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La repubblica catalana è “uno Stato indipendente, sovrano, di diritto e democratico”. Con queste parole, incastonate in una dichiarazione firmata e votata dal Parlamento catalano, il presidente della Generalitat Carles Puigdemont ieri ha varcato il Rubicone. Dopo mesi di duelli legali a distanza fra Madrid e Barcellona si è arrivati allo strappo finale. Non che vi fossero molte altre vie di uscita, dal lato catalano, vista la manifesta intransigenza del premier Mariano Rajoy e del governo centrale nei confronti degli indipendentisti. Puigdemont, il giornalista figlio di due pasticceri che ha scalato la politica catalana fino a divenire “l’uomo più pericoloso della Spagna”, sarebbe comunque stato destituito. Con lo scacco matto della dichiarazione di indipendenza va incontro, consapevolmente, a una sorte sicura: il carcere, forse lo stesso dove sono rinchiusi a Madrid Jordi Sanchez e Jordi Cuixart, i due leader indipendentisti della società civile catalana. Al momento della dichiarazione Puigdemont ha voluto con sé rappresentanti del popolo catalano, per costruire la nuova società “con le istituzioni e le persone fianco a fianco”, ma forse anche per sentirsi meno solo davanti al passo nel vuoto che ha appena fatto. “Giungono ore in cui a tutti noi toccherà mantenere il polso”, ha ammonito poi, facendosi più scuro in volto.

LA FESTA DI BARCELLONA

“Catalunya, triomfant, tornarà a ser rica i plena!”, “La Catalogna, ricca e trionfante, tornerà ad essere ricca e piena”. Così risuonava ieri l’inno catalano Els Segadors cantato dalla folla riunitasi alle 17.30 a plaza Sant Jaume a Barcellona. Circa 17.000 persone sorvegliate dai Mossos d’Esquadra, i poliziotti catalani commissariati da Rajoy assurti nell’immaginario indipendentista ad “angeli custodi” dei secessionisti. Momenti di euforia sulle note rock e jazz dei Dharma, un gruppo musicale nato, cresciuto e apprezzatissimo in Catalogna. Ma anche la diffusa sensazione della gravità del momento, e dell’incertezza che attende il popolo catalano, che oltre all’indipendenza rischia di perdere anche l’autonomia. “è un giorno incredibile, ma anche molto spaventoso” racconta a un reporter del Financial Times Jordi Bolla, 63 anni, indipendentista convinto. Poi la sera un minuto di silenzio per Sanchez e Cuixart, “prigionieri politici”, urla di continuo la folla. Contenuto l’atteggiamento delle istituzioni: la bandiera spagnola, con grande delusione dei presenti, non è stata ammainata, né Puigdemont si è affacciato dal balcone del palazzo della Generalitat. E già alle 22.00 gli organizzatori della manifestazione invitavano a tornare a casa: “Raccogliete le forze, sarà una settimana molto dura”.

LA REAZIONE DI MADRID

“Lo Stato frena il secessionismo”, titola oggi El Paìs, quotidiano che fin dagli esordi della diatriba fra Madrid e Barcellona ha preso le parti del governo centrale. Sullo sfondo, il video in cui il premier Mariano Rajoy ieri pomeriggio, al termine di un Consiglio dei ministri straordinario, ha annunciato l’immediata attivazione dell’articolo 155 della Costituzione, sospendendo l’autonomia catalana. “Destituzione del presidente della Generalitat catalana e del resto dei consiglieri del governo autonomo, designazione delle personalità amministrative approvate dal senato che saranno i ministri corrispondenti a ciascuna competenza, estinzione dei poteri del presidente e del vice-presidente, del Consiglio di transizione nazionale”. Rajoy elenca con polso fermo una ad una tutte le misure con cui Madrid risponderà all’affronto di Barcellona. La regione sarà ora amministrata dalla vice-premier Soraya Saenz de Santamaria, che si occuperà del Centro di Telecomunicazioni e Tecnologie dell’Informazione (CTTI), con il preciso scopo di impedire agli indipendentisti di ricreare un sito online della nuova amministrazione.

A queste disposizioni contenute nel decreto regio si somma lo scioglimento del parlamento catalano, con nuove elezioni fissate per il prossimo 21 dicembre. Un proseguimento dei lavori parlamentari, chiarisce il governo rispondendo ai giornalisti, sarà considerato come “usurpazione delle funzioni pubbliche”, un reato sanzionato dall’articolo 402 del codice penale con una pena fino a tre anni di reclusione. Luìs Trapero, capo dei Mossos già sotto indagine per la gestione del referendum, è sospeso dal suo incarico. E qualcuno in Catalogna teme che il governo passi davvero al controllo di Tv3 e Radio Catalunya, i due media catalani che hanno supportato la causa indipendentista. Nel mirino, forse non casualmente, ci sarebbe anche l’Agència Catalana de Noticies (ACN), fondata da Carles Puigdemont nel 1999 prima di entrare in politica.

IL SUPPPORTO A RAJOY DELLA POLITICA SPAGNOLA E INTERNAZIONALE

Un grazie giunge dal premier anche alle forze politiche spagnole, che dentro e fuori i palazzi delle istituzioni hanno confermato il supporto al governo centrale per l’attivazione del 155 e delle misure anti-indipendenza. Hanno votato a favore, oltre ai popolari, i socialisti del PSOE, Ciudadanos e Coaliciòn Canaria. Giunge più inaspettato anche il sostegno al governo di Pablo Iglesias, leader di Podemos, che ritiene la dichiarazione catalana “illegale” e “illegittima”, perché i parlamentari della regione “hanno ottenuto un risultato elettorale che da loro diritto a governare, non a dichiarare l’indipendenza”.

Unanime la vicinanza a Madrid espressa dalle cancellerie europee ed extra-continentali. L’amministrazione americana di Donald Trump è la prima a confermare il sostegno a Rajoy con un comunicato del dipartimento di Stato. Si sono susseguite poi le manifestazioni di supporto al premier popolare di Emmanuel Macron , Theresa May, Angelino Alfano, Angela Merkel. Secondo il presidente del Consiglio UE Donald Tusk “Nulla cambia per l’Europa”. Meno diplomatica la reazione del n.1 della Commissione Jean-Claude Juncker, che chiosa: “L’UE non ha bisogno di altre fratture”.

Unica voce (istituzionale) fuori dal coro quella del governo scozzese, impegnato in uno scontro simile, seppur meno violento, con la corona inglese. L’esecutivo guidato da Nicola Sturgeon “rispetta e comprende la posizione del governo catalano”. Sempre dall’altro lato della Manica esulta Nigel Farage, leader dello Ukip e uno dei protagonisti della Brexit, secondo cui la dichiarazione di indipendenza è “il peggior incubo di Juncker”. Su twitter infine il fondatore di wikileaks Julian Assange invita i catalani a “un’enorme lotta ghandiana” contro “l’uso della forza, l’interdizione finanziaria, la censura, gli attacchi hacker”.

rajoy spagna

Spagna, come Rajoy sta reagendo agli ultimi strappi di Puigdemont in Catalogna

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