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Gli opposti si somigliano, per veemenza nel sostenere le posizioni, per toni utilizzati nell’esporle, per fervore dimostrato nell’arrivare alla fine della battaglia. In questo caso, però, si somigliano anche nelle opinioni: Leave e Remain vorrebbero si tenesse un nuovo referendum sulla Brexit. Ecco chi lo approva, chi vorrebbe farlo ma non può dichiararlo e chi, invece, si dice contrario.

Breve postilla: il testo dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona non dice nulla a proposito di un Paese che, deciso a uscire dall’Ue, cambia idea prima dello scadere dei due anni in cui è necessario concludere un accordo. La scadenza – che per la Gran Bretagna è prevista alle 23 del 29 marzo 2019 – potrebbe inoltre essere prorogata se tutti i Paesi dell’Ue si trovassero d’accordo.

YES

Chi per ultimo si è detto favorevole a un nuovo referendum è stato proprio chi, da quella votazione, è uscito vittorioso, più di tutti: Nigel Farage. Secondo l’ex leader Ukip un secondo referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione europea sarebbe necessario per mettere a tacere la fantasticherie dei Remain anche perché, secondo il “padre” della Brexit, il risultato potrebbe essere ancora più netto di quello del 23 giugno 2016 (52% Leave conto 48% Remain). Nick Clagg, leader del partito Liberal Democratico e contrario all’uscita dell’UE, ha twittato: “Sono d’accordo con Nigel”. L’economista Vince Cable lo ha seguito. Chissà quanto si starà divertendo Farage nel vedere l’evolversi dell’ennesima confusione politica scatenata e nel diventare il paladino dei Remain.

Bregret-01

Ma partiamo da qualche mese fa. Sull’ondata di questo grafico pubblicato a ottobre da YouGov, autorevole centro statistico britannico, erano iniziate le prime timide discussioni su una seconda tornata elettorale. I giornali andavano a spulciare nuovamente l’articolo 50, cercavano di fare chiarezza sulla reale possibilità di un remake, e accendevano un fuoco di speranza tra i Remain, rimasti appesi a un sogno sbiadito.

La portata della discussione è diventata poi più ampia in seguito alle parole di Tony Blair – definite dal Telegraph un “affronto alla democrazia”. L’ex primo ministro Labour, infatti, ha chiesto un secondo voto sull’uscita dall’Unione europea. E così le voci degli anti-Brexit si sono accese, catturate da una sempre maggiore attenzione mediatica scatenata poi da Farage, e cavalcando l’onda delle difficoltà che il governo deve – e dovrà – scavalcare per raggiungere un accordo che sia perlomeno accettabile. Il “no-deal” è infatti l’ipotesi cui fanno riferimento Sadiq Khan, sindaco di Londra, Tom Brake, portavoce del Liberal-democratici, Chuka Umunna, deputato laburista, Philip Hammond, Cancelliere dello Scacchiere Tory, e tanti altri, nel sostenere un secondo referendum. Se questo non dovesse arrivare, tra le varie conseguenze, ci saranno “50 miliardi di sterline e 500 mila posti di lavori in meno entro il 2030”, affermano i sostenitori del Remain.

NO

Seppure tra gli entusiasti di un secondo referendum ci siano anche alcuni membri del partito cui fa capo May, i conservatori in queste ore stanno cercando di tacciare l’ex leader dell’Ukip accusandolo di essere un “combinaguai” e di cercare solamente di far cadere il governo e i negoziati sulla Brexit.

Non sappiamo ancora chi, tra i sostenitori del Leave, si convertirà all’inversione di marcia di Farage ma, almeno per ora, in questa categoria rientrano ancora molti personaggi politici che lo hanno sostenuto in campagna elettorale. Tra questi c’è Michael Gove, ministro dell’Ambiente del governo May, come anche l’ex ministro degli Esteri britannico Tory William Hague che, già nell’ottobre scorso, firmando un articolo sul Telegraph, affermava che una seconda votazione “sarebbe il processo più divisivo, amaro, rabbioso, pieno di odio e disincantatore che questo Paese potrebbe infliggere a se stesso… milioni di persone di tutte le età sarebbero infuriate contro un’élite che cerca di rovesciare la loro opinione”. E questa ragione, in alcune sue parti, è proprio quella che ha portato la premier Theresa May a escludere categoricamente ogni apertura in questa direzione.

VORREI MA NON POSSO

Seppure abbia dichiarato il contrario, May potrebbe ragionevolmente essere sfiorata dall’idea che un secondo referendum sarebbe la soluzione a tutti i suoi problemi. Le preoccupazioni di arrivare a un accordo decente potrebbero superare quelle che, ipoteticamente, la farebbero vivere con l’idea di aver “commesso un tradimento verso gli elettori”, citando le sue parole. La sua posizione contraria, comunque, è stata appoggiata anche dall’Unione europea.

Se davvero si svolgerà un secondo referendum e il Regno Unito rimanesse nell’Ue, come vogliono gli ultimi sondaggi, lo Ukip e Farage riusciranno ancora una volta a mettere a nudo tutte le divisioni interne ai partiti tradizionali. Nigel Farage finirà per fare bingo pur non ricoprendo alcuna carica politica?

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