Skip to main content

Silvio Berlusconi è il grande assente del dopo voto. La coalizione di centrodestra ha ottenuto il più alto numero di seggi, anche se è ancora ben distante dalla maggioranza, eppure il Cavaliere non è uscito allo scoperto da domenica. Sarà per il clamoroso successo dei Cinque Stelle, al di là di ogni pronostico. Ma a bruciare, dicono i suoi stessi colonnelli (Brunetta, ad esempio) è soprattutto il sorpasso di un alleato, Matteo Salvini, un evento senza precedenti da quando il patron di Mediaset è sceso in politica. Anche Alan Friedman, volto noto del giornalismo internazionale, che più di ogni altro ha avuto accesso a Berlusconi per scrivere la biografia “My Way” e girare per Netflix l’omonimo documentario, conferma che questa è “la vera sconfitta” per il leader forzista. Intervistato da Formiche.net, Friedman non risparmia critiche a Matteo Renzi, che anche nella sconfitta “farebbe bene a prendere esempio da Cameron”, e guarda con simpatia alla discesa in campo di Carlo Calenda, “il miglior ministro del governo attuale”.

Alan Friedman, cosa rimane di Silvio Berlusconi dopo queste elezioni?

È l’inizio del suo tramonto. Sicuramente questi risultati sono molto deludenti, una sconfitta netta. Si avvicina ormai il suo ottantaduesimo compleanno, è improbabile che in futuro lui sia ancora una persona chiave della politica italiana. Resterà però un personaggio di grande clamore mediatico, perché lui ama i riflettori.

Lei che lo ha conosciuto a fondo ci saprà dire come può sentirsi in questo momento.

Sicuramente sia il successo straordinario dei Cinque Stelle sia il sorpasso della Lega lo fanno soffrire molto. Ma la vera sconfitta per Berlusconi è essere stato surclassato da Salvini. Prima di tutto perché dimostra che la campagna elettorale di un candidato non eleggibile, tutta costruita su vecchi slogan del ’94 come “la rivoluzione liberale” o “pensioni per tutti” non ha quagliato con l’elettorato. E poi ovviamente perché Berlusconi ha definitivamente perso la leadership del centrodestra.

Perderà anche il resto del suo elettorato?

Come ha detto il mio amico sondaggista Nando Pagnoncelli, c’è un aggettivo che descrive alla perfezione l’elettorato di Berlusconi: “devozionale”. Oggi quell’elettorato è il 14% dei votanti, non è grandissimo. La parabola di Berlusconi è cominciata con la sua estromissione dal governo nel 2011, è continuata con la sua condanna nell’agosto del 2013 e poi con la sua espulsione dal Senato. Quando abbiamo lavorato insieme per il libro e il documentario “My Way”, Berlusconi mi ha confidato: “Non me ne andrò finché non avrò vinto di nuovo le elezioni”, non è più successo. Nel frattempo il Paese è andato avanti e Berlusconi non si può più considerare una volto del futuro.

Le sorti di Forza Italia dipendono dal suo leader?

Forza Italia è un cult, ma il partito che abbiamo conosciuto in questi venticinque anni non tornerà più, le ultime elezioni hanno fortemente ridimensionato il suo peso rispetto al passato. Può essere che alcuni dei leader forzisti tornino alle loro radici democristiane o neo-fasciste, e creino nuovi partitini centristi.

Ritiene credibile la formazione di un fronte di destra unitario guidato da Salvini?

Salvini può rafforzarsi ulteriormente, perché gioca con la paura e il disagio economico dei cittadini, con l’euroscetticismo e l’odio dei migranti, ma la sua rimane una destra estrema. Certo, lui e Meloni sono già di fatto sulla stessa linea, e insieme fanno circa il 20%. E in giro c’è già qualche colonnello di Forza Italia pronto a prestarsi alla leadership di Salvini, in Italia spesso si salta sul carro del vincitore.

Chi garantirebbe maggiore continuità a Palazzo Chigi nei rapporti con gli Stati Uniti: una coalizione Pd-Cinque Stelle o il centrodestra a trazione leghista?

