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Questa volta la querelle tra Serbia e Kosovo non c’entra. Belgrado sembra essere finita in una spirale di caos, dopo che il Parlamento ha preso atto delle dimissioni del governo e dopo che il presidente Aleksandar Vucic ha aperto ad un suo passo indietro per la questione del cannone acustico. Le piazze del Paese ribollono a seguito della maxi adunata di cinque giorni fa che ha visto sfilare almeno 100mila persone, per contestare la corruzione che, verosimilmente, ha provocato l’incidente di Novi Sad dello scorso novembre, che ha causato 15 morti. Il tema vero tocca il contesto generale di alta tensione che resta in aree come Bosnia e Kosovo, il momento di complessità per via del dossier Ucraina e dei programmi sulla difesa, a fronte dei quali il costone balcanico rischia di sommare altra destabilizzazione.

Cannoni acustici o no?

Se verrà dimostrato che contro i manifestanti è stato utilizzato un cannone sonico Vucic non sarà più il presidente della Serbia. Lo ha detto pubblicamente il diretto interessato, sottolineando che tutte le armi acquisite dalla Serbia sono a disposizione anche di tutti gli altri Paesi del mondo, e “nessuna di esse” è stata utilizzata durante le proteste del 15 marzo scorso. “Non ho bisogno di alcuna immunità”, ha assicurato il presidente, come per voler prendere di petto la questione sociale in corso nel paese e le accuse che, non più velatamente, gli vengono indirizzate dalla popolazione. Anche il ministro dell’Interno Ivica Dacic supporta la tesi di Vucic, dichiarando che la polizia serba ha acquistato diverse armi sonore (Lrad), ma che non li ha mai utilizzati come cannoni sonici “perché ciò non è regolamentato dalla legge ma solo come mezzo di comunicazione, come i megafoni”.

Al di là del singolo caso in questione, su cui gli organi competenti faranno luce, spicca il dato geopolitico che lega governo, cittadini e contesto. A questo punto si attende che la maggioranza in Parlamento decida se procedere verso la formazione di un nuovo governo o andare nuovamente ad elezioni, senza per questo mettere da parte la possibilità di un esecutivo di transizione.

Contro l’alleanza militare Albania-Kosovo-Croazia

Oltre alla questione sociale delle armi acustiche, in questi giorni spicca un altro fronte che Belgrado intende aprire. Secondo Vucic l’alleanza militare tra Albania, Kosovo e Croazia violerebbe l’accordo sugli armamenti. L’occasione di quelle parole è l’incontro di Vucic a Bruxelles con il segretario generale della Nato Mark Rutte a cui il numero uno serbo dice testualmente: il memorandum tra quei tre Paesi è “una rappresentanza dell’accordo sub regionale sugli armamenti del 1996” e la Nato non ne sarebbe stata nemmeno informata. “Hanno aperto una corsa agli armamenti nella nostra regione, è una situazione difficile per noi ma abbiamo capito il loro messaggio. Preserveremo il nostro Paese, li scoraggeremo e lo difenderemo sempre con successo da qualsiasi potenziale aggressore, anche uno cosi’ potente”. Il tema è delicato, perché al contempo si lega alle mai sopite tensioni con il Kosovo nonché alla situazione in Bosnia Erzegovina.

Qui Bosnia

Il panorama è tutt’altro che sereno, perché il presidente della Repubblica Srpska Milorad Dodik è stato condannato a un anno di prigione che gli ha impedito di ricoprire la carica di presidente per sei anni. Di fatto un tribunale statale della Bosnia-Erzegovina ha emesso un mandato di arresto a livello nazionale dopo che il presidente della piccola entità ha ignorato il mandato di arresto statale a cui si faceva riferimento poco sopra. La reazione di Dodik è spiegata in post su X in cui sostiene che “la Republika Srpska sta prendendo provvedimenti per formare la propria polizia di frontiera”. Ed ecco servita la crisi politica. Va ricordato che tramite gli accordi di Dayton del 1995, la Bosnia è stata divisa in due aree amministrative: da un lato la Federazione bosniaco-croata della Bosnia-Erzegovina e dall’altro la Republika Srpska a maggioranza serba.

Nel Paese intanto una seduta straordinaria del Consiglio dei ministri deciderà sulla situazione presso l’Agenzia statale per le indagini e la protezione della polizia (Sipa), dopo le dimissioni del presidente Darko Culum e il passo indietro di alcuni funzionari della Repubblica Srpska. In precedenza erano state approvate alcune leggi dell’entità che poi sono state invalidate dalla Corte costituzionale centrale della Bosnia Erzegovina: nello specifico quelle disposizioni proibiscono l’attività del Tribunale, della Procura della Bosnia e dell’Alto Consiglio dei procuratori.

Serbia, la crisi politica e sociale rischia di bloccare i Balcani?

Chi soffia sul vento della destabilizzazione in un momento già altamente complesso? Cosa rischia l’area balcanica rispetto ad una nuova crisi che va sommata a quella “silenziosa” della Bosnia? Belgrado sembra essere finita in una spirale di caos, dopo che il Parlamento ha preso atto delle dimissioni del governo e dopo che il presidente Aleksandar Vucic ha aperto a un suo passo indietro per la questione del cannone acustico

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