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«Io, se recupero pure un terzo di quello che ho, sempre ricco sono», diceva il boss Totò Riina, intercettato in carcere nel corso delle indagini sulla trattativa tra Stato e Cosa nostra. Del resto, se non si sono accumulate ricchezze, non si resta 24 anni in latitanza, come nel suo caso. La sua non è certo una famiglia di nullatenenti, anche se a giugno di quest’anno la figlia Lucia aveva scritto al Comune di Corleone spiegando di avere diritto al bonus bebè. Richiesta rispedita al mittente dalla terna prefettizia che, dopo lo scioglimento del consiglio comunale per infiltrazione mafiosa avvenuto il 10 agosto 2016, guida il Municipio.

Quando arrivi in via Scorsone 24 a Corleone, non ti sembra neppure vero che in quel palazzetto basso e anonimo possa ancora oggi abitare la famiglia di Totò Riina. O meglio: Ninetta Bagarella, moglie dell’ultimo capo di Cosa nostra. L’ultima volta che il cronista che scrive ci è passato, è stato 20 giorni fa. Tutto uguale. Strada asfaltata ora si ora no, silenzio e via andare.

Quel tono dimesso – tipico della mafia siciliana ancestrale – fa sottotraccia i conti con uno dei più grandi misteri interni a Cosa nostra degli ultimi decenni. Parliamo del “tesoro” dei Riina, apparentemente inesistente ma, in vero, pulsante in qualche dove in Italia e nel mondo se è vero (come è vero) che l’ultimo colpo al patrimonio familiare è di questa estate.

Un tesoro costruito in decenni – era ed è rimasto il capo di Cosa nostra dall’82 fino alla morte questa notte – attraverso non solo le modalità estorsive tipiche della mafia siciliana ma poi cresciuto con la gestione di appalti, servizi e ogni altra forma di investimento che potesse ripulire il denaro sporco. Non va dimenticato, ad esempio, che Angelo Siino, considerato pomposamente dai media il ministro dei lavori pubblici della mafia stragista degli anni Novanta, aveva il compito di suddividere per ogni appalto le percentuali: «2% ai “politici”, 2% alla famiglia mafiosa territorialmente competente, la cosiddetta “messa a posto”, 0,50% ai pubblici controllori, più una tassa dello 0,80% destinata personalmente a Riina. I quattrini sborsati dall’imprenditore erano quelli lucrati dalla maggiorazione del prezzo, iniziale o stabilita nel corso dei lavori».

L’ULTIMO SEQUESTRO

Il 19 luglio i Carabinieri del Ros all’epoca agli ordini del generale Giuseppe Governale (ora a capo della Dia) e quelli del Comando Provinciale di Palermo e Trapani, sequestrarono al boss Salvatore Riina e ai suoi familiari beni per un valore complessivo di circa 1,5 milioni. «Il mafioso non è particolarmente a disagio in certi momenti, come quando è in carcere o quando c’è da affrontare una latitanza – disse all’epoca Governale -. Dove va in difficoltà, invece, è quando gli tocchi i denari e le fonti di reddito. Noi, anche a distanza di anni, siamo riusciti ad evidenziare come la famiglia storica di Cosa Nostra abbia ancora molte risorse. Risorse che non possono essere giustificare e che non sono giustificabili, se non con azioni criminali. La signora Bagarella è sempre un punto di riferimento nell’area, e non solo, sia per il suo carisma sia per il nome che porta».

La moglie del padrino, Ninetta Bagarella, è riuscita a emettere tra il 2007 e il 2013 assegni per oltre 42 mila euro a favore dei congiunti detenuti.
Il provvedimento di sequestro riguardava società, una villa, 38 rapporti bancari e, soprattutto, numerosi terreni del padrino corleonese. Ettari ufficialmente intestati alla Mensa arcivescovile di Monreale e alla parrocchia Santa Maria del Rosario Una sgradita sorpresa per monsignor Michele Pennisi, vescovo di Monreale totalmente estraneo alla vicenda, nominato da Papa Francesco nella commissione per la scomunica di mafiosi e corrotti dopo che nel 2016 aveva impedito le processioni con «inchino» davanti alla casa di Ninetta Bagarella.