Dal momento che Trump ama i populismi e gli estremisti, così come Bannon, che l’altro giorno era a Roma, sulla carta la coalizione di centrodestra sembra quella con più chances di instaurare buoni rapporti con la Casa Bianca. Ma se un giorno Salvini, da premier, si svegliasse con dei nuovi dazi americani contro l’Italia non so come la prenderebbe. La logica normale non si applica al rapporto transatlantico con Trump, l’imprevedibilità è l’unica cosa certa con lui.

In effetti è ancora presto per parlare di politica estera. Il Rosatellum, come previsto, ha creato ingovernabilità.

L’attuale legge elettorale è orripilante e disgustosa, uno dei peggiori pasticci che abbia visto nella recente storia italiana. È stata scritta da Renzi e Berlusconi con l’unico scopo di escludere i Cinque Stelle. Oggi i pentastellati hanno vinto, e ci ritroviamo ancora una volta nelle sabbie mobili della Prima Repubblica.

Veniamo alla sinistra. Esiste un dopo Renzi?

Non so chi verrà dopo Renzi, so che in un Paese normale se sei segretario del Pd, giochi male e perdi le elezioni in modo umiliante, anzi catastrofico oltre ogni previsione, ti dimetti subito. Renzi invece ha dato queste dimissioni ibride: prima si è dimesso, poi ha annunciato che lo avrebbe fatto dopo la formazione del governo. Un atteggiamento poco umile e poco corretto. Quando David Cameron ha perso il referendum sulla Brexit si è dimesso dopo cinque ore, Renzi farebbe bene a prendere esempio. Dopo la sconfitta di domenica, per i prossimi cinque anni il Pd dovrà sopravvivere con il 18-19%, serve un lavoro di ricostruzione enorme.

Calenda ha deciso di prendere la tessera del Pd. Può essere lui il volto della ricostruzione?

Carlo Calenda è uno dei pochissimi politici italiani con cui sento di complimentarmi. Non mi schiero mai, ma non posso non ritenerlo una persona estremamente brava e pragmatica, e di sicuro il miglior ministro del governo attuale. Spero che in futuro abbia ancora un ruolo per servire il Paese.

Perché il centrosinistra ha subito una sconfitta così cocente?

Perché la destra estrema ha saputo sfruttare la paura dei migranti e la frustrazione di un Paese dove la ripresa è in corso, ma non ha raggiunto neanche la metà dei cittadini. Il Pd ha perso anche a causa di Matteo Renzi. Dal 4 dicembre 2016 si è reso talmente antipatico alla maggioranza degli italiani che quasi nessuno voleva votarlo. Renzi è stato un Macron prematuro: quattro anni fa si è presentato con le sue politiche liberiste, ma l’Italia, a differenza della Francia, non è un Paese che vuole le riforme.

 

Perché Renzi non è Macron ma dovrebbe fare come Cameron. La versione di Alan Friedman

Silvio Berlusconi è il grande assente del dopo voto. La coalizione di centrodestra ha ottenuto il più alto numero di seggi, anche se è ancora ben distante dalla maggioranza, eppure il Cavaliere non è uscito allo scoperto da domenica. Sarà per il clamoroso successo dei Cinque Stelle, al di là di ogni pronostico. Ma a bruciare, dicono i suoi stessi…

Così Mattarella porterà l’Italia fuori dallo stallo parlamentare. Parola di Renato Balduzzi

Un Sergio Mattarella stile Luigi Einaudi per un governo che si formerà seguendo con scrupolo la Costituzione. La previsione arriva da Renato Balduzzi, docente di Diritto costituzionale all’Università Cattolica di Milano e membro del Csm, che non ha dubbi: da questa fase d’incertezza “se ne esce attraverso le regole della Costituzione e attraverso le consuetudini e le convenzioni che si…

calenda

Come cambia il Pd con Calenda e perché non sottovalutare la novità

La batosta elettorale del Partito Democratico rientra a pieno titolo tra i fatti inequivocabili del 4 marzo. Ormai è il momento, per il più importante partito della sinistra, di porre rimedio alla situazione e di tornare ad immaginare il futuro. Un punto di partenza è evidente. Lo spazio politico progressista, tremendamente ridimensionato, non è scomparso e non vede reali alternative…

