia anche lui dei dubbi). Il tutto con il placet del governo e della stessa Tim. Insomma una congiunzione astrale ideale per una fusione. Ci sarebbero però problemi di tempo.

Tanto per cominciare la società della rete di Tim andrebbe quotata, per capire sul campo quanto il mercato la valuti. Già questo processo richiederebbe del tempo, considerato il lavoro degli advisor. Poi bisognerebbe aprire la trattativa tra le sue società, con una tempistica stimata in 6 o 7 mesi. Aggiungendo le rispettive assemblee e il confronto coi sindacati, ci vorrebbero non meno di due anni. E in due anni possono cambiare tante cose in un Paese come l’Italia. Insomma, qualcuno fa notare, c’è tanta tattica, forse troppa per essere qualcosa di realistico.

Anche sull’altra sponda, quella di Tim, sembrano volerci andare coi piedi di piombo. Le elezioni sono alle porte e ieri Genish ha raggiunto solo un accordo preliminare, la vera prova sarà il board del 6 marzo. E se vincessero i grillini, per esempio. Il Movimento Cinque Stelle non ha mai nascosto la sua predilezione per una rete pubblica. Altro che quotazione.

 

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