L’inchiesta del Ros nasce dai redditi dichiarati negli anni da Riina e dai suoi familiari da cui è stato possibile ipotizzare l’utilizzo di mezzi e di risorse finanziarie illecite. I sequestri colpirono anche due società in provincia di Brindisi, Clawstek srl e la Rigenertek srl, nel settore della vendita al dettaglio di automobili. Le due ditte brindisine, insieme a un’azienda con sede a Lecce, la Ac Service srl, risultavano intestate a Tony Ciavarello, marito di Maria Concetta Riina, altra figlia di Totò u curtu, con la quale da anni risiede a San Pancrazio salentino. La settimana dopo Ciavarello ha accusato la stampa e i processi mediatici di averlo ridotto sul lastrico.

Non è certo questo l’unico sequestro nei confronti di Riina, dei suoi familiari e dei suoi sodali, complici o protettori. Anzi, è solo l’ultimo, Nel maggio 2015, solo per fare un altro esempio, in Via Bernini a Palermo, la villa confiscata nel 2007 e che aveva ospitato Totò Riina nell’ultimo periodo della sua latitanza, diventò una caserma dei carabinieri. In realtà fin dagli anni Ottanta, proseguendo per gli anni Novanta e giungendo ai giorni nostra, sequestri e confische hanno martellato la famiglia Riina e la sua cerchia ma, proprio come dimostra il sequestro di questa estate, le risorse continuano a non mancare.

LA PISTA SUDAFRICANA

Una pista porta in Sud Africa e a Vito Roberto Palazzolo, alias Robert von Palace Kolbatshenko. Palazzolo ha fatto ritorno in Italia il 19 dicembre 2013 all’ aeroporto di Milano-Malpensa estradato dalla Thailandia. Ricercato in campo internazionale dai primi anni ’90 per il reato di concorso in associazione per delinquere di tipo mafioso deve scontare una condanna a nove anni di reclusione. Lui ha sempre negato di essere mafioso o vicino alla mafia siciliana.

Le inchieste della magistratura hanno però accertato che il principale “ruolo” di Palazzolo è consistito, negli anni, nell’attività di “riciclaggio e pulitura” delle ingenti somme di denaro provenienti dai traffici di droga e dal contrabbando di sigarette, inoltre, è stato riconosciuto quale una delle più importanti figure di Cosa Nostra, inserito da almeno 20 anni nelle dinamiche associative mafiose, con funzioni di cerniera con il mondo imprenditoriale, con lo scopo di consentire la gestione ed il reimpiego dei capitali acquisiti illecitamente.

Il latitante era stato fermato la sera del 30 marzo 2012 nell’aeroporto internazionale di Bangkok da personale dell’Immigrazione thailandese, nell’ambito di un servizio di pedinamento ed osservazione: Palazzolo era da tempo nel mirino del Servizio per la Cooperazione Internazionale di Polizia-Divisione Interpol che monitorava i movimenti migratori suoi e dei familiari anche in collaborazione con il Segretariato Generale di Lione-Unità di ricerca latitanti.

Palazzolo – anche se il suo collegio di difesa ha sempre smentito questa ipotesi, bollandola come mera fantasia – viene considerato da investigatori e inquirenti come il cassiere internazionale non solo di Riina ma anche di altri capi mafia siciliani come Bernardo Provenzano. Gli investimenti della famiglia Riina sarebbero transitati anche nelle sue mani e fluidificati nelle sue importantissime amicizie in tutto il mondo, compresa l’immancabile Svizzera (dove non mancherebbero sostanziosi conti correnti).

(Estratto di un articolo che si può leggere integralmente sul sito del Sole 24 Ore)

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