Fenomenologia di un Sud tradito che sceglie Di Maio

L'indubbia vittoria dei cinquestelle alle elezioni del 4 marzo può essere letta sotto varie angolazioni. Ce n'è però una, che è insieme qualitativa e quantitativa, che prevale su tutte. Si tratta di un successo nato, pasciuto e cresciuto nel Mezzogiorno, tant'è che si può dire che senza i numeri conquistati al Sud saremmo certamente più vicini al risultato conseguito nel…

legge elettorale

Ecco perché auspico un governo Di Maio e Salvini. L’opinione di Minopoli

Che paradosso. È il contrario di quel che fanno apparire e che dicono. È Matteo Renzi l’unico che riconosce la sconfitta e dice: “Chi mi ha battuto (Di Maio e 5 Stelle) governi. Il Pd sta fuori”. È questo che ha fatto esplodere quel che resta dell’anima di establishment, di partito-Stato, di burocrazia adusa a vedersi solo al governo, insomma,…

Vi spiego come può funzionare l'idea di una coalizione di centrodestra più compatta. Parla Gennaro Sangiuliano

Come arriveranno le forze politiche all’appuntamento del Quirinale che sarà fra circa un mese? Tra le varie ipotesi ce ne è una di cui si è parlato ieri su Formiche.net, ovvero l'idea di costituire dei gruppi unici di centrodestra per avere l’incarico dal Quirinale. Tali gruppi potrebbero essere guidati da Matteo Salvini alla Camera e Paolo Romani al Senato, con…

centrodestra berlusconi

Perché non sono maturi i tempi di un centrodestra unito. Parla Marco Tarchi

Di Marco Tarchi

Come mossa tattica, la formazione di un unico gruppo parlamentare in entrambe le Camere potrebbe senz'altro giovare al centrodestra, almeno nell'immediato, favorendo l'ipotesi di un incarico esplorativo alla coalizione - e non al partito - che ha raccolto più voti e più seggi. Tuttavia, l'iniziativa potrebbe, più in là, rivelarsi a doppio taglio. Molti sono, malgrado le scontate affermazioni in…

consiglio

Politica estera e di difesa, le spine e le rose del dopo voto. Parla Nelli Feroci (Iai)

L'esito del voto potrebbe segnare una certa discontinuità per la presenza italiana in Europa. Poco dovrebbe invece cambiare nel rapporto con gli Stati Uniti e nella partecipazione alla Nato, mentre per le missioni internazionali il rischio di mandare segnali negativi ai partner è alto. Parola di Ferdinando Nelli Feroci, presidente dell'Istituto affari internazionali (Iai), diplomatico di carriera e già rappresentante…

L’Italia del “non se ne può più”

A voler cercare un refrain che riassume gli umori di questa campagna elettorale bruttissima, forse la più brutta della storia della Repubblica, il più gettonato è sicuramente : “Non se ne può più!". È una frase passepartout, va bene per gli arrabbiati di destra e sinistra e fotografa a meraviglia il mood del cittadino indignato che vota 5 Stelle. Perché…

europa dazi, trump mueller

Coi dazi di Trump l'Italia rischia di pagare dazio. Agli Usa e all'Ue

Non è una guerra commerciale, ma poco ci manca. Come preannunciato l'Ue ha iniziato a schierare l'artiglieria contro gli Stati Uniti, colpevoli di voler imporre dazi pesantissimi su acciaio (25%) e alluminio (10%). Nelle ultime ore, come rivela il sito Axios, si parla di un Donald Trump impaziente di firmare il decreto sui dazi, già domani. La rappresaglia europea è pronta, come fatto…

×

Iscriviti alla newsletter